SPILLO/ Se la “cura da cavallo” di Conte è ancor meno democratica di quella Montiana

- Stefano Bressani

L’Italia ha certamente bisogno di una cura da cavallo per rilanciare il Pil. Ma Conte non può ambire a farlo. Anche perché non siamo ai tempi di Monti

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Giuseppe Conte al Senato con Roberto Gualtieri (LaPresse)

L’ultima volta che un governo ha imposto agli italiani una “cura da cavallo” è stato nell’autunno del 2011. Lo ha fatto un esecutivo tecnico di nuovo insediamento, dopo le dimissioni del precedente: il Berlusconi 4, un governo politico in carica dal voto del 2008.

La crisi dello spread – che dal mese di luglio aveva messo a rischio crescente la stabilità del debito pubblico e del sistema bancario – suggerì al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, la formazione di un ministero istituzionale.

L’incarico fu affidato a un tecnico di grande levatura internazionale: l’economista Mario Monti, già commissario Ue al Mercato interno e alla concorrenza. In coincidenza con l’incarico, il Quirinale nominò Monti senatore a vita, conferendogli pieno status di membro del Parlamento.

Il governo Monti ricevette il 17 novembre 2011 una larga fiducia alle Camere, su entrambi i lati dello schieramento politico (solo Lega Nord e Italia dei Valori votarono contro).

Il 4 dicembre l’esecutivo varò un corposo decreto “salva-Italia” contenente importanti misure di austerità fiscale e una decisa riforma del sistema previdenziale. La manovra “da cavallo” rispondeva alle indicazioni giunte in particolare dalla Bce, dove proprio in quei giorni maturava la staffetta alla presidenza fra il francese Jean-Claude Trichet e il governatore di Bankitalia, Mario Draghi. Le prescrizioni di austerity all’Italia erano state condivise da entrambi come pre-condizione per le operazioni di sostegno Bce ai titoli di Stato italiani sotto la pressione speculativa dei mercati.

A oltre otto anni di distanza la discussione è ancora aperta sugli sviluppi e impatti di quel passaggio: sia sul piano economico-finanziario che su quello politico-istituzionale.

Sul primo versante si è creato un crescente consenso sul fatto che l’austerity imposta allora all’Italia non ne abbia risolto i problemi dei conti finanziari, semmai li abbia aggravati con una lunga stagnazione economica, non ancora conclusa e foriera fra l’altro di una catena di dissesti bancari. Lo stesso Financial Times, che nel 2011 sosteneva il “pacchetto Monti”, oggi riconosce che esso rispose più alla volontà “eurocratica” di far rispettare all’Italia i parametri di Maastricht che a un obiettivo di reale stabilizzazione-ripresa dell’Azienda-Paese.

Sul versante politico-istituzionale si discute tuttora su due questioni. La prima: quanto nella sequenza degli eventi che portarono alla “cura da cavallo” abbiano contato pressioni puramente geopolitiche sul premier Berlusconi, nel momento in cui una coalizione internazionale promossa dalla Francia di Nicolas Sarkozy e appoggiata dagli Usa di Barack Obama decise l’eliminazione militare del regime di Gheddafi in Libia.

Un secondo tema riguarda – da allora con periodica attualità – l’opzione “semipresidenzialista di fatto” adottata dal Quirinale: che pilotò un governo tecnico, escludendo ogni coinvolgimento della democrazia elettorale.

Tutti gli elementi oggettivi di quel passaggio restano comunque di lettura incontrovertibile. Un governo politico – dopo ripetuti tentativi estivi di manovre d’emergenza – gettò la spugna. Gli subentrò un governo istituzionale guidato da un tecnico di piena statura, dotato di legittimazione parlamentare pari a quella di un eletto, votato alle Camere da una vasta coalizione “di salute pubblica”. Questo governo “consegnò” in tempo reale una manovra straordinaria che allora veniva sollecitata da Europa e mercati, in parte a fronte di garanzie Bce. Il “salva-Italia” ricevette una rapida approvazione parlamentare e – soprattutto – fu accettata dal Paese nonostante la sua durezza. La crisi finanziaria italiana – nell’immediato – fu tamponata: senza il ricorso ad aiuti/diktat diretti esterni (come accadde in seguito a Spagna e Grecia) e senza imposizioni straordinarie di tipo patrimoniale.

Nel febbraio 2020, il premier Giuseppe Conte (2) ha ipotizzato ieri “cure da cavallo per stimolare la crescita” in Italia. Raffrontando la situazione corrente con quella del 2011 non sembra si possa ritrovare alcuna analogia. Conte è anzitutto, un premier non eletto a capo, da 20 mesi, di due governi politici con maggioranze contrapposte. Ha firmato due manovre annuali (una meno di due mesi fa) caratterizzate da inasprimenti fiscali (anche a carico delle imprese) a fronte di un aumento di spesa pubblica assistenzialistica e previdenziale. Nessuna delle due manovre ha incluso reali misure di stimolo alla crescita attraverso politica industriale e del lavoro; né ha minimamente affrontato il nodo del debito/Pil persistentemente fuori parametro.

Il Conte 1, per questo, nel maggio 2019 è finito per un mese sotto procedura d’infrazione Ue: immediatamente cancellata in seguito alla crisi di governo e alla nascita del Conte 2 (non per miglioramento dei conti italiani, che sono anzi peggiorati).

L’Italia è certamente in emergenza e ha sicuramente bisogno di cure urgenti. Ma l’unica certezza è che l’unico a non poter ambire a farlo è il premier. O lo storico marxista che siede nel suo esecutivo come ministro dell’Economia.

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