SCUOLA/ Studenti 15enni che non sanno leggere: la cura c’è ma chi la vuole?

- Riccardo Prando

Appena il 5% dei 15enni studenti italiani è capace di distinguere in un testo tra fatti e opinioni. Ci vorrebbero meno “open day” e più puntini sulle i: lettura, scrittura, conto

scuola_elementare_alunni_studenti_2_lapresse_2018
Scuola (LaPresse)

Qualche anno fa la scrittrice (allora anche docente di scuola media superiore) Paolo Mastrocola raccontò alla platea di un premio letterario il suo primo approccio da mamma al sistema scolastico italiano: “Girai diversi istituti della mia città (Torino, ndr) per capire dove iscrivere mia figlia alle elementari – disse più o meno -. Tutti magnificarono questo o quel progetto educativo, ma non riuscirono a convincermi. Finché provai in un istituto retto da suore. Madre, chiesi, cosa insegnate ai vostri bimbi di prima classe? Noi iniziamo dall’alfabeto, insistiamo affinché scrivano bene, le o che non assomiglino alle a, le lettere i con il puntino sopra, mi rispose. Avevo trovato ciò che cercavo: iscrissi mia figlia lì”.

Ecco, di fronte alla assoluta drammaticità dei dati Ocse-Pisa (che non sta per la città toscana, ma per Programme for International Student Assessment) diffusi il 3 dicembre (appena il 5 per cento degli studenti italiani di 15 anni è capace di distinguere in un testo tra fatti e opinioni, come dire che il 95 per cento di loro non sa leggere nel senso vero del termine, 23esimo posto su 29 Paesi considerati), basterebbe partire da qui: dall’insegnamento preciso e costante dell’alfabeto. Dal sussidiario, insomma, come il nostro “quotidiano approfondito”.

Perché, diranno mamme, papà, nonni, zii che non hanno più a che fare con la scuola da quando ci andavano loro, non è più così? No, non è più così. Lo dicono gli insegnanti di scuola media inferiore e superiore alle prese con allievi che in media sono molto più ignoranti dei loro genitori proprio nelle qualità di base che permettono l’approccio a qualsiasi disciplina: lettura, scrittura, conto.

Lo assicura l’esperienza che ciascuno può fare proprio in questi giorni. Andate in uno qualsiasi dei tanti, troppi open day che ciascuna scuola sente il diritto-dovere di allestire al proprio interno in vista delle iscrizioni che partiranno subito dopo la pausa natalizia. Assisterete ad un vero e proprio mercato dove, come dice il proverbio lombardo, “chi vusa pusèe, la vaca l’è sua” (tradotto: chi grida più forte, si porta a casa la vacca).

In pratica: maestre e direttrici didattiche (per la verità anche docenti e dirigenti di altri ordini, ma qui limitiamoci alla scuola di base di primo grado, le elementari, perché da lì origina il problema) fanno a gara nel proporre i più svariati, luccicanti, incredibili progetti: utilizzo del computer (a bambini di 6 anni!), ballo latino-americano, corso di modellismo militare, cucina vegetariana sono quelli in cui mi sono imbattuto io. A discapito, naturalmente, di lettura, scrittura, calcolo. Raro il caso di docenti che parlino di alfabeto e tabelline, morto e defunto da tempo l’insegnamento del corsivo, che pure una larga fetta della psicopedagogia contemporanea giudica di grande valore per imparare precisione e bellezza del tratto, ma anche per sviluppare meglio le capacità cognitive.

Un altro esempio? È trascorso quasi mezzo secolo da quando i libri di testo hanno iniziato a sostituire i testi con le immagini, sbandando da un capo all’altro: “La nostra società vive di immagini, gli alunni imparano meglio e prima vedendo una foto che leggendo pagine e pagine di storia o geografia”, si diceva. Il risultato è non solo che i libri di testo oggi in uso, stracarichi di immagini, sono dei bigini che impediscono all’alunno il ragionamento, ma che ragazzi anche delle superiori faticano a reggere la visione di un film di due ore, strumento cardine nella didattica fino a pochi anni fa.

Come dire che, quanto a capacità cognitiva, siamo tornati all’anno zero: anche per questo si sente parlare ormai da tempo di emergenza educativa e non soltanto per il comportamento. Eppure i dati parlano chiaro, anzi urlano addirittura: quanto a capacità di lettura, i quindicenni italiani hanno totalizzato 476 punti contro la media di 487, che è poi la stessa che avevano raggiunto ad inizio millennio, ben diciannove anni fa. E, naturalmente, si sta peggio al Sud e nelle isole che al Nord. Eppure, al termine del percorso scolastico obbligatorio la percentuale di promossi sfiora il 100 per cento ovunque, con punte di assoluta eccellenza nel meridione grazie all’elargizione a piene mani di 100 e lode alla maturità.

A questo punto mi viene un sospetto… 476: come l’anno in cui, salito al trono imperiale il soldato barbaro Odoacre, crollò per sempre l’Impero Romano d’Occidente. Strana coincidenza numerica: che voglia suggerirci qualcosa?

© RIPRODUZIONE RISERVATA