SCUOLE CHIUSE PER CORONAVIRUS/ Studenti e prof: un’avventura che ci fa imparare tanto

- Caterina Candolo

Il blocco delle lezioni per il coronavirus non ferma nei prof le opportunità di camminare insieme ai propri studenti

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LaPresse

Strana, desueta, incredibile… Questi e tanti altri sono gli aggettivi con cui si può descrivere la situazione che ci troviamo ad affrontare in Italia su tutti i fronti. L’arrivo di un virus che a tratti sembra tanto lontano e a tratti molto vicino, tanto da condurre chi di competenza alla scelta importante di sospendere le lezioni scolastiche e tutte quelle attività che in vario modo possono favorire il contagio. Un virus che, come tutta la realtà, cammina senza avere piedi e si può manifestare così semplice da combattere come così mortale.

L’imprevisto è arrivato e, come in tante situazioni, avvisa ma non troppo, scatena tanta paura nei grandi e nei piccini. In queste settimane abbiamo letto e sentito interventi che si muovono su vari fronti, ma una posizione ormai sembra condivisa: bisogna ridurre quanto più possibile il contagio per sé e per gli altri.

Da settimane, come insegnante, mi ritrovo a dover sostenere e accompagnare i miei alunni e le loro famiglie nell’affronto di misure igieniche più severe rispetto a quelle che nella normalità sono già osservate. Ma un punto davvero interessante è stato quando ci siamo trovati a parlare con le mamme dell’imprevisto nella vita e di come l’idea che qualcosa possa minacciare i nostri bambini ci metta in seria crisi. Chi può garantirci che i nostri bambini non saranno colpiti dal coronavirus di turno? E come è possibile non farsi attanagliare dalla paura?

Nelle scuole del Sud Italia il primo blocco delle lezioni è stato dopo il carnevale, giorni in cui alcune scuole avevano già previsto la chiusura per un paio di giorni. E in fondo qualche giorno in più di vacanza ha goduto del plauso di tanti docenti e, penso tutti, degli alunni.

Durante questo blocco si sono succedute notizie che hanno cominciato a dare una visione più ravvicinata del virus, ma proprio quando sembrava che si potesse tirare un sospiro di sollievo i contagi sono aumentati, ed ecco lì che si presenta la sospensione delle lezioni per un periodo più lungo. Un pomeriggio concitato di video, messaggi e notizie su tutti i social, poi finalmente nel tardo pomeriggio il decreto del Consiglio dei ministri che sospende le attività delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, quindi la conferenza stampa del premier Conte e della ministra Azzolina. Un’ora ancora di chatting dappertutto, e poi il silenzio.

Il giorno successivo, dopo la tempesta, sveglia di buonora e… si ricomincia in un contesto tanto uguale quanto diverso dal solito. Il decreto prevede la sospensione delle attività didattiche, di congressi, riunioni, meeting, uscite didattiche, gare sportive. Ma ad un certo punto nel Dpcm del 4 marzo si legge: “i dirigenti scolastici attivano, per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, modalità di didattica a distanza, avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità”.

Rientrata da appena due giorni, con i motori accesi per volare in alto sino alla fine dell’anno scolastico, mi sono ritrovata dentro un sottile senso di delusione. Pensavo di essere da sola, invece subito dopo ho avuto modo di verificare che anche tanti amici e colleghi vivono il desiderio di poter condividere questo momento, facendo compagnia agli alunni e facendosi compagnia tra colleghi.

Alle 10, su un gruppo whatsapp che condivido con alcuni amici insegnanti, appare il primo messaggio di un’amica che dice di aver sentito colleghi di altre città e che sarebbe interessante condividere come ciascuno sta affrontando questa circostanza. Da lì si dà il via a una pioggia di messaggi in cui scopriamo che tutti noi eravamo impegnati personalmente e con i colleghi della scuola di appartenenza a individuare metodi, strumenti e strategie per star vicini ai nostri alunni. Uno spettacolo di bellezza, gente all’opera!

