SPILLO/ Sì all’Europa, no alle nazioni: quei “nonni” dal Dna poco democratico

- Giovanni Passali

La dottrina della “sovranità limitata” e le altre ideologie europeiste sembrano potersi ritrovare in frase di esponenti di dubbio dna democratico

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LaPresse

“Jean Claude Juncker? Un ritardato mentale… L’Ue è una cosca francotedesca gestita da faccendieri lussemburghesi… Juncker è un arrogante che viene da un Paese che è un’associazione di evasori fiscali, e mi dispiace se stavolta si offenderanno i lussemburghesi”. Non le ho dette io queste parole: io avrei usato argomentazioni critiche più strettamente politiche. Ma siamo in campagna elettorale, domani si vota per il rinnovo del Parlamento europeo e sempre più spesso viene fuori la verità. Le parole citate qui sono state dette in tv da Philippe Daverio, storico e critico d’arte, che ora si presenta con il partito +Europa. Sì, proprio quello, il partito di Emma Bonino, il partito finanziato anche da Soros, il partito che ha nel suo Dna la faziosità pro-europea.

Infatti siamo in un’epoca nella quale, al crescere delle menzogne, è sempre più diffuso e quasi disperato il bisogno di verità: la gente vuole la verità, la gente vuole sentirti dire quello che tu ritieni sia vero. I partiti “fiutano” questo bisogno e tentano di rispondere a questo bisogno. E così, nel tentativo di raccattare più voti possibile, i partiti inseriscono nelle proprie fila personaggi che hanno una qualche notorietà, senza tenere conto dell’eventuale divergenza di idee.

Il fatto è che l’Europa disegnata a Maastricht non c’è più, perché quel disegno dipendeva strettamente dalle condizioni al contorno, da una situazione contingente che da allora è profondamente mutata. Allora il liberismo, la globalizzazione e il mercatismo erano dominanti e ancora in crescita. In quella situazione l’ideologia liberista ha adottato un piano sbagliato, basato però su una realtà allora attuale. Ora ci ritroviamo con un piano sbagliato, quello liberista-europeista, applicato a una realtà profondamente diversa.

Io non sono un politologo, ma a mio modesto avviso il mondo è cambiato politicamente nel 1999. Con singolare sincronismo, in tutti i principali paesi del mondo è stata abolita la proibizione per le banche di fare non solo raccolta del risparmio, ma anche speculazione. Ma nel 1999 politicamente è successo un fatto dalle implicazioni enormi. Non solo il bombardamento Nato in Jugoslavia (fatto comunque gravissimo, alla faccia di chi pretende di affermare che “l’Europa ci ha dato 70 anni di pace”), ma soprattutto le giustificazioni addotte per quell’intervento. Tutti i maggiori leader mondiali (Bill Clinton, Tony Blair, Jacques Chirac, ecc.) affermarono senza mezzi termini che lo scopo di quell’intervento era la rimozione della sovranità dello Stato in forza di principi guida determinati da un sistema internazionale che avesse come riferimento i “diritti umani”. Sembrerebbe bello e supremamente morale, se non fosse che i “diritti umani” li stabiliscono loro e quindi da quel momento hanno fissato le fondamenta per avere il diritto di andare a fare la guerra e bombardare quando vogliono e dove vogliono.

Il metodo scientificamente applicato, in politica e in economia, da allora è sempre stato quello: la limitazione della sovranità (un annullamento di fatto nelle cose di maggiore importanza). Con questo criterio hanno disatteso i risultati di ben cinque referendum contrari all’Unione Europea disegnata in questo modo: nel 1992 in Danimarca, nel 2001 in Irlanda, nel 2005 in Francia e Olanda, nel 2009 di nuovo in Irlanda. E nel 2000, quando il Freedom Party austriaco del politico Heider (morto poco dopo in un incidente stradale: un misterioso sbandamento della sua auto in un rettilineo…) entrò per la prima volta nel Parlamento europeo, gli altri quattordici stati dell’Ue annunciarono la rottura delle relazioni con quel Paese. Il ministro degli Esteri tedesco, Joskha Fisher, affermò che non potevano accettare che un partito contrario all’Ue potesse avere una posizione tale da bloccare il processo di integrazione già avviato.

La dottrina della “sovranità limitata” e tutto il resto delle ideologie collegate al “più Europa” (perché l’unione fa la forza, perché le moderne tecnologie rendono superate le vecchie strutture e i confini, perché con l’abolizione delle frontiere commerciali si moltiplicherà lo sviluppo e il benessere per tutti, perché in un mondo globalizzato non si può andare da soli, ecc.) dovrebbero far suonare un grossissimo campanello d’allarme a chi abbia un minimo di memoria storica di ciò che è successo nel secolo scorso.

