SPILLO/ La partita della rendita tra consumatori e produttori

- Mauro Artibani

Se spesa ha da essere, adeguata al ruolo da ciascuno svolto, sia. Così magari si tagliano i costi della sovraccapacità produttiva

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Quando non sai più che pesci pigliare, cerchi tra gli economisti chi può darti ragione. Alfred Marshall lascia la vita a Cambridge nel 1924. Fin lì aveva messo a sistema, in modo coerente, i concetti di domanda/offerta, utilità marginale e costo della produzione. Aveva disegnato grafici, scritto formule mettendo in scena, non un Consumatore, il suo “cliché” al quale riconosce l’appannaggio di una rendita: quel guadagno psicologico che, seppur manca nelle prime unità di consumo pagando un prezzo di domanda superiore al prezzo di mercato, nelle utilità successive c’è.

Ci risiamo: con l’utilità marginale decrescente, insomma, c’è chi mette in tasca un “guadagno psicologico”. Psicologico? Già, ma poi per chi?

Beh, certamente per chi disponeva della possibilità di poter acquistare, oltre le prime unità, pure quelle successive. Non tutti potevano; chi non poteva, ed erano i più, si attaccava al tram. Sì, insomma, se vera rendita v’era, era di posizione, stava dentro il portafoglio.

Ehi, ma… al mercato non v’era un solo Consumatore, non un solo bisogno, nemmeno un solo portafoglio. Il guadagno, per alcuni, non solo psicologico; per altri, psiche dimessa dal non poter incassare quella rendita e poter spendere fin oltre il bisogno.

Sia come sia, e ad esser clementi, tutto questo vale fino alla sua dipartita di luglio.

Poi, in quello stesso ’24 a Genova, va in scena il fattaccio di Natale. Magari dopo cominci a veder gente in giro che passa dal tirar la cinta ad allentarla indipercuiposcia si entra nell’Economia dei Consumi e tutto muta.

Ehi, pssst…. proprio mentre tutto muta, accade pure – l’ha detto e ridetto la Fed di St. Louis – come, dagli inizi degli anni ’30, il potere d’acquisto si riduca costantemente fino ad oggi.

Dunque, questo dice quanto pochi abbiano potuto godere di quell’appannaggio, gli stessi che son stati costretti a mettere in stand by l’impiego delle loro risorse; non il Consumatore “clichè”, quello ciccia, ossa e portafoglio floscio.

Quando, poi, lo sviluppo dei fattori produttivi paga prezzo ad una sovraccapacità di offerta e/o ad una domanda lasca, contesa tra un portafoglio insufficiente e l’affrancamento dal bisogno, hai voglia a pagare una rendita che solo a taluni fornisce entrate, senza dover sopportare costi; ancor più improduttiva poiché intascata da quelli dalla bassa propensione al consumo.

I costi invece ci sono per quei tal altri: l’innesco della solita tiritera (la spesa attribuisce valore alle merci che, acquistate, si trasformano in ricchezza; consumate, se ne dispone la ri-produzione. si genera così occupazione e lavoro, viene tenuto attivo il ciclo, si dà sostanza alla crescita economica…) con l’atto dell’acquisto, prima certifica la qualità/quantità delle azioni svolte, poi, con il valore delle risorse scarse impiegate, li misura. Giust’appunto, quei costi generati dal dover fare la crescita.

Se e quando, insomma, vengono pagati solo spiccioli di rendita e a pochi consumatori, il resto dovrà pagare quel “rendimento del consumare” che, facendo i due terzi della crescita, garantisce l’altra rendita; quella del produttore, ‘sta volta produttiva!

Se, insomma, spesa ha da essere, adeguata al ruolo da ciascuno svolto, sia; magari per ridurre i costi di quella sovraccapacità nella produzione che gli animal spirits non intendono tagliare.

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