SCUOLA/ Ritorno in classe, i mantra (da evitare) di una generazione adulta in crisi

- Riccardo Prando

In quasi tutta Italia ricomincia la scuola, senza la Dad. Si rinnova la sfida di accendere il desiderio. Possibilmente evitando ricette fallimentari

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(LaPresse)

Incredibile come nella scuola italiana cambino in fretta le regole perché rimanga gattopardescamente come prima.

Pensiamo ai Piani dell’offerta formativa, per esempio, che pur ripetendo più o meno le stesse cose devono essere aggiornati per legge ogni tre anni, salvo mutamenti sempre possibili da un anno all’altro. Oppure alla documentazione annuale richiesta per fornire ad un alunno con disabilità i supporti didattici ed educativi, quasi che la ricerca medico-scientifica possa compiere passi da gigante da un mese di settembre all’altro. O alle modalità di svolgimento degli esami sia di terza media sia di quinta superiore, sempre diversi da ministro a ministro. O, ancora, ed eccoci arrivati a bomba, all’utilizzo della didattica a distanza, in arte Dad.

Nei due anni della pandemia è stata al centro di furibonde contese tra chi la osannava (i più) e chi la respingeva, fino ad accorgersi che non si trattava – come da più parti sostenuto – della panacea di molti, se non di tutti i mali. Se ne sono sentite di ogni colore tra dirigenti, docenti, studenti, genitori.

A fine agosto scorso è arrivato lo stop dal ministero: “La normativa speciale legata al virus Sars-CoV-2, che consentiva tale modalità, cessa i propri effetti con la conclusione dell’anno scolastico 2021-2022”. Finalmente una parola chiara, a fronte di dirigenze scolastiche che hanno interpretato la precedente normativa a proprio piacimento e senza subire alcun intervento dall’alto, per esempio attraverso i dirigenti scolastici territoriali.

Basti ricordare che in alcune scuole è stata imposta la Dad un po’ al mattino e un po’ al pomeriggio o solo al pomeriggio, magari anche al sabato (con i plessi chiusi) e c’è anche (contro la vulgata che vuole gli insegnanti scansafatiche) chi ha svolto lezioni a distanza alla domenica mattina (da non credere, non fosse che chi scrive ne è stato testimone). Tutto purché non in contemporanea con le lezioni in presenza e con ciò infischiandosene del moltiplicarsi delle ore di lavoro ben oltre i limiti contrattuali (e senza ricompensare i malcapitati attingendo al fondo di istituto). In altri casi si è agito esattamente all’opposto, vale a dire consentendo (anzi, imponendo) la Dad proprio durante le normali lezioni in classe.

Detto questo, a riprova che il nostro sistema didattico-educativo vive ormai sul fai-da-te e sulla buona (o cattiva) volontà dei singoli, ci viene per istinto da associare proprio tale utilizzo indiscriminato della Dad con quella “noia che ha ucciso i giovani” di cui giustamente ha parlato lo psicologo Paolo Crepet da queste colonne lo scorso 31 agosto. Scremiamo dal discorso l’esilissima fascia di studenti i quali, grazie alle notevoli doti naturali e coltivate di cui dispongono, riescono ad imparare in qualsiasi situazione ambientale si trovino. Sono le alunne e gli alunni del 100 e lode o giù di lì. Parliamo, invece, di tutti gli altri, i molto bravi, i bravi, i “così-così”, i “per niente”. Cioè la quasi totalità. Per loro, lavorare in Dad è stato spesso un vero tormento e, appunto, una noia mortale.

Ma attenzione a credere che sia tutta colpa della didattica online. Il problema arriva da molto più lontano, come Crepet evidenzia molto bene: “La parola desiderio, in latino, significa mancanza delle stelle, cioè dell’infinito. Ma se le stelle i tuoi genitori te le regalano, che desiderio di che cosa avrai?”. Vale anche se alla parola “genitori” sostituiamo “insegnanti”, cioè se sovrapponiamo la famiglia alla scuola.

Anni fa lessi un articolo in cui l’intervistato – uno psicologo dell’età evolutiva di cui non ricordo il nome – portava questa riflessione al paradosso di citare l’adulto che riconsegnava il ciuccio al pargolo ogni volta che questi lo sputava per gioco giù dal seggiolone: “Così facendo – era il succo del discorso – egli impara dalla più tenera età che al sorgere di un problema, in questo caso la mancanza del ciuccio, c’è sempre qualcuno pronto a risolverlo”. E addio educazione, che presto lascerà spazio alla noia di chi, potendo avere tutto, non cercherà più niente.

Certo, è un caso estremo e come tale va considerato, ma se lo trasponiamo in famiglia (il cellulare di ultima generazione, le scarpe sempre alla moda e via discorrendo) e a scuola il succo non cambia: regalare promozioni a go-go (siamo stati facili profeti nel giugno scorso proprio da queste pagine) com’è accaduto con l’ultimo esame di maturità, che di maturo non conserva ormai più niente (promosso il 99,9% dei candidati, ma solo perché il restante 0,1 si dev’essere scordato di presentarsi) e all’esame di licenza media di primo grado serve, da un lato, a prenderci tutti in giro e, dall’altro, a confermare che la scuola è l’esperienza più noiosa che possa capitare ad un giovane di oggi.

A meno che abbia la fortuna (sempre sul Sussidiario ne riscontriamo a volte la testimonianza) di incontrare insegnanti (magari appoggiati dalle famiglie, casi ancora più rari) capaci di “salvarli insegnando loro a sognare”, come ancora afferma Crepet. Non nel senso di limitare il desiderio – che è tensione all’infinito – alla materialità della vita, magari camuffata sotto forma di possesso affettivo, come sempre più spesso registrano drammaticamente le cronache, ma di modus vivendi, di modalità interiore grazie alla quale affrontare con la necessaria libertà di cuore (e di ragione) ogni aspetto della quotidianità.

Ma se l’avvio dell’anno scolastico (in quasi tutta Italia oggi) segnerà l’ennesimo ritorno ad un insegnamento statico, ridotto ai contenuti per i contenuti, così come anche alla loro sostituzione con i mitici “laboratori”, le classi aperte, le tecnologie innalzate a docenze, le competenze che tutto includono e nulla chiedono (tutti mantra dell’ultima, pavida generazione), non rimarrà che lavarsene le mani per poter regalare promozioni a tutti, chiedendo in cambio il cosiddetto “minimo sindacale” e a volte neppure questo. Insieme, naturalmente, a quintali di noia capaci di soffocare anche l’innato istinto rivoluzionario (nel senso migliore, di ricerca di sé) di chi è ancora capace di sognare.

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