Esco da casa, mi reco a scuola per effettuare l’annullamento delle uscite didattiche previste in questi giorni e anche lì trovo la mia preside e alcuni colleghi intenti a trovare il modo per raggiungere tutti i nostri alunni e non lasciarli soli davanti a “tv o videogiochi come badanti”, come ha detto Giuseppe Bertagna in un’intervista a Repubblica.

Mi sono ritrovata contenta di partecipare a un dialogo che non nasceva da nessuna forma di lamentela, ma da una passione verso il proprio lavoro. Passione che ci ha guidati verso la scelta di percorsi utili a non caricare in modo eccessivo gli alunni, ma tentando di consolidare il lavoro sin qui svolto e stando loro vicini in qualche modo. Intanto scorrevano i messaggi sul gruppo dei colleghi: alcuni avevano pensato di usare classi virtuali, altri whatsapp, altri ancora erano già stati in classe a prendere i libri. Sul gruppo degli amici insegnanti condividiamo i messaggi che alcuni di noi hanno inviato agli alunni. Tra questi alcuni mi sono sembrati molto significativi.

“Cari alunni, vi scrivo per affrontare la situazione attuale con uno sguardo attento e desideroso di trovare soluzioni. Non possiamo fare lezioni in classe, ma con altre metodiche sì. Dunque, poiché desideriamo che questo anno scolastico ci arricchisca anche nelle difficoltà, troveremo insieme delle strategie opportune per aggirare gli ostacoli e camminare insieme, voi alunni e noi docenti. (…) Stiamo studiando vie comunicative efficaci ed idonee a tale scopo. (…) Sarà un’avventura nella quale di certo impareremo tanto (…). A presto”. Prof. Paola Salamone.

“Cari ragazzi, fino al 15 non avremo il piacere di stare insieme. La scuola solo apparentemente è il luogo dove i ragazzi si scocciano di essere scambiati per delle spugne che devono assorbire una serie di nozioni di cui spesso non si capisce l’utilità. In questo momento che ci viene sottratta possiamo riflettere su cosa è veramente la scuola. Magari potremo scoprire quanto è importante per noi, proprio per noi e non ci abbiamo mai creduto fino in fondo. Eppure io, che ho di fronte ogni giorno i vostri volti, vedo compiersi sempre un miracolo: sguardi dapprima assenti che si fanno sempre più attenti perché si risveglia la curiosità, il desiderio di conoscere che per fortuna è in tutti voi, anche in quelli che la mattina vengono a scuola pensando di non avere niente da imparare. Quello che della scuola non viene accettato è l’impegno personale e la fatica che pure nella vita sono elementi essenziali che prima o poi si devono necessariamente imparare per non perdersi le cose importanti. Credo che questi giorni possano essere una buona occasione per imparare. Non li consideriamo una vacanza, ma una opportunità per prepararci e recuperare quello che ci siamo persi, rimettendoci in linea con i programmi. Questo significa mettere a frutto ogni nostra giornata e non farcela passare senza aver svolto un po’ di quello che è il nostro primo lavoro: studiare. Voglio credere che ognuno di noi voglia raccogliere la sfida che questi tempi particolari ci lanciano: fare delle nostre giornate qualcosa di bello, un’opera d’arte come ci dice questo pensiero che vi invio per invitarvi e sostenervi nell’accettare la sfida di questi giorni.

La nostra vita è un’opera d’arte – che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l’arte della vita dobbiamo – come ogni artista, quale che sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza irritanti per il loro modo ostinato di stare (almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l’impossibile. E possiamo solo sperare – senza poterci basare su previsioni affidabili e tanto meno certe – di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a eguagliare quegli standard e a raggiungere quegli obiettivi, dimostrandoci così all’altezza della sfida”. (Zygmunt Bauman). Prof. Diana Cammareri.

Ancora una volta la realtà si ripropone nella sua problematicità, ma anche nella sua capacità di offrirsi come compagnia umana.



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