SCUOLA/ “Viva la vita”: dalla bocciatura al successo il passo (a volte) è breve

- Emanuela Tangari

Un giovane svogliato, senza passione. Bocciato. Poi un’opportunità insperata: l’incontro con una scuola che risponde ai suoi interessi. E tutto cambia

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“Non va bene niente. Le scuole sempre peggio, gli insegnanti peggio. Le periferie cadono a pezzi e la situazione degli allievi è drammatica (ma in centro anche). Il problema dei giovani è che per colpa dei social network stanno sempre più rinchiusi in casa; ma il problema dei giovani è che stanno buttati per strada senza scopo, incapaci di concentrarsi in una stanza…” e così via. Giornali, televisioni, media, fino alle chiacchiere in fila alla posta: si parla sempre di qualcosa, si giudica sempre tutto, abitualmente rilevando tutto ciò che non va. Una novità degli ultimi anni? Certamente no. È l’antica consuetudine di cercare di esprimere le proprie idee: talvolta per il gusto del lamento, talvolta per sfogo, altrove per un più ottimistico tentativo di riflettere, discutere; forse per l’insoddisfazione umana di volere qualcosa di diverso. Ma sempre – mi piace sperare – per la voglia di sentire, conoscere, essere sorpresi da una novità.

Bisogna allora negare che tutti i problemi di cui sopra esistono? Impossibile: a voler fare un elenco, quello sarebbe solo l’inizio. Ma la realtà è sempre più complessa, più creativa. Le cose che non vanno bene sono tante ed è buono che vengano dette e guardate. Ma guardate a partire da che cosa?

Tra le tante storie che sarebbe bello raccontare, ripenso in questi giorni a una in particolare, quella di un ragazzo ora adolescente che conosco da anni, con una smania di vita talvolta incontrollata sin da quando era piccolo: polemico, ribelle, immaturo come tutti i ragazzi, eppure attentissimo e pieno di vitalità. Carattere da leader, ma come tutti soggetto (e spesso vinto) al rischio di farsi “trascinare”, come si dice, da ciò che fanno gli altri. Un ragazzo che fa fatica a studiare, a concentrarsi, a stare sui libri per più di qualche minuto; a stare semplicemente seduto e fermo dietro il banco di scuola. E che, per questo, dopo qualche mese del primo anno di superiori smette direttamente di presentarcisi, dietro quel banco (con l’ovvia conseguenza di venire bocciato).

Forse oggi, a dispetto di tempi passati, la prima soluzione a situazioni simili è individuare una causa più o meno diretta: imputando la responsabilità ora alla scuola, ora agli insegnanti, alle materie, agli studenti stessi con la loro incapacità di impegnarsi, o finendo una volta sì e una no alle prese con una diagnosi di Dsa. Tutti motivi possibili, ma a volte azzardati e spesso non risolutivi.

Ho seguito invece la vicenda di questo ragazzo che – complice il supporto di una famiglia perspicace, che ha sempre cercato un’opportunità concreta per preservare da un lato il carattere del proprio figlio e dall’altro la sua formazione, e con l’aiuto dei giusti contatti – si è trovato nella fortunata circostanza di poter verificare una possibilità adeguata a sé. La sua passione per la musica e l’esigenza di cambiare aria lo hanno quindi portato, anche grazie a coincidenze propizie, ad iscriversi ad un liceo musicale di cui ha scoperto l’esistenza: nella sua stessa regione, ma non abbastanza vicino per fare avanti e indietro da casa ogni giorno. Di conseguenza, ha dovuto trasferirsi nel convitto studentesco convenzionato con il liceo.

Mi è bastato sentirgli pronunciare qualche frase per sobbalzare sulla sedia: ascoltarlo raccontare che, dopo aver studiato il pomeriggio per l’interrogazione dell’indomani, la sera alle dieci era “salito nell’aula studio” a ripassare; sentirlo preoccuparsi per il livello del suo inglese, di cui mai si è interessato negli anni della scuola, sperando per la prima volta di non andare troppo male al compito; sentire il tono di soddisfazione, stupore e sano orgoglio nel dire che quella mattina aveva preso sette più all’interrogazione di storia. Chi lo avrebbe detto? chi lo avrebbe immaginato?

