SPILLO/ Elezioni Usa, così il democratico Stiglitz prepara la vittoria di Trump

- Stefano Bressani

L’ultimo libro di Joseph Stiglitz, Nobel per l’Economia 2001, è un pamphlet di retroguardia di un’élite sconfitta dal trumpismo

donald trump ricoverato
Donald Trump (LaPresse)

L’ultimo libro di Joseph Stiglitz – premio Nobel per l’Economia 2001 – è un pamphlet elettorale contro la rielezione di Donald Trump alle presidenziali 2020. Un contributo alla causa – People, power and profit. Progressive capitalism in the age of discontent (Penguin, 2019) – che a un primo sfoglio si potrebbe perdonare a un vecchio leone del progressismo liberal, premiato a Stoccolma per celebrare (prima che fosse troppo tardi) l’età dell’oro di Bill Clinton, di cui Stiglitz fu super-consigliere.

Ma l’ultima fatica dell’economista-guru non è solo scontata nell’obiettivo: è anche rivelatrice della profonda crisi politico-intellettuale dell’élite dominante nell’ultimo trentennio. Quella comunità di potere che – soprattutto sul versante culturale – ha forgiato l’ideologia politicamente corretta: l’ipotesi filosofale che liberismo economico e liberalismo politico potessero fondersi su scala globale, imponendo un modello unico nella “fine della storia”. 

L’elezione di Donald Trump nel 2016 ha mandato in pezzi poteri e pensieri di un intero establishment e la tentazione di considerare l’attuale inquilino della Casa Bianca un gigantesco Cigno Nero – un errore della storia che si può e si deve correggere in fretta – è palpabile in tutte le 250 pagine del libro. Ma è possibile parlare dello strappo di tre anni fa ignorando i trent’anni precedenti? Stiglitz per primo sa che non lo è, sebbene non rinunci a provarci: le citazioni di Ronald Reagan – il Cattivo Maestro – sono più numerose di quelle di Clinton o di Barack Obama, che ha guidato l’America negli otto anni precedenti all’avvento di The Donald. 

Lo sforzo di concentrare attenzione e opinione sul “qui e ora” (l’importante è cancellare subito gli “orrori” del trumpismo) è visibile ed estremo: ma in esso risalta inevitabilmente  anche la rimozione reale di cause e responsabilità (quelle di Stiglitz comprese) dei terremoti che hanno preso ad agitare entrambe le sponde dell’Atlantico.

La ricostruzione – più pensosa che critica, più didascalica che analitica – della globalizzazione finanziaria è estesa. Ma al “fallimento” di Obama – eletto sei settimane dopo il crac di Lehman Brothers e massimo gestore politico della ri-regolazione della finanza – è dedicata una riga a denti stretti. E il presidente viene quasi assolto da Stiglitz dall’accusa di aver perso in anticipo la vera battaglia “democratica” contro il trumpismo: il contrasto al progresso inarrestabile delle diseguaglianze socio-economiche. “Forse è più corretto dire che non ne ha avuto le possibilità”, azzarda Stiglitz, che punta il solito indice contro la solita Spectre di Wall Street e sembra dimenticare che è stato l’oligopolio bancario in affanno il grande elettore del primo presidente “afro”. È così, comunque, che Obama viene ri-narrato oggi come un don Chisciotte impotente, benché quando fu eletto contasse sulla maggioranza nell’intero Congresso, sia stato subito insignito del Nobel per la Pace e costantemente osannato dai media. Soprattutto dopo essere tornato da Parigi con un Accordo sul clima ritenuto fondamentale e decisivo per il futuro del pianeta e di tutti i suoi abitanti.

Naturalmente Hillary Clinton – la grande perdente del 2016 – viene citata da Stiglitz solo per deplorare non un grandioso fallimento politico-culturale, ma solo l’epiteto “deplorevole” affibbiato all’elettorato di Trump nel decisivo Midwest.  E – naturalmente… – non una citazione per Bernie Sanders, il vecchio rianimatore dell’anima radicale dei Democratici. E neppure per Alexandria Ocasio-Cortez, la 29enne deputata “democrat” del Bronx che forse non sfiderà Trump l’anno prossimo, ma viene accreditata di buone chance di diventare un giorno primo presidente donna. 

“AOC” sta già combattendo frontalmente Donald il De-Tassatore proponendo un’aliquota del 70% sui redditi più alti. Invece il Nobel Stiglitz preferisce la sua tranquilla “resistenza conservatrice”: fatta di teorie “para-negazioniste” su un ingombrante passato prossimo e di sempre improbabili “terze vie” per il futuro a lungo termine. Deplorando il presente, ma fingendo soltanto di volere davvero tutto tranne Trump.

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