SCUOLA/ Senza “allenamento alla realtà” avremo solo bambini tiranni

- Michele Zappella

Il saggio appena uscito di Giorgio Ragazzini, cofondatore del "Gruppo di Firenze", contiene una diagnosi accurata e una serie di proposte per salvare la scuola

scuola esame maturita 20 lapresse1280 640x300 Esame di maturità (LaPresse)

Una scuola esigente (Rubbettino, 2023) è un libro bello e importante, in cui Giorgio Ragazzini, cofondatore del “Gruppo di Firenze” e autore di molti articoli su temi relativi all’istruzione (non pochi usciti sul Sussidiario), mette a fuoco le relazioni tra la frequente debolezza dell’educazione familiare, il dilagare delle pedagogie permissive, la carenza di senso civico e la drammatica realtà della scuola italiana, per la quale propone delle precise alternative. Sin dall’introduzione il libro denuncia la grave crisi dei ruoli educativi e il parallelo impoverimento culturale delle nuove generazioni, a causa di una politica scolastica di facilitazione degli esami, di assunzioni senza concorso, di svalutazione delle conoscenze fatte passare per nozionismo.

Il libro si apre prendendo in esame l’educazione, la cui fondamentale funzione sociale viene spesso dimenticata, come se riguardasse esclusivamente la formazione individuale e il successo dei nuovi venuti. Per tutti e due i versanti è necessario un “allenamento alla realtà”, cioè al rispetto di regole e limiti e alla tolleranza di insuccessi e delusioni. Si tratta, in altre parole, del ruolo che nella crescita ha la frustrazione. Già nei primi anni settanta l’etologo Konrad Lorenz criticava i sostenitori della “non frustrazione”, a causa della quale “migliaia di bambini sono diventati nevrotici infelici”. Per questa strada siamo poi arrivati al “bambino tiranno”. Da questa realtà deriva una dinamica familiare, sempre più frequente, che può avere conseguenze lontane gravi, come la violenza con i compagni nell’adolescenza e quella contro le donne.

Peraltro le dosi di frustrazione, a cui i figli vanno esposti gradatamente, possono essere somministrate in vari modi. Nella mia esperienza di neuropsichiatra che incontra bambini di pochi anni, accompagnati da genitori spesso sconvolti da diagnosi pesanti, uso frequentemente un comportamento allegro e affabile e dico al bambino, scherzando, “Qui comandano i grandi!”, continuando subito dopo con complimenti relativi a qualche semplice buon risultato. In un contesto festoso l’effetto del “no” sul bambino è utile quanto quelli espressi nei modi più severi. Comunque articolato e proposto, il no mantiene la sua funzione di guidare il bambino, di metterlo di fronte alla realtà e fare in modo che sempre più ci arrivi da solo.

Tra i molti temi che il libro affronta c’è la sempre minore conoscenza della storia, a sua volta sintomo della perdita di prestigio della tradizione, il formidabile patrimonio di conoscenze, di realizzazioni e di conquiste delle generazioni che ci hanno preceduto. Eppure conoscere la nostra eredità culturale, e con questa i diritti e i doveri di ogni cittadino, è un’acquisizione fondamentale che si collega allo studio della storia. È bene sottolineare che in questo l’Italia si distacca nettamente da altri grandi Paesi europei (penso in particolare alle tradizioni di Francia e Russia), in cui la storia patria è coltivata sin dai primi anni di vita con musiche, balli, spettacoli adeguati all’età dei bambini per diventare poco alla volta conoscenza sempre più articolata e complessa di quell’insieme di risultati culturali, sacrifici ed esperienze sociali che nel corso del tempo hanno coinvolto la comunità di cui fanno parte. In questo modo la storia diventa un riferimento educativo che può essere la premessa di una varietà di esperienze successive e un abito mentale spesso fondamentale nella ricerca scientifica e nella cultura in genere. Ragazzini cita opportunamente a questo proposito il sociologo Frank Furedi: “È paradossale che in un periodo in cui i governanti sono ossessionati dall’idea che le nuove generazioni vanno messe in grado di adattarsi ai cambiamenti, sia stato svalutato lo studio teoretico del cambiamento dell’uomo durante i secoli”.

Le numerose e approfondite pagine dedicate al Profilo della scuola indulgente si fanno notare fra l’altro per la ricchezza di esempi, di testimonianze e di proposte puntuali. Tra queste, come combattere il declino dell’italiano, da tempo arrivato fino alle aule universitarie, sul quale dettero l’allarme 770 accademici con un appello che ebbe larga eco; e come superare la “bocciatura in blocco” nelle superiori passando a una diversa organizzazione degli studi.

Con l’autorevole supporto dell’Ocse, Ragazzini rivendica poi la fondamentale importanza della disciplina, che definisce giustamente “una normale esigenza” in qualsiasi situazione collettiva. “La disciplina, infatti, non è altro che l’osservanza delle norme, anche non scritte, che rendono possibile la vita della società”. Cancellare a scuola il significato positivo dell’autorità dell’insegnante ha favorito la moltiplicazione di aggressioni tra studenti, e quindi del bullismo, con una parallela estensione di episodi di teppismo verso gli insegnanti da parte dei genitori. Ricordo volentieri, pensando alla mia passata esperienza di studente, che fino alla fine degli anni cinquanta la parola degli insegnanti era legge per tutti i genitori, che non si sarebbero mai sognati di mettersi in aperto contrasto con loro. Ragazzini cita Ernesto Galli della Loggia che parlò sul Corriere della Sera di una “vera e propria abolizione di fatto della disciplina”, concludendo poi in un suo libro che “gli uomini e le donne della politica, più che mai quelli che oggi tengono banco, sono ormai loro stessi in buona parte un prodotto della scuola, di quella scuola. I quali (…) non riescono a pensare altro che nei termini dei suoi miti, dei suoi tabù”.

I capitoli che mi stanno particolarmente a cuore come neuropsichiatra infantile sono due: quello dedicato alla “retorica dell’inclusione”, cioè alla tendenza a concepirla molto spesso come puro e semplice inserimento in classe degli allievi con disabilità e degli stranieri senza tenere adeguato conto delle loro effettive esigenze (per esempio quella di imparare prima l’italiano); e quello sulle “epidemie di diagnosi”. A quest’ultimo proposito, voglio ricordare che essere indietro nella lettura non vuol dire necessariamente che il bambino sia dislessico. La letteratura scientifica indica che tra i bambini che non sanno leggere solo 1 su 5 è indietro per ragioni neurobiologiche. Gli altri lo sono per cause ambientali e sociali.

Naturalmente vengono giustamente messe sotto accusa in queste pagine le iniziative che tendono a delegittimare aspetti della scuola che fanno parte della formazione di un bambino: dare compiti a casa e opporsi fermamente a qualunque scorrettezza verbale o fisica verso gli insegnanti e i compagni. Di questo e di molto altro ancora parla questo libro, in particolare della necessità di migliorare la formazione degli insegnanti sul piano della selezione iniziale e delle capacità didattiche e relazionali. Infine, una particolare e rara attenzione viene data all’etica professionale, attraverso una proposta di principi-etico deontologici su cui in ogni scuola si potrà liberamente riflettere.

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