SPILLO/ Orlando e l’immobilismo della sinistra sul lavoro

- Massimo Ferlini

I portatori delle istanze di sinistra del mondo del lavoro non sembrano aver sviluppato un’analisi della realtà che gli permetta di operare le scelte necessarie

andrea orlando cannabis
Andrea Orlando (Lapresse)

Ci sono politici che rivestendo più incarichi ministeriali riescono a lasciare un segno in campi e materie diverse. L’attuale ministro del Lavoro, dopo l’Ambiente e la Giustizia, siccome non c’è due senza tre, cerca di passare inosservato anche in questo terzo incarico.

L’arrivo del Governo Draghi, svolta che ha segnato la possibilità per il Paese di guardare con speranza all’uscita dalla pandemia, ha aperto la strada a una stagione di riforme. Molte sono scelte obbligate per poter dare sostegno all’attuazione del Pnrr. Ci obbligano così ad affrontare temi su cui i corporativismi piccoli e grandi che contraddistinguono il nostro tessuto sociale avevano finora bloccato ogni decisione. I casi delle regole per le concessioni dei taxi e dei litorali marittimi sono i due esempi più eclatanti.

Alcune scelte erano, però, da operare in tempi rapidi per cancellare rapidamente i danni fatti dal passaggio del populismo nel settore lavoro e welfare. L’attesa di avere risposte pronte in questo settore era sostenuta dal vedere come il Pd aveva chiesto per sé l’impegno e aveva scelto un esponente “pesante” per affrontare la sfida.

La situazione ereditata era talmente malmessa che rendeva però facile indicare l’elenco dei temi da affrontare. Lo scasso operato dalle scelte dei populisti lasciava senza politiche attive del lavoro il Paese e l’agenzia che doveva coordinarne i servizi in uno stato di confusione totale. L’introduzione del Reddito di cittadinanza creava un buco economico cui non corrispondevano i benefici attesi. A chiusura del tutto l’obbligo di rivedere Quota 100 riapriva la necessità/opportunità di ripensare il sistema pensionistico alla luce dei cambiamenti del lavoro e degli andamenti demografici.

Per ora l’unica iniziativa riconducibile al decisionismo ministeriale è stato il contratto di rioccupazione. La misura, introdotta con il decreto sostegni di luglio, ha l’obiettivo di agevolare, con incentivi economici, inserimenti lavorativi accompagnati da un periodo di formazione per l’adeguamento delle competenze dei lavoratori. La previsione era di arrivare a coinvolgere 325 mila lavoratori. A oggi i dati – 4.073 assunzioni fatte e 600 domande in corso di valutazione – indicano che la misura non sta realizzando gli obiettivi immaginati. Le ragioni specifiche sono riconducibili al fatto che esistono altri contratti a carattere formativo, vedi l’estensione del possibile ricorso al contratto di apprendistato, che risultano più vantaggiosi dal punto di vista delle imprese sia per ragioni economiche, ma soprattutto per il peso degli obblighi burocratico-amministrativi che accompagnano questa misura.

Questo esempio, limitato nella sua portata ma indicativo di un metodo più generale, ci illumina su come oggi i portatori delle istanze di sinistra del mondo del lavoro non abbiano sviluppato un’analisi della realtà che gli permetta di operare le scelte necessarie.

Nonostante la quantità di convegni e ricerche dedicate a capire il formarsi di nuove povertà e la crescita di working poor, nonostante sia unanime la convinzione che i cambiamenti tecnologici in corso richiedano un forte sistema di servizi al lavoro per sostenere le transizioni con forti investimenti in formazione, davanti alla necessità di definire le scelte per introdurre le riforme necessarie scatta l’indecisione. Come l’asino di Buridano, di fronte alle scelte di riforma che non possono più essere rinviate scatta la scelta del benaltrismo. Grandi aperture di discussione, ma poi servirebbe sempre un qualcosa in più per cui si sceglie di non scegliere. 

Sui servizi al lavoro, nuovi modelli di formazione e un nuovo workfare che assicuri forza al lavoro nelle fasi di transizione (pensioni comprese) si può scegliere di difendere il lavoro nel mercato rendendolo più forte oppure inseguire fantasie bipopuliste (diffuse a destra quanto a sinistra) per cui il lavoro si difende contro il mercato. Da qui vengono le resistenze e l’incapacità ad avviare percorsi di riforma reali perché ci si blocca davanti a ricatti ideologici e si perde di vista la realtà.

Il Reddito di cittadinanza non funziona né come misura di politica del lavoro, né contro la povertà, ma non si può toccare perché scelta di bandiera dei 5 stelle. Ma non si può nemmeno cambiare nella parte dei servizi al lavoro coinvolgendo gli operatori pubblici e privati perché altrimenti la Cgil sostiene che facciamo arricchire le agenzie per il lavoro sulla pelle dei più poveri.

Quando poi non si sa più come bloccare il tutto scatta la litania contro il liberismo che, essendo colpevole di tutti mali del mondo, ha anche la colpa di aver fatto perdere alla sinistra la capacità di analisi propria e autonoma. L’ha resa sicura solo nel dire no, ma incapace di proporre riforme di merito.

Il lavoro è merce particolare. Per tutti gli economisti è stato così. Chi ha cercato di standardizzare i comportamenti umani basandoli solo sul profitto ha portato a regole che non hanno saputo affrontare le crisi economiche alla pari di chi ha abolito il mercato pensando così di liberare il lavoro.

La forza del lavoro va affermata nel mercato con misure contrattuali che rafforzino tutele, diritti e nuove forme di partecipazione economica dei lavoratori. Compiere questi piccoli passi ideali permetterebbe di recuperare il tempo perso e aprire un percorso che porti a un nuovo patto per lo sviluppo che veda nel rafforzamento del lavoro il perno delle scelte.

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