SPILLO/ Landini e il Partito del lavoro che “rottama” il nuovo sindacato

- Gerardo Larghi

Dopo la manifestazione unitaria di sabato scorso a Roma c’è chi vede in Maurizio Landini la figura ideale per unire il centrosinistra italiano

Landini
Maurizio Landini, manifestazione sindacati contro assalto Cgil (LaPresse, 2021)

La foto non lascia dubbi: i tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil che salutano la piazza dopo la manifestazione contro i fascismi di sabato scorso attorniati da almeno cinque pugni alzati e ben distesi. Che impressione fanno nel lettore quelle mani, quel gaberiano “saluto vigoroso a pugno chiuso” che tanto sembra tornato di moda? Oh poi, non è che basti chiudere il pugno e slanciare la spalla con forza per essere di sinistra: avete visto quanto sembra fiacco, a metà tra l’imbarazzato e il disavvezzo, il pugnetto alzato dal buon vecchio democristiano Enrico Letta durante la campagna elettorale? Enrico, Enrico: il braccio, lo dice Gaber mica noi, deve essere vigoroso, diritto, forte, orgoglioso.

Chi lo esibisce deve corredarlo di muscoli forgiati dal duro lavoro come sono quelli delle masse operaie nelle catene di montaggio. Deve assomigliare all’arto superiore del mitico Stakanov e non al braccino fiacco e spento di un monsignore di curia. Certo poi bisognerà evitare che un don Camillo a caso venga a conoscenza del singolare fatto che un (demo)cristiano si è piegato (è il caso di dirlo), per interesse a salutare come un vero compagno. Ma lì più che sui pugni il guareschiano don Camillo faceva conto sui suoi piedi e le sue formidabili scarpe da 45 (pollici).

Ecco questa e altre immagini ci sono venute alla mente l’altro giorno quando abbiamo visto sul Corriere (il vecchio Corrierone, quello della buona borghesia milanese) l’immagine a corredo di una riflessione di Antonio Polito intorno all’ipotesi che il prossimo segretario dei partiti della sinistra possa essere il buon Maurizio Landini. 

I sindacati, quello di sinistra, quello laico socialista e quello di provenienza cattolica, contornati dall’antico richiamo.

Non che abbiamo nulla da dire in proposito: sia perché tanto nessuno ci starebbe ad ascoltare sia perché non è che siamo proprio strutturali di quelle parti politiche, ma una domandina da sindacalisti ce la vogliamo porre. E pazienza se alla fine faremo tutto da soli, domanda e risposta.

Intendiamoci: Landini sarebbe il solo primo ministro, a memoria di elefante, ad aver conosciuto le catene di montaggio e il lavoro, almeno quello marxisticamente inteso. Avrebbe se non il vantaggio di poter spiegare glorie e miserie della fatica quotidiana a qualche suo collega di governo (vedi alla voce Cinque Stelle). Inoltre, lui non è uomo che si formalizzi sui dettagli ideologici: in fondo non è mica lui il duro e puro che dalle posizioni rivoluzionarie della Fiom si è saputo traghettare fino al governo del più grande sindacato italiano? Una segretaria val pure un documento unitario e un accordo con i nemici storici. 

Qualche difficoltà in più, invece, la vediamo quando si pensi a Maurizio alle prese con le avanguardie della borghesia: i suoi maglioni non stoneranno certo nei salotti buoni della Roma bene (dove anzi, secondo noi faranno tendenza), ma come potrà conciliare la difesa della barca a vela di Massimo D’Alema con le lotte per i diritti dei collaboratori domestici e delle badanti? In fondo tutto il populismo possibile è già stato messo in cantiere da quei due vecchi marpioni rivoluzionari che rispondono ai nomi di Salvini e Di Maio.

Il punto più difficile per lui sarà, a nostro avviso, invece quello di riuscire a tenere insieme le anime della sinistra: non siamo mica convinti, per esempio, che Massimo “il baffetto”, anche lui sponsor dell’operazione Landini, abbia un’idea del lavoro in qualche modo compatibile con quella della maggioranza degli italiani e in particolare con quella dei giovani dirigenti della Cgil. 

Il fatto è che, a nostro avviso, sabato scorso più che a una manifestazione sindacale, al netto dei sentimenti individuali di chi vi ha partecipato, abbiamo assistito alla messa in opera di un riflesso condizionato. L’assalto, fedifrago e inconsulto, alla sede della Cgil ha generato la consueta risposta: tutti in piazza. E si sa che in piazza i sentimenti di rigenerano, i volti si inumidiscono, le emozioni si scatenano. E così sulle onde viscerali di una miriade di Bella ciao, bella ciao ciao ciao, nonché sulla spinta di innumeri inviti al partigiano di turno di portar via la signora in questione, a qualcuno è scappato pensato e, soprattutto, detto che Landini potrebbe essere un ottimo segretario del Partito del Lavoro. 

Sarà, ma intanto il suddetto partito andrebbe fondato (e qui l’esperienza della sinistra è tale che le difficoltà sparirebbero in un batter d’occhio), poi occorrerebbe sciogliere il Partito democratico (cosa già più complessa soprattutto ora che si è messo a vincere qualche elezione), e infine, questo il vero scoglio, si dovrebbe tirarci dentro tutto il variopinto mondo delle sensibilità mancine. Punto sul quale riteniamo si debba ragionare in termini di ipotetica del terzo tipo, quello dell’impossibilità.

Quella di sabato in piazza è stata allora un’illusione, un moto di desiderio, una pia aspirazione avremmo detto se si fosse trattato di roba ecclesiale? Diciamo così: il mondo oggi ha bisogno di un nuovo sindacato non necessita di nuovo del vecchio sindacato. E francamente, con tutto il bene che vogliamo a Maurizio Landini non ce lo vediamo proprio a interpretare questo ruolo. Senza dire che ben difficilmente potrebbe vantare un appoggio serio e decisivo da parte delle altre due organizzazioni sindacali: e parliamo di Cisl e Uil. Se poi volessimo immaginare cosa faranno, una volta che lui fosse a palazzo Chigi, i Cobas e le altre sigle massimaliste…

Ci dia retta, Maurizio. Non si lasci incantare dalle sirene di quei politici che oggi hanno bisogno di lei e domani la abbandoneranno senza troppi rimpianti: o crede davvero che quando Di Maio invoca il fantasma di Enrico Berlinguer lo faccia per onorare il suo arrivo? Meglio, molto meglio, dedicarsi a costruire una rappresentanza dei lavoratori che sappia leggere i tempi, che apprenda a smarcarsi dalla nostalgia del passato per lasciarsi prendere invece dal desiderio del futuro, che acquisisca linguaggi e contenuti diversi da quelli obsoleti in cui si rifugia e che siano invece adeguati alle “nuove fabbriche”.

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