SCUOLA/ Test Invalsi fuori dalla maturità: Guareschi aveva già capito tutto…

- Luisa Ribolzi

C’è chi chiede di escludere i test Invalsi dalla documentazione per gli esami di maturità. Meglio il soggettivismo valutativo. Costoro preferiscono gli Edo Food di Giovannino Guareschi

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Esame di Stato (LaPresse)

Carlotta giunse le mani.

“Insomma – gridò implorante – vogliamo proprio contenerci come i tarentini, i quali mentre Attila era alle porte stavano discutendo se i Cherubini avevano le ali o no?

“Prego – interruppe zio Gastone – non si trattava di tarentini ma di bizantini, e Attila non c’entrava: si trattava di altri barbari. Inoltre, la questione era ancora più sottile. Non è vero, Edo?

“Sì sì – ammise Edo, il quale, non mancando di un certo senso pratico si disinteressava completamente della faccenda –. Sì sì, deve essere appunto la storia di Sodoma e Gomorra.

“Sodoma e Gomorra? – si stupì il signor Gastone Food –. Come mai Sodoma e Gomorra possono essere immischiate in tutta questa faccenda? Non mi pare.

“Allora diciamo Castore e Polluce – ribatté Edo con indifferenza –. L’importante, nei fatti storici, non sono i nomi dei protagonisti, ma gli ammaestramenti morali che da essi fatti derivano. La faccenda di Enea che fugge da Troia con Anchise sulle spalle è importante soltanto perché ricorda un mirabile tratto di amor filiale; che la figlia si chiami Enea e il padre Anchise poco conta. Anche se la figlia si fosse chiamata Leonida e il padre Bisanzio la cosa sarebbe identica.

Si trattava, evidentemente, di uno dei più sciagurati ragionamenti della storia di ogni tempo, ma era condotto con una certa eleganza verbale e il signor Gastone Food rimase perplesso. 

Questa lunga citazione da uno dei miei libri preferiti, Il marito in collegio di Giovannino Guareschi, ha un suo perché: mi è stata ispirata dalla luminosa decisione di Nicola Fratoianni, parlamentare della commissione Cultura a Montecitorio, di escludere i risultati dei test Invalsi dalla documentazione che ogni studente presenta all’esame di maturità.

Una richiesta in tal senso era stata presentata dai sindacati all’effimero ministro Fioramonti, la cui uscita di scena aveva lasciato in sospeso la questione. Dichiara nell’inserire il suo emendamento nel Milleproroghe il valoroso parlamentare di LeU: “I risultati delle prove Invalsi fuori dal curriculum dello studente. Sono uno strumento di lavoro conoscitivo, non servono a valutare docenti e studenti”. E qui, ahi ahi, il fatto che si parli di “valutare docenti e studenti” fornisce una chiave di lettura della vicenda.

I test Invalsi non servono affatto a valutare i docenti: che poi i docenti medesimi ritengano di avere un qualche ruolo nel (de)qualificare studenti che a 15 anni risultano deficitari quanto agli apprendimenti, mi sembra un buon segno di autovalutazione, se non fosse che per timore di essere eterovalutati (da malvagi ispettori asserviti al potere, mi immagino) gli insegnanti e soprattutto i loro sindacati, temendo le possibili conseguenze (ma quando mai? Nella scuola italiana non hanno conseguenze né il merito né il demerito) decidono di chiedere a gran voce l’abolizione.

Il nostro deputato, libero e uguale, presumibilmente desideroso che tutti siano uguali come lui, e consapevole della profonda ingiustizia derivante dal fatto che i giudizi degli insegnanti in molte zone del paese sono largamente più benevoli delle valutazioni oggettive, pur con i loro limiti, accoglie il grido di dolore e abolisce, vanificando il legittimo desiderio di chi aveva fatto bene di utilizzare questo suo merito.

Mi immagino che i sostenitori del soggettivismo valutativo adottino la stessa tecnica anche in presenza di un figlio febbricitante, rifuggendo dalla fredda misurazione del termometro per toccargli la fronte, sentenziare “mi sembra fresco” e mandarlo a scuola, dove – orrore! – lo aspettano “gli Invalsi”.

Chiedo al lettore di perdonarmi il sarcasmo, ma Tiziana Pedrizzi sul Sussidiario e sul Corriere Andrea Ichino hanno sviluppato ragionamenti validi e convincenti sulla negatività di questo provvedimento, e io mi sono sentita autorizzata a prenderla sul ridere.

Vorrei però chiudere con una breve, seria riflessione. Nel progettare il miglioramento, che dovrebbe essere l’obiettivo di ogni insegnante, bisogna fare buon uso della valutazione, non solo nel senso tradizionale, per segnalare a ogni ragazzo a che punto si trova nel suo processo di apprendimento, ma anche come valutazione del proprio lavoro, per tenere sotto controllo la progettazione, le fasi operative, gli snodi su cui intervenire.

La misurazione dei livelli di apprendimento, che è oggetto dei test Invalsi sulla scorta dell’indagine Pisa, che peraltro nella sua ultima edizione apre a una visione più complessiva e meno tecnicistica della persona e delle sue capacità reali, serve a capire non tanto che cosa i giovani hanno imparato, ma come sanno usarlo.

Se la valutazione è un modo per far crescere i ragazzi, è evidente che l’insegnante che non capisce se i suoi allievi imparano o no, e che non sa modificare i propri comportamenti in base a quello che hanno imparato, è un cattivo insegnante: la valutazione serve per decidere che cosa fare, ed è importante che in questo processo di decisione, che costituisce il cuore della progettazione educativa, si tenga conto non solo degli esiti, ma di quello che accade mentre si impara.

Può darsi che sia irrilevante agli occhi dei sindacati e di alcuni politici se la nostra scuola finirà col produrre tanti Edo Food capaci di disinvolti ragionamenti storici, sia pure esposti con una certa eleganza verbale, piuttosto che giovani preparati in grado di far fronte alla complessità della società contemporanea.

Quanto a me, spero di essere libera (magari non uguale) di preferire che resti un personaggio umoristico.

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