E non mi riferisco solo alla dottrina della “sovranità limitata” di Breznev, capo dell’Urss dal 1964 fino alla morte nel 1982; dottrina esposta nel 1968 al Parlamento polacco e diventata la dottrina di riferimento per la politica estera sovietica fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989. Permettetemi un aneddoto: tale dottrina venne mandata in pensione da Gorbaciov, il quale spiritosamente la sostituì con la “Dottrina Sinatra”, un chiaro riferimento al cantante Frank Sinatra e alla sua famosa canzone “My way” (a modo mio).

Non è stato Bresnev l’inventore di una simile idea, già esposta da altri in termini del tutto simili. “Io sono convinto che nel lasso di tempo di cinquanta anni le persone non penseranno più in termini di nazioni”. Chi lo ha detto? Monti? No, Joseph Goebbels, uno dei maggiori gerarchi nazisti. “Noi dobbiamo essere nemici di ogni tentativo di introduzione di elementi di discordia nella famiglia europea dei popoli”; parola di Adolf Hitler, anno 1937. L’Istituto Germanico per la Politica estera in quegli anni affermava che “l’idea di Europa è l’idea di una cooperazione spirituale e politica che porta tutti a una più profonda unità, ma senza distruggere le differenze nazionali”.

“Il nazionalismo europeo non deve distruggere quello dei popoli europei, ma li sublima in senso hegeliano, così che esso [quello dei popoli] continua a esistere, ma diventa un elemento vivente in una più larga unità… quello che noi offriamo non è un programma ma un’idea, l’idea di Europa”. Chi lo ha detto? Juncker? No, lo ha detto Karl-Heinz Pfeffer, presidente dell’Istituto Germanico per gli Affari esteri, nel 1944. “I comuni interessi dell’Europa hanno la precedenza sugli interessi particolari delle singole nazioni”; parola di Werner Daitz, economista di spicco dell’era nazista, anno 1943.

“La nuova Europa di solidarietà e cooperazione tra tutti i suoi popoli, una Europa priva di disoccupazione, di crisi economiche e monetarie, una Europa di pianificazione e divisione del lavoro, avendo a sua disposizione le migliori tecniche di produzione e un sistema continentale di commercio e di comunicazioni sviluppato e integrato, troverà una fondazione solida e una prosperità in rapida crescita una volta che le barriere economiche nazionali saranno rimosse”. Chi lo ha detto? Prodi? No, lo ha detto l’austriaco Arthur Seyss-Inquart, prima ministro degli Interni e poi Commissario per l’Olanda occupata. Lo ha detto in un incontro in Olanda.

Tali idee erano così diffuse che vi aderirono i personaggi più diversi. Come Karl Olivecrona, giurista e filosofo svedese, considerato uno dei maggiori esponenti del realismo giuridico scandinavo. Olivecrona sottolineava l’importanza del monopolio della forza come base fondamentale del diritto. Le idee politiche da lui espresse durante la Seconda guerra mondiale tendevano a rimarcare la necessità di uno schiacciante potere coercitivo per poter garantire l’ordine internazionale. Era convinto che l’Europa, per garantirsi la pace e l’unità, avesse la necessità di dotarsi di un’incontrastabile forza di controllo e che solo la Germania avrebbe potuto esercitarla. Durante la guerra, Olivecrona sostenne che l’Inghilterra aveva ormai perso la possibilità di governare l’Europa e che per il futuro sarebbe stato necessario accettare l’egemonia tedesca. “Noi dobbiamo imparare a diventare europei. Noi dobbiamo comprendere che il tempo delle guerre civili europee deve finire e che il tempo della cooperazione deve iniziare”, scriveva nel 1941.

E i fascisti italiani non erano da meno nell’affermare la stessa visione sul radioso futuro di un’Europa priva di confini e di nazionalismi, libera ed economicamente prospera. Si potrebbe citare Gangemi, secondo il quale il principio di nazionalità confligge con la vita economica degli stati moderni. Oppure il ministro dell’Educazione Giuseppe Bottai, che nel 1943, sul giornale Critica Fascista, scriveva: “Il nazionalismo può sembrare una parte ineludibile della prospettiva umana o come l’ossificazione di un principio politico che ha fatto il suo tempo. In quest’ultimo aspetto arriva un momento in cui agisce come un ostacolo all’avanzamento generale della civiltà”.

In conclusione, non è necessario essere nazista o fascista per essere antinazionalista e sostenitore dell’ideologia europeista. Però aiuta. Quanto al critico Philippe Daverio, evidentemente lui è troppo poco fascista.

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