Si può rimanere amici in lockdown?/ “Tecnologia ok ma per i ragazzi c’è l’angoscia”

- Niccolò Magnani

Lo studio sui rapporti di amicizia durante pandemia e lockdown: la tecnologia ci salva (per ora) ma per i più giovani l’angoscia regna sovrana. “Basta paura, serve speranza”

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Studenti in Dad nella Piazza di Regione Lombardia, a Milano, per protestare contro le misure del governo (LaPresse)

È possibile rimanere amici durante la pandemia, i lockdown e i divieti? Non è una domanda retorica dato che tutti – ricchi, poveri, lavoratori, disoccupati, giovani, anziani, famiglie e single – in questo biennio 2020-2021 stanno sperimentando in un modo o nell’altro la solitudine e la vita sociale quasi azzerata. Su Libero la collega Daniela Mastromattei, presentando uno studio di Snapchat, ha provato a delineare la situazione attuale tra ansie, paure, desideri e necessità di una vita di “comunità” ai tempi del Covid-19: «Niente aperitivi, cene fuori, cinema, teatro, concerti. Ci manca tutto. E ancor di più il contatto fisico», scrive l’esperta di costume e moda.

L’amore come l’amicizia sono nuclei vitali e sempre da “rinfocolare” per l’essere umano, ma se il primo ha ricevuto “batoste” in pandemia ma in qualche modo ha “retto”, per gli amici il discorso è molto più complesso avendo i lockdown – ma anche le misure anti-Covid e un certo qual terrorismo “infuso” in tutti questi mesi – di fatto “ucciso” ogni qualsiasi possibilità di socialità “fisica”. In questo marasma è la tecnologia ad emergere come caposaldo che fa tenere alti italiani un minimo di socialità necessaria per poter andare avanti.

LA TECNOLOGIA C’È MA NON BASTA (SPECIE PER I GIOVANI)

Lo studio commissionato da Snapchat rivela come mail, messaggi, chiamate, videochiamate siano state centralissime nei periodi di quarantena forzata: «Comunicazione telematica (comprese le videochiamate) e social, da alcuni demonizzati per l’ uso esagerato che se ne faceva, si stanno rivelando un’ ancora di salvezza. Quasi sei italiani su 10 confermano di utilizzare maggiormente i canali online per dialogare rispetto a prima della pandemia», scrive l’editoriale di Libero presentando i risultati dello studio. Il 50% degli italiani addirittura confida agli esperti nell’intervista come siano diventate le conversazioni “tecnologiche” assai più profonde e meno superficiali di prima della pandemia. Il lato positivo dunque non manca per fortuna, dato che ben un italiano su due abbia sentito il bisogno di sentire in questi mesi di lockdown non solo gli amici di tutti i giorni più volte ma anche di risentire gli amici d’infanzia o quelli persi nel tempo. Non solo: «qualcuno ha provato a migliorare i rapporti con gli attuali», aggiunge la ricerca.

Secondo Elisabetta Ruspini, professoressa associata di Sociologia presso l’ Università di Milano-Bicocca «Stringere e mantenere amicizie è cruciale per la salute e il benessere individuale. Le amicizie possono essere un supporto emotivo importante nell’affrontare eventi traumatici di qualunque tipo. Rappresentano vicinanza, complicità e fiducia. E in questo periodo ancora di più». Chi però sta risentendo di più di questa assoluta mancanza di contatto fisico sono i più giovani, in particolar modo gli adolescenti: non solo per la Dad a scuola ma anche per tutto il correlato annesso di una vita da “teen” di colpo reclusa in casa. «Loro vivono l’ età fragile di chi ha più bisogno di complicità e confronto con i coetanei. Vivono l’ angoscia e l’ ansia dei divieti. Viene negata loro la possibilità di nuovi incontri e conoscenze, dei primi innamoramenti. Mesi vissuti con la paura di perdere quel tesoretto di amicizie ancora in embrione e non ancora sbocciate», attacca su Libero la psicoterapeuta Emma Cosma. Come quotidiano informato e informante in tutti questi mesi di pandemia, anche il Sussidiario si “unisce” all’appello lanciato su Libero dalla professoressa Ruspini commentando lo studio sul tema amici & pandemia: «E le istituzioni devono smetterla con il terrorismo, ora c’ è bisogno di sostegno e gratificazioni. Il messaggio che deve passare non può essere più quello della paura ma quello della speranza».

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