SONDAGGI/ “Le armi a Kiev non cambiano la fiducia nel governo, il caro bollette sì”

- int. Alessandro Amadori

Gli italiani sono contrari (52%) all'invio di armi all'Ucraina non è questo il motivo della flessione nei consensi di Giorgia Meloni

giorgia meloni Giorgia Meloni, presidente del Consiglio (LaPresse)

52 per cento. Sono gli italiani contrari alla fornitura di armi all’Ucraina, secondo un sondaggio diffuso nei giorni scorsi da Euromedia. È uno dei dati più alti da quando il governo Draghi varò il primo decreto, nel marzo 2022. Secondo un sondaggio Emg del 17 marzo scorso, il 55% degli italiani era contrario ad armare Kiev, il 33% era favorevole, il 12% non aveva risposto.

Un anno fa i contrari all’intervento Nato erano il 62%, oggi sono il 68%, mentre la percentuale di coloro che sono per l’invio di armamenti è salita al 39%. Sono dati elaborati da istituti demoscopici diversi, ma attestano un dissenso che rimane maggioritario.

Abbiamo chiesto ad Alessandro Amadori, vicedirettore dell’Istituto Piepoli, di valutarne le possibili ricadute politiche. “Sono marginali” ci dice il sondaggista. “Semmai, il governo deve temere altro”.

Dunque l’invio di armi non ha effetti sul consenso al governo Meloni?

In tutti i Paesi, i temi di politica internazionale hanno un impatto molto limitato sul consenso ai governi, che vengono molto di più valutati sulle questioni interne, in particolare quelle che riguardano l’economia domestica, l’economia del quotidiano, il costo della vita, i livelli occupazionali, la sanità, il welfare. Il tema è emotivamente coinvolgente, ma la sua traduzione in un mutamento delle intenzioni di voto è molto marginale.

La percentuale dei contrari si è mantenuta più o meno stabile rispetto a un anno fa. Perché?

L’Italia ha sempre guardato con grande favore ad una strategia della moderazione, del ricorso nella misura minore possibile all’invio di armi, sia pure per ragioni difensive. Sia chiaro: è un tema sentito, ma appartiene per ora soltanto alla sfera del “sentiment”, non a quella della decisione politica.

E se l’Italia fornisse armi che consentono a Kiev di colpire il territorio russo?

Neppure questo cambierebbe le opinioni in modo significativo. L’unica decisione che potrebbe realmente determinare un forte impatto sul gradimento del Governo sarebbe quella di entrare direttamente in guerra contro la Russia. Fino a che si tratta di fornire armi, oltretutto all’interno di un concerto internazionale, lo escluderei. Non è su questo che si gioca il futuro demoscopico del Governo Meloni.

Come sono percepiti Draghi e Meloni sul tema delle armi all’Ucraina?

La continuità è nei fatti, oggettiva. E come il Governo Draghi non ne ha risentito in alcun modo, è altamente probabile che per il Governo Meloni sarà lo stesso.

La testa della Nato sono gli Stati Uniti. Il 68% è contrario a un intervento “diretto” da parte dell’Alleanza atlantica. Come valuta il sentire atlantista degli italiani?

L’opinione pubblica italiana è più composita rispetto a quella di altri Paesi come Gran Bretagna e Germania, anche per la forte presenza sul territorio e nell’opinione pubblica della Chiesa e del suo messaggio. Questo fa sì che gli italiani abbiano da sempre, sull’atlantismo e sulla collocazione internazionale, una posizione favorevole ma non preconcetta.

Cosa significa?

Vuol dire che prevale un diffuso desiderio di pace, con una particolare predisposizione e sensibilità per la diplomazia, cioè per l’ascolto delle ragioni degli altri. Siamo un Paese di mediazione.

Dunque si fa sentire il peso della Chiesa. Nonostante la crescente secolarizzazione?

Per quanto la Chiesa abbia perso mordente, resta un importante “influencer”. Più che in Francia e Germania. In Italia a riconoscersi nell’insegnamento della Chiesa è ancora un buon 25%. Siamo lontani, è ovvio, dall’incidenza del passato.

E se veniamo a quella che ha chiamato “economia del quotidiano”?

Qui le cose cambiano. Vado in ospedale e vedo come funziona, mi rivolgo alla giustizia e vedo cosa succede, idem quando esco per strada la sera; vedo quali prospettive di occupazione avranno o non avranno i miei figli. Vado a far benzina e spendo di più, e le bollette sono più care.

Diversi istituti hanno di recente registrato una flessione per FdI tra mezzo punto e un punto percentuale (secondo Ipsos tra il 31,7% di dicembre e il 30,5 di settimana scorsa). Da cosa dipende la variazione?

Il prezzo della benzina misura il costo della vita quotidiana. Su questo ed altri aspetti, come le bollette, prima del voto c’era un’aspettativa di inversione del trend che è stata smentita dalla continuità Meloni-Draghi in politica economica. E questo può aver eroso marginalmente un po’ di consenso.

Nessuno ha la bacchetta magica.

No, infatti. Tuttavia in tema di economia reale delle famiglie l’opinione pubblica si aspettava misure più coraggiose.

(Federico Ferraù)

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