SPILLO CGIL/ I referendum di Landini che rottamano i progressi per l’occupazione

- Gerardo Larghi

La Cgil ha avviato la raccolta firme per quattro referendum, il cui obiettivo non sembra essere quello di favorire l'occupazione e le tutele dei lavoratori

Landini Cgil Ansa1280 640x300.jpeg Maurizio Landini, Segretario generale della Cgil (Ansa)

Dopo dice che uno si butta a sinistra! E tutto per colpa del vocabolario: maledette parole e soprattutto maledetto il momento in cui i genitori, ignari ma fiduciosi e ottimisti sul mondo, hanno deciso di pagare anni di studio convinti che un laureato è meglio di un cantante o, come per il sottoscritto, di una mancata guida alpina. Tanto più se il cantante in questione ha la voce di un corvo o se in montagna ci vai per piacere mica per lavoro.

Buoni: non vogliamo parlarvi della nostra vita, mica siamo su Twitter o come diavolo si chiamano quelle maledette applicazioni che hanno sostituito le tanto più sane osterie di una volta. Perché se non altro le opinioni intelligenti come un lichene lì erano scusate dalla qualità, e dalla quantità, del vino! Adesso invece ti arrivano addosso aggratis e senza nessun etilico coadiuvante!

Permetteteci, ripetiamo, di maledire con voi il momento in cui ci hanno insegnato che le parole avevano un senso e che se volevi dire proprio quella cosa lì dovevi piegarti a impiegare quel vocabolo, quel verbo, quella locuzione, mica il suo contrario. Si vabbè, rideranno i sapientoni, è mo’ che hanno inventato l’antilingua e mica avevano aspettato la woke culture per rimbambire la gente con parole senza senso (e normalmente senza grammatica). Ma capitemi anche voi e abbiate la pazienza di soffrire con me.

Ti alzi una mattina di primavera, marzo finalmente fa il matto, non c’è nemmeno da lamentarsi col Governo per il meteo. La moglie non reclama, guai in vista pochi, la salute tiene. Tutto va quasi per il meglio, o così credi, e poi scopri che la Cgil, eh sì la Cgil!, dà il via a quattro quesiti referendari: uno sul superamento del contratto a tutele crescenti e l’altro sull’indennizzo nelle piccole imprese, previsti dal Jobs Act, il terzo sulla reintroduzione della presenza delle causali per i contratti a termine, il quarto relativo agli appalti, sulla responsabilità del committente sugli infortuni sul lavoro. Le agenzie hanno doverosamente annotato che “lo ha deciso l’assemblea generale, nell’ambito di una strategia complessiva di mobilitazione”. Chissà cosa vuol dire “strategia complessiva”: non bastano i contenuti di almeno tre dei quattro quesiti per capire che più che strategia quello intrapreso da Landini assomiglia al viaggio di un kamikaze?

Come si fa a voler abolire il meccanismo che negli ultimi anni ha permesso al mercato del lavoro di reggere, moltiplicando le opportunità per la gente e riducendo la disoccupazione? Avremmo capito che l’idea balzana di fare un bel salto all’indietro fosse stata avanzata dal console, o come si chiamava, delle fascistissime Corporazioni di “quando c’era lui”. Ma dalla progressistissima Cgil! Vedi mai che, a forza di andare a sinistra anche il rossissimo sindacato landiniano non si sia ritrovato a destra. Comunque, seguitemi ancora nel ragionamento: se al Governo ci sono i conservatori e i sovranisti (parolone che una volta almeno voleva dire: “monarchici” e sul quale al limite si discuteva tra Savoia e Borboni e adesso invece indica gente “che cambia le sue idee con la frequenza con cui si cambiano le mutande”), i progressisti staranno per forza dalla parte opposta. Bella pa’ mi si dice: così sarebbe se il mondo avesse ancora una logica, ma gli è che oggi a destra ci sono i conservatori e a sinistra i regressisti.

Così però uno si perde: dove stanno i progressisti? In quale dantesca foresta si nascondono? Non è che, pensiero inquietante, sono stati rapiti anche loro dagli alieni come Elvis Presley e Jim Morrison e oggi stanno tutti su Alfa Centauri a cantare Light my fire?

Abbiate pazienza, ripetiamo. Siamo disorientati. Il mondo è alla rovescia e scusateci se sembriamo uno dei tanti commentatori da TikTok, uno di quei vecchietti che guardano con passione il cantiere davanti a loro e intanto distillano pensieri complessi.

Gli è che non riusciamo a farci una ragione che qualcuno per migliorare le condizioni di lavoro della gente pensi di usare uno strumento che, quando fosse accolto, quando pur riuscisse a far indire una consultazione popolare, se anche raggiungesse il quorum e vedi mai fosse approvato dalla maggioranza dei votanti, otterrebbe come massimo risultato quello di far tornare indietro le cose a un tempo in cui le tutele dei lavoratori erano inferiori alle attuali. A quando, insomma, per non poter licenziare non si assumeva neppure, il mercato era bloccato e la gente se voleva uno straccio di stipendio doveva adeguarsi a lavorare in nero. Sarà che il nero da qualche mese è tornato di moda, ma che la rossa portabandiera del sol dell’avvenire se ne faccia l’alfiere ci sembra davvero troppo.

