SPILLO/ Export e industria, le due facce della stessa crisi (europea)

- Giovanni Passali

L’economia europea soffre. Colpa di un modello economico sbagliato sbilanciato troppo sull’export e non sulla domanda interna

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Lapresse

Dopo il calo della produzione industriale tedesca e di quella italiana, arriva inevitabilmente pure il dato del calo della produzione industriale dell’Ue. L’ennesimo dato negativo conferma quello che era già chiaro: dalla crisi non siamo mai usciti (come reso evidente, nonostante tutti i proclami dell’ultimo anno, dall’eccessiva disoccupazione diventata ormai strutturale) e ora il problema si ripresenta in tutta la sua gravità, anzi ingigantito dalle inutili (e quindi dannose) manovre di espansione monetaria della Bce.

Sto definendo inutili quelle manovre, benché siano state necessarie per evitare ulteriori gravissimi problemi per il sistema bancario. Ma sono state inutili per l’economia reale e per la disoccupazione, quindi inutili per risolvere alla radice il problema della crisi che finisce per colpire anche il sistema bancario. Di fatto, è come aver pensato di curare un male grave con l’aspirina.

Altri due dati rendono evidente la gravità della situazione, in particolare per l’economia italiana. Il primo è quello relativo al numero di vendite all’asta degli immobili pignorati, un aumento del 25% rispetto all’anno precedente. Questo fa venire in mente un discorso di un paio di anni fa di Di Maio quando, a Londra, parlando agli investitori, affermò che si sarebbe impegnato a ridurre gli Npl bancari (non performing loans, cioè i prestiti bancari incagliati) facilitando le vendite all’asta. Per essere seri, è difficile stabilire una connessione tra quella promessa di Di Maio con il dato attuale sulle vendite all’asta. Ma quel discorso ha comunque reso chiaro da che parte sta il potere politico.

Il secondo dato è l’aumento significativo (+7,4%) del credito al consumo, celebrato da qualche testata come fosse un dato positivo. Ma l’aumento del credito al consumo vuol dire semplicemente che gli italiani si stanno indebitando per una spesa, non per un progetto. E proprio il consumo fatto a credito (sostanzialmente fatto a rate) è l’origine della distruzione della classe media americana, quello che ha reso scatenato e reso cronica la crisi. Di fatto, il maggior costo di una spesa fatta a credito (a rate) è precisamente il profitto di chi presta il denaro, un profitto finanziario.

Questa è una stortura che si rende evidente nel momento in cui si considera che il denaro viene creato dal nulla. Viene creato dal nulla, ma viene iscritto tra i passivi, cioè contabilmente tutto il denaro in circolazione è debito impagabile nella parte relativa agli interessi. Questo è alla radice il cuore del problema monetario moderno: qualsiasi soluzione che preveda un aumento della liquidità non farà che aumentare il debito totale che, a seconda del particolare sistema economico adottato, finisce col far collassare uno dei tre componenti di qualsiasi società civile: lo Stato, le famiglie e le imprese.

Il crollo della produzione industriale non è nient’altro che una faccia della medaglia dove l’altra, in questo momento, è lo splendido risultato della bilancia commerciale italiana, che ha raggiunto la cifra record di un saldo positivo pari a circa 56 miliardi. Questo risultato, che non è altro che la differenza tra importazioni ed esportazioni, viene dal conseguente crollo del mercato interno. Il fatto è che appare difficile collegare logicamente queste due situazioni: ma lo sono proprio per la gestione scellerata della questione monetaria.

Infatti, un tale successo si ottiene con la compressione dei costi di produzione, tra i quali il principale è il lavoro. Contendo tali costi, però, si distrugge la capacità di spesa dei consumatori, laddove questo diventa un fattore determinante. In altre parole, le basse retribuzioni non sono sufficienti ad acquistare i beni prodotti da chi lavora con quelle basse retribuzioni. E questo succede precisamente nel mercato interno: il risultato è che le aziende focalizzate sul mercato interno (praticamente la maggior parte e le più piccole) si trovano in grandissima difficoltà e finiscono per fallire in gran numero. Questo porta alla disoccupazione e alla possibilità che chi cerca lavoro possa accettare retribuzioni sempre più compresse.

L’alternativa c’è. L’alternativa è che non si abbassano gli stipendi, ma la convenienza deriva da un cambio monetario che permetta la svalutazione della moneta usata da chi lavora e produce. Così i costi di produzione sono contenuti perché pagati in una moneta svalutata. Ovviamente in questo caso ci vuole la sovranità monetaria, ci vuole una moneta propria che possa essere svalutata e la cui politica monetaria possa essere gestita per la difesa del lavoro.

C’è anche un’altra alternativa. C’è la possibilità di un’unione monetaria nella quale le differenze di bilancia commerciale siano internamente compensate da trasferimenti finanziari. Questo caso è stato illustrato da Mario Draghi alcuni anni fa, in un suo intervento all’università di Helsinki. Proprio lui ha citato l’esempio degli Usa come unione monetaria e l’esempio dell’Oklahoma, che riceve perennemente contributi finanziari, e dello stato di New York, perenne creditore. Ma ha pure aggiunto che in Europa questo non è concesso a causa delle regole scelte. Quindi l’unica possibilità data è quella della compressione degli stipendi. Per usare le parole dello stesso Draghi, questa crisi ha insegnato che “salari e prezzi non devono mai superare una certa linea”.

Il problema di questo modello è che non funziona. Non è vero che funziona per i tedeschi e non funziona per gli italiani: non funziona e basta. Infatti, un simile modello è totalmente sbilanciato a favore delle esportazioni: ma questo rende l’economia di un Paese sempre più dipendente da situazioni esterne non controllabili (come l’andamento dell’economia altrui) e inoltre non possono essere tutti esportatori, qualcuno deve pur importare. Ma se chi importa finisce con il crollare (non si può importare per sempre), questo porterà a un tracollo delle esportazioni e al fallimento di chi ha sbilanciato la propria economia dal lato delle esportazioni.

Il modello tedesco è fondato proprio su questo squilibrio: da un lato una bilancia commerciale in ottima salute, dall’altro una produzione industriale in piena recessione. In questa situazione può bastare anche un granello di sabbia, come la diffusione di una malattia che blocca improvvisamente gli scambi commerciali, a far crollare questo sistema economico completamente sbagliato.

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