SCUOLA/ Perché non dovremmo sostituire i “Promessi sposi” con TikTok?

- Anna Maria Bellesia

Passati i dati Invalsi, la scuola torna nella non-notizia. La situazione è disastrosa, i prof rassegnati, il merito assente: imparare è un optional

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(LaPresse)

La scuola è il settore forse più negletto della società, fuori da ogni dibattito che interessi l’opinione pubblica. Non se ne parla, se proprio non succede il caso eclatante. Eppure è l’esempio più riuscito di “resilienza”, la virtù sociale dei tempi in cui viviamo.

In questi ultimi due anni la scuola ha subìto di tutto e di più, e ha assorbito colpo su colpo fino all’inverosimile. Ciò nonostante la macchina, intesa come organizzazione, regge ancora, funziona, nel senso che ogni mattina entrano più di sette milioni di studenti e oltre un milione di lavoratori tutti coinvolti nel grande servizio di istruzione e formazione.

Già, ma quale istruzione e formazione? Da anni la scuola segna un declino inarrestabile, certificato dagli annuali resoconti dei test Invalsi, che, in teoria, dovevano servire ad attivare il miglioramento, non a certificare il fallimento.

La divaricazione fra i traguardi indicati nei piani di studio e gli esiti effettivi si fa sempre più profonda. L’Invalsi ci dice che le percentuali di studenti che “non raggiungono risultati adeguati” crescono di anno in anno, specialmente in italiano e matematica. A livello medio nazionale, pur con significative differenze territoriali, si raggiungono ormai percentuali intorno al 50%, con un aumento di molti punti negli ultimi due anni.

L’annuale rapporto Invalsi di luglio suscita sempre un putiferio mediatico. La scuola improvvisamente fa notizia. Due giorni. Poi tutto finisce lì fino al rapporto successivo, che inevitabilmente va peggio del precedente (il trend negativo ha radici lontane). Se c’è “un arresto del calo” è visto quasi come un successo.

Ogni tanto qualcuno riporta in auge l’evidenza che i nostri giovani “non capiscono un semplice testo scritto”, un testo con due subordinate, non un periodo manzoniano. Anni addietro sui Promessi sposi si faceva analisi del periodo, e gli studenti capivano struttura e significato di periodi di 15 righe. Adesso il testo del romanzo è diventato letteralmente incomprensibile alla stragrande maggioranza, che si accontenta di leggere i riassunti della trama. Ma anche la sintesi del romanzo sarà presto archiviata perché “inutile” rispetto all’oggi. La comunicazione per sms e per Twitter ha portato all’incapacità di comprendere un testo che vada poco oltre i 140 caratteri. E la scuola ha praticamente gettato la spugna. Lo sforzo di accrescere le competenze linguistiche e logiche è diventato vano. Pare che se ne siano convinti anche al ministero, perché le priorità sono tutt’altre.

Sfinimento o resilienza?

La scuola è vissuta con totale rassegnazione specialmente da chi ci lavora. In quest’ultimo anno, in particolare, sembra incredibile che si sia potuto subire tutto quello che è accaduto e tirare avanti. Per senso del dovere, dice qualcuno. O per sfinimento o per “resilienza”, non si sa.

Nel periodo invernale c’è stato il virus da fronteggiare e il caos delle quarantene, con uno tsunami di norme di rango primario, secondario, note, regolamenti, circolari, slide, tabelle riassuntive/esplicative, disposizioni minuziose per ogni situazione, destinate a cambiare da un mese all’altro, da una settimana all’altra, con un groviglio indecifrabile per chiunque, tranne che nella scuola, dove si segue puntualmente l’ultimo aggiornamento “senza dire bao”, per usare un’espressione cara al ministro Bianchi.

Poi i vaccini, il green pass, il super green pass per poter accedere a qualsiasi attività ricreativa o sportiva dai 12 anni in su, con le discriminazioni fra alunni vaccinati e non vaccinati. Qualche flebile voce contraria si è alzata a dire che a scuola “discriminare” non si può. Ma la “nuova normalità” ha rapidamente preso il sopravvento, con le mascherine strette su naso e bocca fino a giugno, pur con distanziamento, aule aperte e temperature record. Da ultimo gli esami di Stato svolti in condizioni di calura africana con la sola dotazione di qualche rozzo ventilatore, magari portato da casa per sopravvivere. E ancora si parla di impianti di areazione da installare, forse, a inizio del prossimo anno scolastico. Il terzo consecutivo! Intanto si fanno corsi su corsi “obbligatori” per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

E poi il concorso ghigliottina per il ruolo di docente, con i quiz a risposta multipla e una percentuale di bocciati fino al 90% in alcune classi di concorso. Semplificazione e garanzia di oggettività, si diceva all’inizio, salvo poi ammettere gli errori e la non adeguatezza della prova.

Per non parlare del contratto scaduto e non ancora rinnovato, con gli esigui incrementi di stipendio di cui bisognerà accontentarsi. Dopotutto un posto fisso è oggi considerato un privilegio per pochi.

Scuola “inclusiva e affettuosa”. E le competenze?

Nonostante tutto la scuola va avanti. Quest’anno per alcuni mesi ha garantito poco più che l’apertura “in presenza”. L’impegno principale è stato diretto allo sforzo organizzativo di fronteggiare le situazioni di emergenza giorno per giorno. Da marzo in poi c’è stata una ripresa didattica, tuttavia il tempo perduto ha un peso nel percorso formativo. Pare però che questo interessi poco anche alle famiglie, determinate nel dire “basta Dad”, ma pronte a soprassedere sulle lacune formative. Per la maggioranza dei genitori basta il diploma.

Infine, la nuova emergenza della guerra in Ucraina si è fatta sentire non solo come argomento di discussione. L’accoglienza di ben 30mila studenti ucraini, fatta con generosità, ha dimostrato la capacità della scuola di essere un’istituzione “inclusiva e affettuosa”, come ha detto il ministro Bianchi.

Questa è dunque la scuola funzionale all’odierna società. Ma non pensiamo che possa ancora offrire una formazione di qualità. Questo è un optional residuale affidato alla capacità di qualche dirigente e alla professionalità di qualche docente. Non è più la missione fondamentale. Basta allora con l’ipocrita stupefazione quando l’Invalsi certifica la nuova realtà.





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