SCUOLA/ Ricominciare: si può solo se la nostra ferita è un ponte verso gli altri

- Alfio Pennisi

Prima un’estraneità, poi un incontro. E lo sguardo cambia. Nell’allievo e nel maestro, in “Zebra” e Wilson. Una rilettura di Chaim Potok

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New York (foto R. Maniscalco)

“Imparerete a guardare in un altro modo”. A parlare è John Wilson, quarantenne alto e magro, viso scarno, collo muscoloso, capelli lunghi, perennemente insaccati in un cappellino blu. E una giacca con una manica vuota e floscia: il braccio sinistro glielo ha tolto il Viet Nam, dove pilotava l’elicottero. Ha di fronte una quindicina di ragazzini che hanno scelto di frequentare il suo corso estivo di educazione artistica: tra di essi c’è Zebra, che in realtà si chiama Adam ma che tutti chiamano Zebra perché gli piace correre.

Gli piaceva, per lo meno: prima che – all’angolo della Franklin Avenue – trascinato dalla sua stessa corsa sfrenata, non fosse finito in strada, dove un’automobile l’ha preso in pieno. Difficilmente, dicono i dottori, Adam potrà correre come prima: la gamba sta guarendo, ma il braccio e la mano…

Prima di continuare, diciamo che non stiamo parlando di cronaca vera: Zebra è un formidabile racconto per ragazzi di un formidabile scrittore, Chaim Potok, e dire che sia solo un racconto per ragazzi è una gran menzogna.

Varrebbe la pena leggerlo all’inizio dell’anno scolastico, in classe, insegnanti ed alunni insieme. Perché fa capire cos’è la relazione educativa meglio di centomila saggi.

Ed ora torniamo alla nostra storia, al suo inizio.

L’estate è vicina, mancano tre giorni alla fine delle lezioni e Zebra, come gli capita spesso, trascorre da solo la sua ricreazione, appoggiato alla rete di recinzione della scuola. La mano sinistra gli fa un male cane, e nell’ora precedente si è preso pure una lavata di capo dal professore di geografia perché si è distratto a guardare il cielo, fuori dalla finestra.

Da una traversa della Franklin spunta un tipo un po’ strano, che si mette a frugare tra i bidoni della spazzatura. Poi va verso la scuola, vede Zebra, gli si avvicina e gli chiede – con voce amichevole e timida – dove sono gli uffici: vuole proporre un corso di educazione artistica estiva. Zebra glielo dice, e gli dice anche di non parlare col preside, che è scorbutico e fissato con la disciplina; meglio la professoressa English, la vicepreside, che è gentile e gli offrirà un caffè mentre lo ascolta.

Il suggerimento è buono: Wilson ottiene di fare il corso e torna da Zebra, per ringraziarlo. E invitarlo a iscriversi. Adam, però, non ama l’arte e tanto meno gli piace disegnare: “Non credo che verrò”, gli dice. “Ok, fa’ come vuoi. Però voglio darti una cosa, una specie di regalo di ringraziamento”. E così, appoggiato alla rete di recinzione, sudando e con la mano lurida di inchiostro che si muove veloce sulla carta, Wilson disegna qualcosa su un foglio; poi lo arrotola, lo porge a Zebra e se ne va. Zebra srotola il foglio e vede un disegno a tratteggio, una riproduzione perfetta del suo viso. Il giorno dopo, Adam si iscrive al corso.

Sant’Agostino scriveva che ciascuno è attratto dal proprio piacere: a Zebra qualcosa sicuramente è piaciuto. Il suo ritratto? O Wilson che l’ha fatto?

In ogni caso Adam imparerà, come promesso da Wilson nella prima lezione, a trasformare la carta in volti e la spazzatura in persone: sculture, cioè, fatte con pentole vecchie, giornali sgualciti, pezzi di corda e scheletri di ombrelli.

Un giorno Wilson dà un compito per casa: disegnare o costruire qualcosa di speciale, qualcosa che abbia suscitato nei ragazzi un’emozione profonda. Zebra disegna un elicottero. E poi ne costruisce uno, con una scatola di sardine, una frusta da cucina rotta, forcine, bottoni e altri rimasugli. E per incollare tutta questa roba, senza quasi accorgersene, stira due dita della mano sinistra che aveva dimenticato di avere.

Anche Wilson, ricevendo le due opere di Zebra, sentirà sussultare qualcosa che aveva dimenticato di avere e che dovrà guardare in un altro modo.

Non vi togliamo il piacere di leggere il resto della storia, quindi non ne parleremo più, se non per dire che ciascuno dei due si ritrova – avrebbe detto Edith Stein – a cogliere l’esperienza vissuta altrui.

E le loro ferite – fisiche ed interiori – lungi dall’essere un impedimento, si rivelano il varco attraverso cui i due si incontrano nella ricerca di ciò che sommamente può soddisfarli.

In un’aula scolastica.

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