SEGNI DI VITA SU VENERE/ Il pianeta infernale dove si può “vivere” solo tra le nuvole

- Paolo Musso

Un gruppo di ricercatori ha scoperto tra le nuvole di Venere la fosfina, un “biomarker” della presenza di vita. Ma il pianeta resta un inferno, con temperature al suolo di 460°

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Il pianeta Venere (foto di Bruno Albino da Pixabay)

Ieri è uscito sulla prestigiosa rivista “Nature Astronomy” un articolo in cui un gruppo di ricercatori internazionali appartenenti a varie istituzioni ha annunciato di aver scoperto tra le nuvole di Venere la fosfina, un composto chimico formato da un atomo di fosforo e tre di idrogeno (in formula PH3).

L’annuncio ha subito suscitato un vivacissimo dibattito, perché, almeno sulla Terra, la fosfina è quasi sempre di origine organica, essendo il sottoprodotto della respirazione di alcuni batteri anaerobici, tali cioè che non respirano ossigeno, ma altre sostanze, tra cui, appunto, il fosforo. Quindi la fosfina è quello che si dice un “biomarker” o una “biosignature”, cioè un “segno” o una “firma” della presenza di vita, che è l’unico modo in cui possiamo sperare di individuarla su altri pianeti dove non possiamo andare di persona, come è appunto il caso di Venere, che è un autentico inferno, con una temperatura al suolo di oltre 460 gradi. Tuttavia, la fosfina è stata individuata nella stratosfera, a un’altezza compresa tra i 52 e i 63 chilometri, dove la temperatura è molto inferiore e l’esistenza di qualche forma di vita è in teoria possibile, come aveva già ipotizzato, addirittura nel 1967, il grande astronomo Carl Sagan.

Che un organismo vivente non respiri ossigeno può sembrarci strano, ma in effetti per quasi due miliardi di anni sulla Terra nessuno lo faceva, tanto che quando le prime alghe cominciarono a produrlo in grandi quantità causarono la più grande estinzione di massa della storia del nostro pianeta. Meno del 10% delle specie viventi sopravvisse a quella che non per nulla viene chiamata “la grande crisi dell’ossigeno”, anche se essa si rivelò fondamentale per la successiva evoluzione della vita: la respirazione, infatti, è essenzialmente una reazione chimica che serve a produrre energia e quella a base di ossigeno è incomparabilmente più efficiente di qualsiasi altra, per cui senza di essa non potremmo avere gli organismi complessi che oggi popolano il nostro pianeta, compresi noi stessi.

Non aspettiamoci quindi i classici “omini verdi” e neppure le meravigliose meduse giganti che Arthur C.  Clarke, in uno dei suoi racconti più poetici, immagina volteggiare nella stratosfera di Giove: i venusiani, se ci sono davvero, potranno al massimo avere le dimensioni dei nostri batteri, con forme e funzioni probabilmente molto simili.

Tuttavia, anche la scoperta di un solo microrganismo extraterrestre sarebbe straordinaria, non soltanto in sé, ma anche e soprattutto per le sue implicazioni. Se infatti la vita fosse nata indipendentemente su due pianeti – la Terra e Venere – la cui distanza su scala cosmica è praticamente zero, allora anche la probabilità che ciò sia accaduto per puro caso sarebbe praticamente zero e quindi bisognerebbe ammettere che quasi certamente la vita è nata su tutti o almeno su gran parte dei pianeti: e siccome ormai sappiamo che i pianeti nascono insieme alle stelle, sicché praticamente ogni stella ne ha qualcuno che le gira intorno, solo nella nostra galassia avremmo centinaia di miliardi di pianeti su cui è sorta la vita, e a quel punto sarebbe davvero difficile che almeno su qualcuno non sia sorta anche l’intelligenza.

