SCUOLA/ Prof mancanti, la lezione di Milano al sistema in crisi

- Annamaria Indinimeo

Occorre una riforma della professione docente, che non deve cominciare dagli stipendi ma dalla selezione in entrata. Il caso di Milano

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La sede del ministero del'Istruzione (LaPresse)

Qualche anno fa chiesi a un signore inglese che insegnava con grande passione la sua lingua a medici, avvocati, professionisti, insegnanti come mai avesse scelto di lavorare proprio a Milano, dopo tante esperienze. Mi rispose: perché Milano è cool! E probabilmente allievi interessatissimi e ottima retribuzione concorrono a far trovare piacevole l’ambiente di lavoro.

Sarebbe interessante sentire dalla viva voce degli interessati perché, invece, gli insegnanti italiani, come ha riportato un recente articolo del Corriere della Sera, stiano alla larga dalle sedi meneghine e, forse, preferiscano fare altro o fare niente pur di non concorrere per una cattedra.

Sicuramente i prezzi di case e servizi non aiutano, il pensiero di lottare contro madri tigri e padri maneschi può essere disincentivante, ma ci deve essere anche dell’altro.

Forse la costante opera di livellamento (che vede come diaboliche macchinazioni di dirigenti ebbri di potere qualsiasi tentativo di differenziare il trattamento dei docenti a seconda dell’attività svolta) ha convinto alcuni del fatto che una volta entrati nella scuola ci si debba lasciare trasportare fino alla pensione senza alcuna possibilità di dare una svolta alla propria (lunga) carriera.

Entrare in ruolo è noioso e snervante e le procedure a volte ricordano Il romanzo di un Maestro scritto da De Amicis nel 1886, però non è difficile, anzi è uno dei lavori nei quali chi risulta idoneo a un concorso lavora esattamente come chi è stato bocciato venti volte; infine, è difficile farsi licenziare, a patto di fare un uso consapevole dei social.

Tuttavia sembra che questa sicurezza non abbia più fascino.

Forse la convinzione, sempre più condivisa, che tutti sappiano tutto e che tra uno scienziato premio Nobel e un analfabeta di ritorno ci possa essere una discussione alla pari sulla scienza sta dando i suoi frutti. Perché insegnare, cosa, a chi?

Se si vuole ridare energia alla scuola è necessario rendere il ruolo del docente interessante e appetibile, si deve dare alla professione una connotazione precisa e professionale (un maestro è un maestro, non un’assistente sociale o un missionario) e riconoscere il suo lavoro come un  valore per la collettività.

Per far questo, però, non si deve partire dagli aumenti di stipendio e dai piccoli incentivi, si deve partire dalla formazione iniziale. Non si deve lasciare spazio alle scelte di ripiego da parte di persone che avrebbero voluto essere avvocati, ingegneri, commercialisti, imprenditori o archistar e che invece che si “adattano” ad andare in classe, magari part-time, con l’aria di sacrificarsi; la scelta deve essere netta.

È necessario che fin dall’università ci sia la possibilità di affiancare un docente in classe per tutte le materie e che la preparazione e il tirocinio portino all’assunzione solo di chi ha le necessarie competenze culturali, professionali e umane. Chi non ha mai sentito dire “È un bravissimo insegnante ma non sa comunicare”, come se fosse una giustificazione plausibile?

Solo una severa selezione all’entrata potrà dare un vero incentivo a scegliere di lavorare nella scuola, si deve avere la consapevolezza che gli insegnanti vengano scelti tra i migliori laureati, come dovrebbe essere a rigor di logica, e non tra quelli che non verrebbero assunti da una qualunque azienda nemmeno se fossero gli unici candidati. Bisognerebbe che i ragazzi si preparassero a intraprendere la carriera di insegnante con la stessa determinazione che usano per prepararsi ai test di medicina, dovrebbero essere convinti che un percorso impegnativo li porterà a iniziare una carriera che potrà essere anche ricca di tante soddisfazioni e che si svilupperà in modo da permettere di sperimentare anche ruoli diversi come il coordinatore didattico, il formatore, sempre attraverso esami seri e severi come accade in molti altri paesi.

Si risolverebbe così anche il problema delle retribuzioni, legando la progressione di stipendio al superamento di veri esami dopo veri corsi, organizzati solo dalle facoltà universitarie, con cadenza regolare e sulla base di una programmazione che impedisca di trovarsi all’improvviso con graduatorie vuote costretti a mandare in classe persone senza titoli che poi, in un modo o nell’altro, verranno assunte comunque.

Solo una scuola fatta da persone competenti e appassionate può essere in grado di rispondere alle esigenze di un’utenza sempre più difficile e intercettare i tanti che si disperdono, perdendo a poco a poco anche le competenze minime di lettura e scrittura, mentre alcuni loro compagni vengono gratificati da incomprensibili eccellenti valutazioni destinate a far bella mostra di sé solo sul “pezzo di carta”.

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