Ma queste possibilità esistono. Senza andare necessariamente oltreoceano e menzionare i college americani (con i loro lati anche negativi), basti pensare già all’efficienza di tante scuole italiane, tra cui proprio queste musicali, o le scuole militari, che offrono agli allievi la possibilità di frequentare il triennio delle superiori, venendo introdotti anche ad uno stile di vita caratteristico di quell’indirizzo e ai suoi obiettivi.

Non si tratta di scuole in cui semplicemente si impara un mestiere: questo dovrebbe anzi essere – forse in passato lo era in maniera più manifesta e reale – l’intento degli istituti professionali o tecnici. Ciò che forse definisce maggiormente quei percorsi formativi sembra invece un’altra peculiarità, in qualche modo riconosciuta e ricercata da chi li sceglie. Si tratta infatti di scuole in cui si entra a far parte di un’identità più proclamata, che si tratti della scuola navale della Marina militare o di quella della squadra sportiva in cui si gioca; in questi luoghi è implicita una sorta di appartenenza a una comunità in cui si riconosce uno scopo, o quanto meno una passione; è implicito l’obiettivo di dover imparare qualcosa, e di doverla condividere. È detta, pur senza dirla, una coscienza seppur solo accennata del fatto che ciascuno è lì per sé, per realizzare qualcosa: in questi luoghi è chiaro che la vita, il talento, il lavoro, l’impegno, la dedizione, l’amicizia sono tutt’uno. Ciò coincide nella gran parte di queste scuole con uno stile di vita diverso dal solito: la vita comune nel convitto (o nella caserma), le lezioni pomeridiane, i pranzi collettivi, gli orari prescritti e un insieme di regole da rispettare.

Per non viaggiare con la fantasia, ho provato a chiedere a quel ragazzo come si sta trovando, e perché è contento di questa nuova esperienza. La sua risposta letterale è stata: “La cosa più bella che sto vivendo è che sono autonomo. Qui posso fare quello che voglio. Ho più voglia di studiare di quando ero a casa, perché qui hai più disponibilità. Se non capisci qualcosa, non devi spendere i soldi per le ripetizioni: basta che sali all’ultimo piano, dov’è l’aula studio, e ci sono professori pronti ad aiutarti, o compagni a cui chiedere. Se voglio studiare basta che vado all’altro piano e c’è un’aula dove mettermi, anche la sera. Da quando sto da solo sto meglio, perché ho più responsabilità”.

Mi ha impressionato ascoltare queste parole tutte insieme, e vicine: sentire accostati il termine “responsabilità” (di cui si dice sempre che i ragazzi non vogliono saper nulla) con l’essere più contenti; sentir dire che, in un luogo palesemente assai più regolamentato, con orari e ritmi sicuramente più stringenti di quelli che potrebbero esserci nella propria casa e nella propria famiglia, un adolescente possa definirsi più libero, più autonomo.

Questo vuol dire che sarebbe bene abolire le scuole tradizionali e trasformarle tutte in collegi e convitti? Probabilmente no. Ma questi esempi, la testimonianza e il cambiamento di alcuni ragazzi possono suggerire qualche intuizione.

Anzitutto che si può essere creativi: il bello della crisi, compresa la crisi della scuola, è che in essa tutto è da reinventare. Questo vuol dire che tutto si può reinventare, ma anche che si deve farlo. In secondo luogo, questi fatti mostrano che ci sono tante possibilità, e che c’è (ci può essere) un luogo per tutti. Il contrario di dire che tutto va male non sarebbe dire che tutto va bene; ma forse dire che tutto può andare bene, cioè che c’è una chance per tutti: esagitati o no, ribelli o no, iperattivi o no. Chiunque può trovare spazio per sé: persino per ritrovare il gusto di studiare storia, magari a partire da ciò che c’è di più distante, come lo studio della batteria o il gioco del calcio.

Questo è un privilegio anzitutto per gli insegnanti, gli educatori, che ogni giorno possono imbattersi nella realtà più concreta potendo guardare, capire, verificare e percorrere una strada, oppure inventarla dal nuovo.

Per curiosità sono andata a vedere il profilo Whatsapp (una sorta di motto personale che si può inserire sotto la propria foto) di quel ragazzo. Ha scritto tre parole: Viva la vita. Mi ha fatto sobbalzare per la seconda volta. Forse alla prossima occasione in cui vien voglia di lamentarsi dei giovani e del fatto che tutto va male ci si può prima domandare se oggi, almeno una volta, io ho detto “viva la vita”.

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