SCUOLA/ Una disputa a squadre: il bello di argomentare e “dimenticare” la Dad

- Vincenzo Rizzo

Un dibattito a squadre, argomentato e regolamentato: un istituto di Verbania ha rinnovato la tradizione della “disputatio”. Un modo per ridestare la ragione

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LaPresse

Anche in un anno scolastico così difficile e complesso è stato possibile vedere una passione in atto, capace di contagiare e unire. È quello che è accaduto al Cobianchi di Verbania, dove numerosi docenti hanno sperimentato un progetto didattico innovativo: il dibattito argomentato e regolamentato.

Si tratta di un protocollo ideato da Adelino Cattani, docente di Teoria dell’argomentazione all’Università di Padova. Lo studioso, autore di diversi studi scientifici, nella sua feconda e attiva progettazione educativo-metodologica ha ripreso l’antica tradizione della disputatio, ristrutturandola e adattandola alla contemporaneità. Nella competizione si fronteggiano, di volta in volta, due squadre di sette elementi, aiutati dalla classe di appartenenza, a dibattere su un tema assegnato di natura controversa. Una delle due si trova a difendere il pro, l’altra il contra. Ogni squadra, allenata da un docente della classe, deve formulare delle argomentazioni solide e in grado di resistere alle obiezioni critiche della squadra avversaria. Nella gara prevale chi riesce a dimostrare, davanti a una giuria composta da tre docenti, una più efficace abilità oratoria, una cogenza nella capacità argomentativa, una migliore forza nelle obiezioni.

Insomma, questa attività obbliga gli studenti di una classe a ricercare fonti, dati, testi che possano suffragare e aiutare la propria posizione, favorendo un continuo confronto con i compagni, al fine di ottenere un risultato positivo. Si tratta di uno studio vivo e vitale, che mette in moto i ragazzi, desiderosi di essere protagonisti. Gli studenti ricercano i loro docenti per confrontarsi, per ricevere qualche consiglio e anche per superare l’ansia della competizione.

I nostri giovani, forse troppo coccolati e oggi talvolta impauriti da ciò che accade, cercano un coach che rafforzi la loro autostima e che li aiuti a credere di potercela fare, andando fino in fondo nella gara. Desiderano esserci e fare bella figura con i loro coetanei e scorgere dalla mascherina alzata degli avversari uno sguardo non nemico. Vogliono sentire un nome da cercare su Instagram e trovare chi ha fatto quella particolare obiezione che li ha messi in crisi o guardare finalmente il viso di un coetaneo/a che ha suscitato emozione.

E così è stato. Finalmente dopo mesi di Dad, vissuti con coraggio, poi con rassegnazione e infine con trepidazione per la possibile riapertura, i ragazzi sono usciti dagli schermi, lasciando il chiuso della loro classe, per dibattere. Hanno partecipato ben otto classi, gareggiando in aule ampie e spaziose e mantenendo il distanziamento. I giurati hanno ascoltato voci diverse, parole decise, toni convinti che si confrontavano su temi di attualità: “I social media hanno un impatto negativo sui giovani” e “Non ci sono diritti universali: i diritti sono connotati sempre nel tempo e nello spazio”. 

È stato bello vedere ragazzi che sembravano spenti dietro gli schermi riacquistare vigore, prendendo la parola. E capire il lavoro fatto per avere pathos nell’espressione e logos nella costruzione argomentativa, intuendo il grande impegno profuso. E poi facce deluse per un’obiezione non rintuzzata o gioia per un intervento bello e vibrante. E poi la domanda sempre ripetuta al prof. della classe: “come sono andato/a?”, con una risposta per tutti. Non un’ipocrisia, ma una condivisione di semplice umanità vera e non scontata. Sì, perché dietro quegli sguardi inquieti fa capolino qualcosa di più grande che a tutti, proprio a tutti fa amare questa vita strana fatta di regole mai viste prima. 

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