SPILLO/ Gozi e gli affari “francesi” di certi nostri tecnocrati

- Stefano Bressani

L’arruolamento volontario di Sandro Gozi nelle file del governo francese è la perfetta conclusione di una carriera che ha perseguito da sempre interessi contrari a quelli dell’Italia

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Sandro Gozi (LaPresse)

Nei giorni scorsi Sandro Gozi – ex sottosegretario alla presidenza nei governi Renzi e Gentiloni – è stato arruolato dal presidente francese Emmanuel Macron come ministro per gli Affari europei. Gozi – iscritto al Pd in Italia ma candidatosi all’europarlamento in Francia nelle liste liberal-democratiche di En Marche – ha raggiunto in Francia non solo David Sassoli, presidente del parlamento europeo, ma un altro compagno di partito: Enrico Letta, ex premier italiano da anni “in esilio” presso Science Po, uno dei laboratori dell’intellighenzia nazional-statale transalpina. Nei giorni successivi all’ultimo voto europeo lo stesso Letta era stato al centro di “ballon d’essai” per un incarico nel nuovo organigramma Ue.

Attorno ad un gruppo di leader Pd sembra comunque ingrossarsi e strutturarsi una sorta di nuovo “Partito dei Fuoriusciti”, peraltro un classico della storia politica a cavallo fra Italia e Francia. Una storia intessuta di tragedie vere e di molti morti (tutti italiani, mai francesi: in Francia come in Italia). Ma una storia via via ammantatasi di fiction: quella di una Francia perennemente rivoluzionaria e libertaria versus un’Italia sempre “illiberale”, mai veramente “democratica” secondo i gusti dei maître à penser parigini.

Gli originari “fuoriusciti” doc – giustamente citati nei manuali scolastici – furono i liberali Piero Gobetti e i fratelli Rosselli, che cercarono invano rifugio Oltralpe dalla persecuzioni della dittatura fascista, venendone assassinati. Scelsero la Francia anche Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti (il primo congresso dei comunisti italiani fuoriusciti – e poi aderenti al Comintern – si tenne a Lione); e due socialisti futuri presidenti della Repubblica italiana: Giuseppe Saragat e Sandro Pertini. Il riparo transalpino durò tuttavia solo fino al 1940, quando una Francia spaccata e velleitaria fu schiantata dalla Germania hitleriana.

Dovette poi arrivare il ’68 perché il gauchismo francese tornasse a fare da punto di riferimento per l’Italia: principalmente per la sinistra extraparlamentare. È a  Parigi che tre “fuoriusciti” italiani di quell’area fondano Hyperion, un centro culturale più che sospettato di aver funzionato da base estera delle Brigate rosse. All’Hyperion insegnò anche Toni Negri, “fuoriuscito” in yacht da Punta Ala dopo essere stato in carcerazione preventiva per sospetti di terrorismo e quindi eletto deputato dal Partito Radicale di Marco Pannella ed Emma Bonino (era francese il segretario radicale Jean Favre che proprio Pertini rifiutò sempre di ricevere al Quirinale). Negri era comunque da tempo in rapporti solidi con i “nuoveaux philosopes” francesi: che calarono in massa a Bologna durante i moti del 1977. Era la Francia che si apprestava al lungo regno di François Mitterrand, quella che faceva da retrovia all’Eta basca anche quando a Madrid governava ormai democraticamente il socialista Felipe Gonzalez. 

In quegli anni è sempre in Francia che ripara a lungo Cesare Battisti, terrorista pluriomicida, evaso in Italia assieme a un boss della camorra. È con un gruppo di “neo-fuoriusciti” a Parigi che ancora negli anni 90 Battisti rivolge una domanda di amnistia e indulto all’allora presidente Oscar Luigi Scalfaro. È il prestigioso editore Gallimard a pubblicare i libri di Battisti “fuoriuscito”, cioè ricercato dalle autorità italiane per una pesante condanna da scontare. È a Parigi che ha stabilito da molti anni il suo buen retiro Rossana Rossanda, fondatrice del Manifesto, sempre in prima linea sul caso Battisti nel denunciare l’Italia “repressiva”, fascista, che solo dopo quasi quarant’anni è riuscita ad assicurare il terrorista alla propria giustizia, dalla sovranità costantemente contestata Oltralpe.

Non per questo – certamente – Sassoli, Gozi e Letta non hanno il diritto di mettere il fuoriuscitismo italiano in Francia nuovamente alla prova in un nuovo secolo, in un’Europa molto diversa sia da quella del primo 900, sia da quella del secondo. Ma sicuramente dovranno fare i conti con una memoria lunga, non facile per chi voglia allestire in Francia una proposta politica che il Pd non sembra riuscire a ricostruire in Italia, dopo averla governata per cinque anni.

Fra gli ultimi protettori di Battisti, fra l’altro, ha voluto annoverarsi l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, il cui ricordo è ancora vivo nell’elettorato italiano per il ruolo duplice e decisivo giocato nell’estate 2011. Allora fu principalmente la volontà di Sarkozy di abbattere il regime libico a scatenare i mercati a colpi di spread contro l’Italia di Berlusconi, l’amico europeo del colonnello Gheddafi (otto anni dopo è in realtà Sarkozy sotto inchiesta in Francia per il sospetto di aver voluto eliminare con Gheddafi uno scomodo finanziatore politico; ed è il neo-imperialismo di Macron a impedire ogni stabilizzazione a Tripoli, perseguendo lo sradicamento di ogni presenza italiana da uno strategico scacchiere petrolifero. Ed è sullo coste libiche che la Francia gioca un ruolo ambiguo nell’alimentare i flussi migratori in Sicilia). È alla Francia che l’opinione pubblica italiana associa in ogni caso due profili portanti dell’attuale crisi nazionale: la persistente recessione post-austerity e l’emergenza migratoria. Ed è un passaggio della storia italiana sviluppatosi sotto i governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. Poi si sono susseguite le elezioni politiche del 2018 e quelle europee del 2019.

PS: M5s, in una prima presa di posizione polemica sul “caso Gozi”, ha citato possibili conflitti d’interesse maturati già durante gli incarichi nel governo italiano. La questione è probabilmente meritevole di attenzione,  ma anche in questo caso in una prospettiva più ampia. Gozi – entrato nei ranghi della diplomazia italiana a metà degli anni 90 – è stato presto distaccato presso la Commissione Ue dal governo Prodi. La sua esperienza di tecnocrate comunitario matura quando a Bruxelles sono commissari Mario Monti ed Emma Bonino e tocca l’apice nel quinquennio di presidenza dello stesso Prodi, di cui Gozi è stato diretto assistente. Se di “conflitto d’interesse” si può – e forse si deve – ragionare è nella sua doppia affiliazione di lungo periodo: alla tecnocrazia storica dell’era Maastricht e alla lunga stagione prodiana – compenetrata in quella berlusconiana – nella Seconda Repubblica. Un’era segnata dalle grandi privatizzazioni italiane votate all’ingresso nell’euro. Decenni nei quali, fra l’altro, matura la francesizzazione della finanza italiana: da Mediobanca-Generali a Telecom (e al tentativo di scalata di Vivendi a Mediaset), da Bnl a Bnp a Cariparma al Credit Agricole, da Parmalat a Lactalis al lungo dossier UniCredit-SocGen, da Luxottica a Essilor a Caltagirone che scambia azioni Acea con Suez.

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