SCUOLA/ “Psicologo, serve al più presto: il disagio inizia a 3-4 anni”

- Carlo Bellieni

Si parla ancora della figura dello psicologo a scuola. Gli ultimi violenti fatti di cronaca sembrano raccomandarlo. Tre spunti di discussione

scuola alunni bambini 1 pixabay1280 640x300 Bambini (Pixabay)

Si parla ancora – per fortuna! – della figura dello psicologo nelle scuole. Si è tenuta il 30 gennaio un’audizione presso la Camera dei deputati, dove hanno potuto esprimere il loro parere gli esperti nel campo, ribadendo l’utilità e la non procrastinabilità dell’introduzione di questa figura. Ci si rifà a vari disegni di legge, come quello n. 2631 che recita all’art 1: “Nelle scuole di ogni ordine e grado è istituita la figura professionale dello psicologo scolastico al fine di sostenere lo sviluppo e la formazione della personalità del minore, di supportare le istituzioni scolastiche e le famiglie, di contrastare e prevenire i fenomeni di abbandono e di dispersione scolastica, di bullismo e di disagio giovanile”.

Il fatto che venga sottolineato che lo psicologo va introdotto nelle scuole di ogni ordine e grado ci conforta, perché troppo spesso l’idea dello psicologo scolastico è vista come quel palliativo atto ad arginare fenomeni di delinquenza, bullismo, dispersione scolastica che tanta figura fanno sulle pagine dei giornali. O a prendersi carico della fisiologica inquietudine adolescenziale, scambiata dai massmedia per patologia da curare.

Ovviamente, curare bullismo o dipendenze varie è cosa utilissima, e va fatta. Ma non è tutto.

Lo psicologo ha una sua azione importante invece nel “sostenere lo sviluppo e la formazione della personalità”, e questo, si badi bene, o si fa iniziando a prendersi carico del disagio dei bambini piccoli (scuole elementari ed asili), oppure si prendono provvedimenti quando ormai i buoi sono fuggiti dal recinto. Perché il danno alla personalità, quello più profondo, avviene di solito nei primissimi mesi ed anni di vita, quelli in cui si formano le mappe operative mentali, quelle in cui si supera lo stato edipico. Poi, il danno, se c’è stato, è fatto ma non è stato prevenuto o colto in tempo: si può intervenire, ma a fatica.

Il danno si fa nei primi mesi di vita. I genitori non sanno dove imparare l’arte del “crescere i pupi”; allora o si affidano a manuali con le istruzioni per l’uso, con tutti i limiti che questi strumenti hanno, oppure ci sono due finali possibili: trascurare i bambini o essere pesantemente possessivi. Ma chi aiuta a venirne fuori? Forse una figura nella scuola primaria e dell’infanzia che, assieme agli insegnanti delle primarie, intercetti il disagio dei piccolissimi sarebbe utile. Con molta discrezione. Perché il disagio inizia lì, ma nessuno lo sa. Il disagio e il carico di sensi di colpa o di autodisistima inizia lì, nei primi 3-4 anni di vita. È a questa età che già si manifestano segni di asocialità, di aggressività, di manifestazioni psicosomatiche.

C’è un passo in più da comprendere: la malattia mentale sociale. Purtroppo, i modelli sociali che i ragazzi vivono e interiorizzano sono sconfortanti; ogni generazione ha avuto i suoi cattivi maestri di brutte ideologie, ma la presenza di aggregazioni intermedie (famiglia, circoli, associazioni) era un bell’antidoto. Oggi i ragazzi brancolano come rinchiusi in navicelle spaziali, in balia dei venti cosmici, arrangiandosi ma non trovando punti e soprattutto incontri di riferimento. Modelli sociali orrendi (consumismo, social media, influencerismo) portano a sviluppare un senso di malattia mentale sociale, che non è il disturbo mentale personale, ma lo stato mentale sociale. Si badi bene: ogni civiltà e ogni generazione ha avuto i suoi livelli di crisi mentale sociale. Dalle generazioni cresciute col mito dell’eroe e della guerra, se non della razza, alle generazioni imbambolate dalla droga psichedelica, per passare poi alle generazioni sessuofobiche o a quelle legate al giustizialismo.

Oggi abbiamo altri disagi, che esplodono in una fragilità personale e dei legami oltremodo inquietante. Insomma, non rimpiangiamo troppo il passato, perché ogni generazione ha avuto il suo cruccio mentale sociale. Ma il disagio psicologico personale, sul quale interviene lo psicologo scolastico, non deve essere confuso con il disagio mentale sociale. Il disagio psicologico è una questione personale, sulla quale si può lavorare. Il disagio mentale sociale invece è un “rumore di fondo” grave ed invalidante, del quale nemmeno ci si accorge e che male si rimuove. Occorrerebbe una risurrezione dei “corpi intermedi” suddetti; o la fortuna di avere ancora una famiglia presente e degli amici validi; o un impegno dello Stato a fare cultura della crescita infantile.

Terzo punto, non sottovalutare la necessità di aiuto psicologico degli insegnanti e dei genitori. È noto il fatto che le professioni “altruistiche” (polizia, medici, infermieri, insegnanti) hanno un rischio di burnout alto. Sul burnout dei docenti vedasi un interessante studio canadese pubblicato nel 2022 sul Journal of Environmental Research and Public Health. È altrettanto noto che l’aiuto psicologico al minore non può di solito essere disgiunto dall’aiuto alla famiglia. Il disagio infantile spesso riflette disagi familiari o delle singole persone genitoriali che sono incancreniti nel tempo, ma che possono essere curati.

Quindi, prendendo spunto dai movimenti in campo legislativo su questo tema, offriamo tre punti alla discussione.

– Iniziare la presenza dello psicologo dalle scuole primarie, per intercettare i primi segni di disagio;

– aprire la possibilità della consulenza psicologica anche a quelle famiglie in cui si riscontri la necessità di un intervento sul minore;

– considerare la possibilità della consulenza psicologica per gli insegnanti che ne facessero richiesta.

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