SINDACATI E POLITICA/ L’illusione di Cgil, Cisl e Uil sulla manovra

- Giuliano Cazzola

In settimana ci sono stati nuovi incontri tra le parti sociali e il Governo per discutere delle misure da inserire nella manovra

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Annamaria Furlan, Carmelo Barbagallo e Maurizio Landini (Lapresse)

Raccontano che Francesco I dopo la sconfitta nella battaglia di Pavia (1525) scrivesse alla madre: “Signora, tutto è perduto fuorché l’onore”. Prima di svolgere qualche considerazione, abbiamo atteso – ritardando l’articolo – la conclusione del ciclo d’incontri tra le confederazioni sindacali (se c’erano anche le altre parti sociali nessuno se ne è accorto) e i due governi; come la Libia infatti, nel Bel Paese vi è un governo simil-Serraj (riconosciuto dalla comunità internazionale) e uno somigliante a quello presieduto dal generale Haftar. Se non ci fosse stato un barlume di dignità da parte di Maurizio Landini (non ho capito che cosa hanno fatto gli altri segretari generali) nel rifiutarsi di varcare per la seconda volta le Forche caudine del Viminale per onorare il Vitello d’oro, il 6 e il 7 di agosto sarebbero state giornate inutili, da dimenticare.

Al di là dei doverosi e apprezzabili recuperi di dignità, la tornata di incontri mette in evidenza la debolezza del sindacalo che si sforza di salvaguardare un proprio ruolo, nel tentativo di influenzare in qualche modo la manovra d’autunno, discutendone con gli interlocutori naturali a palazzo Chigi e ponendo un tardivo rimedio all’assurda legittimazione che nelle settimane precedenti Cgil, Cisl e Uil avevano concesso a un ministro che pretendeva di snaturare la gerarchia delle istituzioni democratiche abusando di un potere anomalo.

I sindacati si sono presentati a palazzo Chigi come alla sede in cui sarà varato il disegno di legge di bilancio. Non sappiamo che cosa si siano detti per davvero, ma tutti erano consapevoli che a quel tavolo non si sarebbe deciso nulla, perché la manovra – se si farà – sarà discussa e condivisa da Bruxelles. Il giorno dopo, invece, è iniziata al Viminale la recita a soggetto (il secondo tempo è il raduno di Sabaudia). Salvini parla delle politiche pubbliche per slogan, senza curarsi della realtà, senza approfondire alcun problema, con la sicumera che certe soluzioni (si pensi alla flat tax o a quanto verrà contrabbandato per essa) siano comunque le migliori perché sono le sue.

Alla fine c’è sempre la fata Morgana del deficit di bilancio. Ma il 1° gennaio prossimo non è già previsto (nella legge di bilancio 2019) un incremento dell’Iva da 23 miliardi? Anziché sterilizzare la clausola di salvaguardia la rinnovano implementata a una cifra astronomica? Ma sarebbe come mettersi nelle mani dei “cravattari”. Che senso ha dichiarare adesso di fregarsene delle regole – sono decenni che i bilanci si fanno in deficit (senza strappi, con misura e condivisione dei nostri partner) – se non quello di creare una discussione finta, muscolare, celodurista, rodomontica, che metterà nei guai un Paese – che ha dei problemi, ma che nonostante tutto se la cava – per inventarsi alla fine – grazie a Conte, a Tria e al Quirinale – una via d’uscita che non si trasformi in una resa senza condizioni?

Nei giorni scorsi un noto politologo faceva notare che, alla fine, i barbari non fanno quello che dicono. Ma si adeguano, buoni come agnellini. D’accordo, ma a quali costi per noi tutti e per la credibilità del Paese? Perché scomodare polemiche inutili, procedure d’infrazione, batticuori per lo spread: solo per banali atti di bullismo? Ora però sembrano tornati i tempi della spada di Brenno.

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