SCUOLA/ Orientamento e soft skills, l’appuntamento da non mancare

- Filomena Zamboli

I Pcto puntano su opportunità di sviluppo pratiche delle competenze degli studenti. Organizzarli non è cosa da poco. E le scuole vanno supportate

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(LaPresse)

La legge di Bilancio per l’anno 2019 (legge n. 145/2018) ha disposto la ridenominazione dei percorsi di alternanza scuola lavoro (Dl 77/2005) in “Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento” (Pcto). Non si tratta, evidentemente, solo di una mutazione semantica: l’idea che le competenze degli studenti potessero trovare opportunità di sviluppo ulteriore attraverso uno scambio osmotico tra il contesto scolastico e gli ambiti di applicazione pratica e con il mondo del lavoro aveva bisogno di approfondimento.

La Raccomandazione del Consiglio europeo del 22 maggio 2018 ridisegna, infatti, le otto competenze per l’apprendimento permanente: affrontare i percorsi educativi e di istruzione attraverso le competenze vuol dire “migliorare le abilità di base, ma anche investire in competenze più complesse, le cui caratteristiche sono state rimodulate per assicurare resilienza e capacità di adattamento”. In chiave europea, insomma, gli obiettivi e i conseguenti risultati di apprendimento si collegano al mondo reale attraverso attività orientate all’azione e realizzate in esperienze concrete, progetti diretti al fare e compiti di realtà. In particolare, le competenze personali e sociali, nelle quali possiamo annoverare anche le soft skills, rivestono un’importanza decisiva per la coniugazione con la funzione orientativa che postulano.

L’orientamento, infatti è un “processo continuo che mette in grado i cittadini di ogni età, nell’arco della vita, di identificare le proprie capacità, le proprie competenze e i propri interessi, prendere decisioni in materia di istruzione, formazione e occupazione, nonché gestire i propri percorsi personali” (Risoluzione del Consiglio e dei rappresentanti dei governi del 21 novembre 2008).

Cambia, allora, la cultura dell’orientamento e anche in ambito scolastico esso smette di essere centrato solo sull’informazione fatta da esperti esterni e si curva verso la formazione realizzata per mezzo di percorsi esperienziali centrati sull’apprendimento autonomo dello studente anche in contesti non formali. In sintesi, possiamo affermare che questa mutazione semantica vuole potenziare “la centralità dello studente nell’azione educativa, incrementare la collaborazione con il contesto territoriale e predisporre percorsi formativi efficaci, orientati a integrare i nuclei fondanti degli insegnamenti con lo sviluppo delle competenze trasversali o personali, comunemente indicate nella scuola e nel mondo del lavoro come soft skill” (Linee guida ai Pcto).

Le scuole effettuano quindi le loro scelte progettuali in maniera differente e adeguata agli indirizzi di studio, ai bisogni formativi dell’utenza e alle caratteristiche del contesto socio-economico di riferimento. Sono ancora le Linee guida a parlare: “il modello formativo implica, pertanto, periodi di apprendimento in contesto esperienziale e situato attraverso, per esempio, le metodologie del learning-by-doing e del situated-learning, per valorizzare interessi e stili di apprendimento personalizzati e facilitare la partecipazione attiva, autonoma e responsabile, in funzione dello sviluppo di competenze trasversali, all’interno di esperienze formative e realtà dinamiche e innovative del mondo professionale”. Ci piace e ci coinvolge.

Senza ricorrere alla metafora del mare e della sua larghezza e profondità, va da sé che la realizzazione di tali opportunità formative richiede notevoli sforzi da parte delle scuole. In primis, perché non è affatto semplice trovare sinergie con contesti di lavoro che siano disponibili a ospitare studenti, investire energie e tempo, rimodulare spazi.

Perché dovrebbero farlo? Certamente non per un investimento economico; le scuole non hanno risorse significative e spesso devono provvedere anche al trasporto degli studenti e dei tutor interni e alle spese del materiale necessario alle esperienze pratiche. E non è tanto il numero delle ore obbligatorie, quanto l’organizzazione degli stessi percorsi che, per essere efficaci dal punto di vista dell’esperienza, vanno organizzati con enorme accuratezza. Sia in fase di progettazione che in fase di realizzazione.

A ciò si aggiunga la necessità di rispettare tutte le norme di sicurezza, che ricadono in capo al dirigente relativamente alla “verifica” della corretta applicazione delle stesse norme negli ambiti di esperienza. Non a caso le Linee guida dedicano un intero paragrafo alle misure di tutela della salute e sicurezza degli studenti frequentanti i percorsi.

Garantire a tutti gli studenti di un’istituzione scolastica percorsi adeguati, equipollenti e rilevanti richiede investimenti di tempo da parte di risorse professionali della scuola: la ricerca delle aziende, degli enti ecc. con cui stipulare collaborazioni, la co-progettazione delle azioni formative, il loro svolgimento e realizzazione, la concertazione in seno al consiglio di classe per ottimizzare l’esperienza degli studenti e valutarla, non è cosa da poco. Né vogliamo che lo sia.

Ma dovremmo farci qualche domanda in più e cercare risposte e supporti per sostenere le scuole che ai loro studenti ci tengono. E anche molto.

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