SPILLO/ Se a Milano il Gioco del Sindaco parte in anticipo

- Stefano Bressani

Il "ballon d'essai" di Urbano Cairo ha rafforzato le attese di un fine mandato anticipato per il Sindaco di Milano Beppe Sala

Sala Beppe Ansa1280 640x300 Beppe Sala (Ansa)

L’auto-semi-candidatura di Urbano Cairo a Sindaco di Milano ha fatto rumore: anzitutto perché è giunta dall’editore del Corriere della Sera e di La7. Il quale, a pochi mesi dalla scomparsa di Silvio Berlusconi (per Cairo maestro d’imprenditorialità e archetipo rigorosamente meneghino) è parso riproporre l’identikit del media mogul  che “scende in campo” in politica. La vera notizia è parsa confermare d’altronde che i poteri ambrosiani – soprattutto quelli di respiro nazionale – considerano tutt’altro che remoto uno scenario di conclusione anticipata per il mandato di Beppe Sala a palazzo Marino.

Da tempo i watcher del Comune di Milano registrano un sostanziale stand by nell’azione amministrativa – in particolare nella leadership del Sindaco – e una crescente proiezione di Sala verso format politici nazionali e oltre (esemplare l'”incidente La Russa” alla recente prima della Scala, di risonanza internazionale). E questo ha fatto seguito a una fase di oggettivo appannamento dell’immagine della “Milano di Sala”, già toccata dalla pandemia (la stessa rielezione del primo cittadino, nell’ottobre 2021, ha registrato al ballottaggio un record negativo di affluenza, al di sotto del 50%).

È una metropoli narrata sempre più plasticamente attraverso le cerchie-fossato delle Ztl: con un centro sempre più calamita di turisti Vip da un lato e di microcriminalità dall’altro. E mentre il conto alla rovescia verso la Olimpiadi invernali del 2026 si va dipanando a luci quasi spente, le cronache scandiscono il progress dei maxi-piani di ri-urbanizzazione (ultimo quello dell’area ex Farini): partite miliardarie, ma prerogativa quasi esclusiva di giganti bancari e grandi investitori internazionali. Una carta da visita da tempo a doppio taglio per l’ex Ceo dell’Expo 2015. Che – si sente ripetere – sarebbe intenzionato per primo a cercare fin d’ora “nuove sfide”, come usano dire i top manager. Ma quali?

La pista principale è politica: Sala si candiderebbe alle elezioni europee di giugno. Per quanto i “dem” italiani  – e più in generale i socialdemocratici europei – rischino un risultato deludente, difficilmente sarebbe in discussione il successo di una candidatura Sala, prevedibilmente come capolista nel Nordovest. Né può essere dimenticata l’operazione già tentata (con un esito di lettura non definitiva) nel 2021: quando il Sindaco si è ricandidato con un programma “euro-verde”, di fatto ricalcato sul NextGenerationEu, poi rifuso nel Pnrr italiano firmato da Mario Draghi all’insegna della doppia transizione energetica e digitale. In una fase difficile per il centrosinistra europeo, Sala avrebbe carte da giocare nell’emiciclo di Strasburgo. E darebbe idealmente il cambio a Paolo Gentiloni, in rientro dalla Commissione Ue, si dice per assumere la guida di un nuovo Pd. Nel frattempo sembrano crescere ogni giorno le chance dello stesso Draghi di approdare alla Presidenza del Consiglio Ue (in anticipo sul voto, ma comunque con un mandato quinquennale pieno).

In un diverso orizzonte – fra politica e finanza in Italia –  negli ultimi tempi per next Sala ha preso forma una pura suggestione: quella di un incarico di vertice alla Cassa depositi e prestiti, in via di rinnovo assieme a quelli di alcuni importanti fondi strategici che ne articolano il gruppo. Della Cassa anzitutto, Sala è già stato consigliere: cooptato a Expo appena concluso (auspice anche il Premier Matteo Renzi), mentre il profilo di Sala era ancora quello di tecnocrate bipartisan. Infatti non stupì nessuno, all’epoca, che l’ex city manager del Sindaco Letizia Moratti riuscisse a traversare senza problemi il centro dello schieramento, accettando la candidatura a Sindaco “senza tessera” per il centrosinistra. Quel passaggio nel board Cdp, tuttavia, aveva come sfondo una specifica situazione politico-finanziaria fra Milano e Roma: in parte attiva tuttora.

Si tratta del controllo congiunto della Cassa – sempre più banca statale di sviluppo -fra Mef e Fondazioni bancarie. E il golden power sulla presidenza e di una parte del Consiglio è stato finora saldamente in pugno a Giuseppe Guzzetti, storico leader di Fondazione Cariplo e dell’Acri. Non è un  caso che il presidente Cdp uscente – Giovanni Gorno Tempini – sia un ex top manager di Intesa Sanpaolo: di cui Cariplo è da sempre azionista-chiave. La presidenza Cdp dovrà comunque essere riassegnata in primavera da parte di una cinquantina di Fondazioni, titolari in tutto del 16,5% (la poltrona di di Amministratore delegato – ricoperta nell’ultimo triennio da Dario Scannapieco – sarà invece appannaggio del Mef). Nel giro di nomine Cdp è d’altronde ricompreso anche il rinnovo dei vertici di F2I: il braccio (sempre più muscoloso) della Cassa nell’ambito strategico della finanza infrastrutturale.

Tutte le poltrone in gioco fra Mef (di cui è oggi titolare il leghista lombardo Giancarlo Giorgetti) e Fondazioni sono a loro volta attratte dalla partita di rinnovo dell’Acri: l’associazione delle Fondazioni. Dal suo vertice è in uscita per scadenza-termini il torinese Francesco Profumo, che si accinge a lasciare la Compagnia San Paolo. La sua successione è al momento dibattuta: la Cariplo – che ha retto l’Acri con Guzzetti per un ventennio – rivendica il suo ruolo di Fondazione-leader per il suo nuovo presidente Giovanni Azzone, ex rettore del Politecnico di Milano. Ma una candidatura competitiva ha assunto le fattezze di Fabrizio Palenzona: approdato infine alla guida della Fondazione CariTorino, dopo un lunghissimo cursus fra Enti, banche, autostrade e aeroporti. Ed è stato finora prerogativa della Crt il coordinamento delle Fondazioni azioniste di Cdp: con la delega – sulla carta – a selezionare la candidatura per il Presidente della Cassa e per le altre cariche di competenza per gli Enti.

È su questo scenario complesso e in evoluzione che la figura di Sala potrebbe emergere come risolutiva per un top job all’incrocio di molti equilibri Paese: fra politica e finanza – cioè fra palazzi romani e piazza milanese – e fra maggioranza e minoranza parlamentari odierne. Perché l’exit anticipata di Sala da palazzo Marino – se e quando maturasse – si profila come una dinamica di livello nazionale. Come ha eloquentemente confermato il “ballon d’essai” di Cairo sul dopo.

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