Ma, appunto, il problema è “se”. E infatti, come sto vedendo proprio “in diretta” anche dalla chat del Seti Committee (il gruppo di studio interdisciplinare della International Academy of Astronautics di cui faccio parte, che si occupa della ricerca della vita nel cosmo), almeno per ora l’entusiasmo va di pari passo con le perplessità, che sono anch’esse più che giustificate.

Anzitutto, come sempre nella scienza, serviranno delle verifiche indipendenti, per essere sicuri che il dato sia genuino e non prodotto da qualche errore sperimentale, sempre possibile anche quando si usano, come in questo caso, due fra i migliori telescopi del mondo, il Maxwell del Mauna Kea, nelle Hawaii, e l’Alma, ubicato sulle Ande cilene nel deserto di Atacama.

Inoltre, come riconoscono anche gli autori dell’articolo, anche se confermato, questo sarebbe solo un indizio, perché la fosfina di per sé può essere prodotta anche da processi chimici inorganici. Ciò che lo rende così interessante è il fatto che l’atmosfera di Venere tende a distruggere rapidamente la fosfina, il che presuppone che essa venga continuamente rigenerata e i ricercatori sostengono di non essere riusciti a immaginare nessun processo inorganico “ragionevole” adeguato alla bisogna. Tuttavia, queste affermazioni devono sempre essere prese con molta cautela.

È vero, infatti, che spesso la scienza procede così, convalidando un’ipotesi non direttamente, ma tramite l’esclusione di tutte le possibili alternative (come diceva Sherlock Holmes, “escluso l’impossibile, ciò che resta, anche se improbabile, dev’essere necessariamente la verità”), però questo metodo funziona bene solo quando le alternative sono poche e ben definite.

Non per nulla, i filosofi della scienza di orientamento antirealista si basano sulla tesi della cosiddetta “sottodeterminazione delle teorie”, secondo cui qualunque fenomeno potrebbe essere spiegato in un numero infinito di modi diversi. In termini generali la tesi della sottodeterminazione è falsa, perché i fenomeni naturali, proprio come i delitti, sono in genere così complessi che ci sono pochissime spiegazioni alternative accettabili. Tuttavia, quando si tratta, come in questo caso, di un fenomeno piuttosto semplice, allora le possibili spiegazioni sono moltissime e diventa molto difficile essere sicuri di averle davvero esaminate ed escluse tutte.

E ciò è ancor più vero se si tratta di Venere, che, pur essendo il corpo celeste per noi più facile da raggiungere (subito dopo la Luna, ovvio), resta ancor oggi quasi sconosciuto. Il motivo sta proprio nella sua densissima e venefica atmosfera, che da un lato rende difficilissima qualsiasi ricognizione dall’alto, mentre dall’altro risulta letale in pochissimo tempo non solo per gli esseri viventi, ma anche per qualsiasi sonda automatica che tenti di posarsi al suolo.

Al confronto, Marte ormai è quasi “il cortile di casa nostra”: infatti la sua atmosfera estremamente rarefatta ci ha permesso di mapparlo quasi con la stessa precisione della Terra e i vari robot che vi abbiamo inviato sono “sopravvissuti” addirittura per anni, scorrazzando in lungo e in largo e inviandoci una miriade di dati. Eppure, nonostante tutto ciò che abbiamo imparato, ancor oggi non riusciamo a interpretare in modo univoco i risultati del famoso esperimento del Viking, risalente al 1975, né gli altri possibili “biomarkers” marziani.

Così stando le cose, è praticamente impossibile che questa scoperta, anche qualora venisse confermata, basti da sola a darci delle certezze a proposito di un pianeta di cui non sappiamo invece ancora quasi niente.

L’unico modo per sapere se i “venusiani al fosforo” esistono davvero è mandare una sonda che prelevi dei campioni dell’atmosfera del pianeta alla giusta altezza: molto più difficile (e soprattutto molto più lungo) a farsi che a dirsi, ma comunque possibile.

Sono sicuro che qualcuno, da qualche parte, ha già iniziato a buttare giù il progetto.

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