SPILLO/ La crisi dell’economia “nascosta” da quella politica

- Giovanni Passali

Si parla molto della crisi politica italiana e questo non ci sta facendo accorgere della gravità della questione economica

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LaPresse

Il grande tema di questo agosto è ovviamente la crisi politica, i possibili scenari senza il voto o dopo un’eventuale votazione autunnale. Tutti i principali media sono focalizzati sulla questione politica e quindi sta sfuggendo la gravità della questione economica. Eppure gli ultimi dati sono di una gravità lampante. In particolare, lo sono quelli provenienti dalla Germania: la produzione industriale è in calo, leggerissimo calo, ma il contesto nel quale avviene questo calo rende il dato catastrofico.

Il contesto è quello di un’Europa in perenne difficoltà da quando, ben dodici anni fa, è iniziata la crisi. Ora, la Germania è stata ed è tuttora, l’economia trainante di questa Europa, soprattutto con le sue esportazioni, sia intra Ue che extra Ue. Vuol dire che la Germania ha ottenuto il suo successo economico anche erodendo in parte la produzione degli altri paesi. In questa dinamica, gli altri paesi non hanno beneficiato della flessibilità di un cambio che nel tempo avrebbe dovuto deteriorarsi, e così hanno continuato a perdere competitività e chi era ricco è diventato sempre più ricco e chi era povero lo è rimasto o si è impoverito ancora di più.

Il libero mercato senza regole, infatti, è tutto fuorché efficiente e distribuisce malamente le proprie risorse finanziarie. Questa situazione finisce col far male allo stesso libero mercato, che non è in grado di liberarsi dal vicolo cieco nel quale si è cacciato. Infatti, la cattiva distribuzione delle risorse finanziarie (e poi anche umane, perché i talenti migliori iniziano a emigrare, impoverendo la loro terra d’origine) è un problema eminentemente sociale, che non può essere risolto dalle leggi del “libero mercato”, perché l’unica legge del libero mercato è il maggior profitto positivo.

Questo aspetto è un problema enorme, non considerato dalla maggioranza degli economisti, soprattutto quelli che sono al potere. Cosa vuol dire? Vuol dire banalmente che l’unico profitto che il mercato persegue e che gli imprenditori sono disposti a perseguire è quello del profitto “positivo”. Sembra ovvio e banale, ma la società civile non funziona e non può funzionare così. Il motivo è semplice: nella vita reale vi sono una grande quantità di situazioni nelle quali occorre lavorare, per il maggior “profitto” anche quando questo non è positivo, cioè in quelle situazioni nelle quali si lavora per contenere un danno o una situazione negativa. E si lavora ed è giusto lavorare perché se non si lavorasse le conseguenze sarebbero ben peggiori.

Provo a spiegarmi meglio con un esempio banale. Un ospedale non ha il compito primario del profitto, ma della salute dei ricoverati. Questo non vuol dire che possa sprecare risorse economiche, ma vuol dire che, se al termine del suo esercizio annuale, la contabilità è in rosso, questo aspetto non può essere determinante per il suo mantenimento. L’aspetto determinante deve essere la sua attività: se non ha lavorato e ha mantenuto sale e macchinari accesi, ma non utilizzati, evidentemente c’è uno spreco e deve essere valutata una chiusura. Ma se il conto è in rosso perché ha lavorato e pure tanto, allora ha apportato un beneficio alla società che non potrà mai risultare in un conto economico positivo per la struttura, perché la salute non si misura in euro.

Oggi invece si chiudono strutture che funzionano o non si fanno investimenti “perché non ci sono i soldi” e quindi si procura un danno maggiore, di cui oggi nessuno tiene conto perché tanto non si misura in euro. In questo modo la falsa contabilità tutta incentrata sull’euro sta portando alla rovina pure la Germania, nonostante le pur fortissime esportazioni. Ma non si campa solo di esportazioni e il mercato interno tedesco, come quello di tutti i paesi che hanno l’euro, è in grave sofferenza, tanto da aver portato in negativo la produzione industriale. In questo clima l’indice Zew, che indica il sentimento dei direttori degli acquisti delle imprese, è in preoccupante calo.

Di fronte a questa crisi devastante per tutti, cosa fa la Bce? Nuovo Qe, ancora liquidità in grandi volumi, come se questa ricetta nel passato avesse risolto qualcosa e non avesse semplicemente spostato il problema nel futuro. Tutta questa liquidità sta portando a delle disfunzioni che rendono la situazione ancor più complicata, se mai ce ne fosse bisogno. Un esempio? Le banche stanno iniziando a offrire mutui a tassi vicini allo zero, qualcuna addirittura a tassi negativi, cioè il consumatore prende a prestito 100 e alla fine avrà restituito meno di 100, per esempio 99. Bellissimo, no? Sì, sarebbe bellissimo se qualcuno ne usufruisse, ma come rilevato da un articolo del Sole 24 Ore, la richiesta dei mutui è ai minimi storici. Come mai? Semplice, se l’economia non gira, chi si azzarda a fare un prestito?

Come si dice in economia, “il cavallo non beve”, perché il “cavallo” (cioè l’economia) è distrutta, sfiancata, senza forze: non ha bisogno di bere, ma di riposo e di nuove energie. E l’energia per l’economia sono gli investimenti. Invece il dogma ultraliberista si rifiuta di fare investimenti se non ci sono profitti in moneta sonante. Lo stesso dogma ultraliberista che ha creato un sistema che non può funzionare, da quando è entrato in crisi non è stato corretto, ma addirittura rafforzato. Le stesse ricette che hanno portato alla rovina l’economia internazionale e in particolare l’Europa, sono state applicate, rinforzate, in Grecia. Poi nel 2013 hanno riconosciuto di aver sbagliato in Grecia. Lo ha riconosciuto il Fmi, per bocca della Lagarde, colei che sta per diventare il nuovo Governatore della Bce.

Ok, hanno sbagliato: le correzioni? Nessuna correzione. E la Grecia è ancora con un’economia agonizzante. Stessa ricetta e stesso risultato ottenuto in Argentina, dove il Fmi ha concesso un prestito di 57 miliardi di dollari, ma solo perché il Governo Macri ha applicato durissime ricette di austerità che hanno parzialmente rimesso a posto i conti ma hanno fatto crollare il Pil fino all’attuale -5,8%.

Secondo Jayati Ghosh, professoressa di economia presso Jawaharlal Nehru University a New Delhi, questo tracollo è un parente stretto di quello visto in Grecia, dopo gli aiuti internazionali che non hanno consentito un vero e proprio default: “In cambio della liquidità del Fmi, l’Argentina ha dovuto attuare enormi tagli, al fine di riequilibrare il suo bilancio primario nel 2019 e ridurre significativamente il suo deficit con l’estero. L’Argentina ha accettato e l’economia è costantemente peggiorata: oggi, l’inflazione sta superando il 55%, il tasso di povertà ha superato il 30% e la produzione e l’occupazione si stanno riducendo. L’Argentina non si avvicina in alcun modo agli obiettivi del Fmi sugli investimenti e sulla crescita del Pil, che sono già stati rivisti due volte”.

Forse Salvini non lo sa o non se ne rende conto, ma potrebbe aver fatto la cosa migliore a lasciare il Governo prima dell’arrivo della catastrofe. Così vi saranno gli altri al potere nel momento in cui la depressione economica e finanziaria colpirà anche l’Italia. Certo, magari nel frattempo ci troveremo con un Governo Draghi o Cottarelli, ma prima o poi vi saranno le elezioni, no?

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