SCUOLA/ Perché l’esame di Stato valuta meglio in tempo di Covid?

- Sergio Palazzi

L’esame di Stato? Meglio ragionarci su a carte archiviate. E allora si vedono tante cose che non funzionano. Troppe, per farsi ancora prendere in giro

maturità 2022
Esame di maturità (LaPresse)

È l’Undici di Luglio, l’Once de Julio. Una data che sembra fatta apposta per la nostalgia: tu, ti ricordi quella volta là?

Ecco, l’articolo che sogno di scrivere sarebbe questo: te lo ricordi, l’Ultimo Esame di Maturità? Ti ricordi quante discussioni l’anno dopo, le polemiche, gli intellettuali che inveivano per la Fine della Cultura, come potremo valutare un essere umano se non ci sarà più la Prima Prova Scritta? Cantautori e registi preoccupati per il calo della Siae? Albergatori che reimpostavano la stagione, dai che si comincia a metà giugno? Giuristi che scoprivano di non dover nemmeno modificare l’articolo 33, visto che l’Esame di Stato poteva anche essere spostato all’inizio dei percorsi successivi, e fu così per un po’ finché poi s’era estinto da solo? E poi, tutti quegli interminabili amarcord, i novantenni che avevano fatto quello con tutte le materie, i boomers e la loro versione da quattro, i millennials che avevano l’incubo da saggiobbreve…

Ok, sono ancora giovane e fiducioso, spero di aver l’occasione per scriverlo. Per il momento, tocca però accontentarci del fatto che se n’è finalmente andato anche questo Esame quasipostpandemico, un organismo accrocchiato come il mirmicoleone di Borges.

Vediamo: 50 punti al curriculum del triennio, ricalcolati ex post su valori già precedentemente ricalcolati. 15 alla Ineludibile Prima Prova, felicemente riapparsa per la gioia degli italiani, tutti critici letterari ora che non c’è da fare la formazione della Nazionale. Solo 10 alla seconda, che è ancora bidisciplinare, severa ed arcigna, però è stata scritta e poi corretta da chi ti ha portato all’esame, e se cadi su quella qualche dubbio viene. Infine 25 all’orale, da assegnare grazie ad una griglia ministeriale dettagliata e rigorosa.

Prima osservazione: se non ti rendi conto che non arrivare al 60 è quasi impossibile, allora è giusto averti ammesso col 2 in matematica: todos caballeros e via.

Inoltre, per la prima volta si rompe il tabù dei numeri interi, introducendo i mezzi punti “da arrotondare alla fine” (un brutto precedente). Più, naturalmente, il bonus da 0 a 5 punti, di cui si è già riparlato.

Per il lettore inesperto di sudoku, torniamo alla griglia per l’orale giusto con qualche esempio. Innanzitutto, è additiva. Significa che per arrivare a 25 puoi avere soltanto il massimo su tutti i sei indicatori, e pare giusto. Ma se perdi anche solo una virgola su ognuno, di punti ne hai persi 3, e un “quasi perfetto” crolla a 22. Un candidato da centro classifica, in base alla griglia, anche con un esame non disastroso può scendere sotto il 15, che aritmeticamente corrisponderebbe al 6. Per fortuna, nell’Ordinanza non figura una soglia minima per la sufficienza, forse tenendo conto del pasticcio con le vecchie prove in 15esimi, quando la sufficienza era posta a 10, non a 9… Senza andare oltre, guardiamo due ipotetici casi estremi.

La commissione A usa la griglia in modo rigoroso; oltre il 20 è difficile salire, candidati passabili si fermano tra 13 e 16 punti, un colloquio malriuscito sprofonda sotto il 10. Difficile arrivare a 90, difficilissimo il 100, in compenso la famosa “scena muta” porterebbe comunque a casa non 1 ma 3 punti.

Se la commissione B decidesse invece di assegnare i punti in 25esimi a proprio arbitrio, e di compilare poi la griglia in modo che la somma torni al valore desiderato, avrebbe punteggi meglio distribuiti e nessuno troppo basso. Certo, sarebbe una grave irregolarità, ma la citavo solo come ipotesi: di sicuro non è mai successo in nessuna scuola, e prima che il ragionamento ci scappi di mano meglio chiudere con le cabale.

So solo che, quando ne avevo avuto la possibilità da commissario o da presidente, mi ero sempre opposto all’uso di griglie additive, a favore di altre con medie ponderate, proprio per questi ragionamenti che dovrebbe capire un ragazzo di terza media. Ma quest’anno, quella c’era e quella andava usata. In tutta buona fede, spero di non aver contribuito ad ingiustizie.

Lasciamo i formalismi e passiamo invece ai contenuti: un’analisi efficace e concisa è nel thread su Twitter del prof. Marco Bollettino, preside al Gramsci di Ivrea, che possiamo trovare qui. Mette in luce due punti rilevanti. Innanzitutto che la formula adottata per forza maggiore l’anno scorso aveva dato modo ai candidati di svolgere un lavoro serio, in cui tanti avevano creduto e messo tutte le proprie competenze [confermo, da parte mia]. Il colloquio impostato su “materiali” estesi, non su uno solo, permetteva ai candidati di impostare dei ragionamenti più sensati ed in tema, senza limitarsi a giochi di equilibrismo per riuscire a ricadere sul discorsetto che si erano preparati a memoria: vorrei vedere come se la sarebbero cavata i commissari, io compreso, con la formula attuale. Eppure, insiste Bollettino, limitare ad “un” materiale il ragionamento del candidato deriva da un’interpretazione che forza e snatura il testo della norma (d.lgs. 62/2017), la quale chiede invece “di analizzare testi, documenti, esperienze, progetti, problemi per verificare l’acquisizione dei contenuti e dei metodi propri delle singole discipline”, etc. Tutti al plurale. Ci si era andati più vicini nell’emergenza del 2021.

Ho letto diversi pareri su come è andata quest’anno, anche qui sul Sussidiario. Ci vedo un paradosso. Una volta dicevano che l’intelligenza è saper imparare dall’esperienza, cioè dai propri errori. Lo scorso anno, complice il Covid, la macchina burocratica s’è inceppata ed ha proposto una soluzione che, per quanto improvvisata, funzionava piuttosto bene. Quest’anno, da quel felice errore non si è voluto imparare niente e si è caduti nella versione peggiore in assoluto di un format che già aveva mostrato i propri difetti. Impareremo qualcosa per il futuro, in attesa del gran giorno in cui sparirà una volta per tutte?

O sentiremo ancora una volta la litania di quanto sia bello&giusto il “primo esame che incontrano”, il “rito di passaggio”, l’emozione di “essere tutti insieme”? non siamo più nel 1925 e nemmeno nel 1970. Tutti gli studenti che prendono sul serio la propria formazione hanno più o meno già affrontato esami di ammissione universitari, di certificazione linguistica (quelli sì ben più rigorosi e controllati, hanno intimorito anche me!), o almeno di scuola guida. O un colloquio di lavoro. Tanti hanno fatto degli Erasmus, hanno lavorato in aziende all’avanguardia, tutti si confrontano sui social con sconosciuti vicini e lontani… Consapevoli che se un esame è serio può capitare che fallisca uno su cinque, non uno su duecento.

Probabilmente qualcuno è convinto del contrario, la sua difesa del Rito non è solo retorica, ma vien da pensare a come percepisca ciò che sta al di fuori della scuola, quella cosa strana che chiamano mondo. E che è tanto più grande, più tragico e più bello di quel che appare stando ad avvilirsi, per l’ennesima volta, seduti in commissione d’Esc.

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