Pensate a uno come me, vecchio il giusto per ricordare l’eskimo e le velleità rivoluzionarie dei ventenni ma sufficientemente oratoriano per coniugare il tutto con i Vangeli: uno cresce con l’idea che progredire vuol dire andare avanti; che sono millenni che funziona così; che non si va avanti retrocedendo, e che mica puoi usare proprio quella parola lì se vuoi dire a uno “ehi amico, girati e torna indietro”.

Sarà pur vero, come mi ricorda con inquietante frequenza un amico, che noi siamo l’Italia e che Italia make great again (il che mi lascia qualche dubbio sulla salute mentale di questo fratello). Insomma, noi tutto possiamo. Sì beh: potremo tutto, ma non vorrei che qualcuno si mettesse in testa di imitare i nostri valorosi alpini, quelli con le autarchiche scarpe di cartone, che a forza di avanzare strategicamente dalle rive del Don si ritrovarono a Milano. Perché sarò vecchio e retrogrado, a me pare che così non si vada avanti e che invece si torni al punto di partenza.

Sono passati gli anni: di rivoluzione, per fortuna, nemmeno l’ombra, l’eskimo è tornato nell’armadio insieme ai vecchi scarponi, la nostalgia si è sostituita alla rabbia, ma se credete ancora al valore delle parole abbiate la compiacenza di riflettere con uno che suppone che il progressismo sia andare avanti e che la questione sia sempre quella di inventarsi come far stare meglio la gente e non come aggiungere difficoltà ai problemi.

Saremo vecchi e biechi, ma a noi pare che il progresso si contrapponga alla conservazione e che nella sua storia l’uomo abbia sempre lottato per stare meglio mica per peggiorare le proprie condizioni. Eravamo convinti che si può discutere, litigare ma comunque tutti, specialmente i progressisti, cioè quelli che vogliono progredire e mica vogliono muoversi alla velocità di un gatto di marmo, cercassero di arricchire la vita della gente. Mai si era visto un sindacato, anzi il sindacato progressista per definizione (o almeno per definizione propria), sostenere che per andare avanti bisogna tornare indietro. Tra un po’, vien da pensare, li reperiremo tra i nostalgici “der baffone” (e allora perché no del “crapùn”?).

Perché, chiediamo ai compagni, intestardirsi a usare uno strumento che non apporterà miglioramenti alla condizione dei lavoratori? Perché è chiaro che, retorica gruberiana permettendo, se vincesse il futuro ipotetico referendum non c’è un solo punto tra quei tre di cui sto parlando che vedrebbe il ritorno a una condizione migliore per i lavoratori. A meno che uno si sia convinto che “niente contratto” sia meglio di un “contratto di lavoro regolare”, ripetiamo e provochiamo.

E poi: non c’erano davvero alternative allo strumento? Possibile che neanche un parlamentare minimo, un occupatore intermittente di un qualche strapuntino romano e poco importa se di maggioranza o minoranza, avesse voglia di farsi carico di presentare una proposta di legge nella quale si proponessero le migliorie cigielline al mercato del lavoro? Non sarà che, ma qui confessiamo che i nostri pensieri confinano davvero con quelli dei più perfidi personaggi del cinema, roba da Joker insomma, i deputati c’erano pure ma mancavano al riguardo idee precise e credibili?

Perché, insomma, non fare come la Cisl e raccogliere le firme per presentare proposte che, condivise o meno, tendono a costruire invece che a disfare? Ammettiamo pure che qualcuno (ma non noi, sia chiaro) si dispiaccia che i lavoratori siedano nei CdA delle aziende, ma non v’ha dubbi che quella del sindacato di Gigi Sbarra è un’azione che mira ad avanzare, cioè a progredire. Insomma, a mettere un passo davanti all’altro, mica a fare dietrofront magari canticchiando il vecchio motivetto dei Gufi “non spingete scappiamo anche noi”.

Al netto di tutto quel che (di male) si può pensare in merito ai contenuti e allo strumento messi a punto dalla Cgil (dannosi i primi, vecchio il secondo), ci sembra comunque che il punto più debole di questa decisione sia il percorso pensato da Landini: perché in un momento in cui i bisogni dei lavoratori si vanno diversificando rispetto a prima, quando le domande dei ceti più deboli e dei ceti medi non sono più le stesse di una volta e quindi richiedono nuovi approcci e uno sguardo innovativo, ecco, suggerire di tornare al passato rischia di essere percepito come una mancanza di idee.

Capite adesso perché uno che il vocabolario se l’è imparato va in crisi? Se neanche le parole hanno più lo stesso senso non ci resta che piangere, che però nella neo-lingua vuol dire ridere.

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