AFGHANISTAN/ Sapelli: ora Draghi lavori a un nuovo patto tra Russia e Usa

- Giulio Sapelli

Gli Stati Uniti sono riusciti a fare enormi danni. Dopo il caos in Afghanistan l’Italia deve premere perché Mosca e Washington riallaccino i rapporti

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Il presidente russo Vladimir Putin (LaPresse)

Nei 2003 l’Amministrazione repubblicana Usa – dopo aver indotto quel galantuomo di Powell a mentire dinanzi all’Onu dichiarando che Saddam Hussein possedeva le armi chimiche e nucleari – distrusse l’armata irachena e i servizi segreti più potenti del Grande Medio Oriente, ponendo in tal modo le basi per l’armamento dell’Isis e distruggendo nel contempo ogni possibilità di quel nation and state building che il pensiero debole internazionalista cerca di costruire in provetta con esperimenti sempre nuovi e sempre fallimentari, non avendo mai letto un testo di antropologia giuridica e un calepino sugli ordinamenti giuridici di fatto (si veda la riflessione di Antonio Pigliaru sulla scorta dell’insegnamento di Mortati e di Capograssi per capire cosa voglio dire, e si inviino codesti libri agli alti gradi dell’Amministrazione Usa).

E come non ricordare il discorso di Obama all’Università americana del Cairo nel 2009, democratico di ferro ma testa di legno anche lui? Quando non solo delegittimò Mubarak, ma eresse di fatto il capo della Fratellanza mussulmana Morsi a leader dell’Egitto, segnando in tal modo non solo l’inizio, ma la legittimazione delle cosiddette “Primavere arabe” che hanno tracimato poi nella lotta tra poteri internazionali in Siria e hanno distrutto la stessa architrave del Grande Medio Oriente, ossia ciò che rimaneva della (cosiddetta dagli studiosi) “Grande Siria”, il complesso di tribù e di clan statualmente spartiti e frammentati dalle potenze coloniali dopo la Seconda guerra mondiale, dando così vita alla Siria alawita e al Libano confessionale e autocratico che ora sprofonda dinanzi ai nostri occhi.

È stupefacente come le tragedie irachena, siriana e libanese non abbiano insegnato nulla alla potenza nordamericana, che dopo la morte politica di Henry Kissinger è sprofondata nell’interventismo democratico, ossia nell’illusione terribile di poter ricreare la storia non solo in vitro con le Costituzioni imposte dall’alto ai popoli (quella afghana va letta per comprendere cosa voglia dire dimenticarsi del peso della storia e della geografia!), ma anche con la creazione artificiale dei leader a cui gli aggregati di insediamenti umani stabili del Grande Medio Oriente dovrebbero credere per obbedire e combattere.

Ricordate come Tom Ford – lo stilista di Gucci – definì il presidente Karzai? Lo definì l’uomo più elegante del mondo, e ora gli Usa e anche i loro riluttanti e meno integralmente stupidi alleati della Nato vorrebbero farci credere che veramente pensavano che quell’esponente dell’aristocrazia afghana che è più nordamericano di un nordamericano nativo avrebbe dovuto raccogliere sotto di sé le armate afghane riaddestrate – con sacrifici di sangue e infinite sofferenze dai soldati nordamericani ed europei – e da queste armate essere amato e seguito in battaglia?

La distruzione del Grande Medio Oriente post-coloniale è stata sistematicamente operata dagli Usa dopo l’attentato del 2001 alle Torri gemelle, non imparando nulla né dalla sconfitta dell’Armata Rossa nello stesso territorio afgano e addirittura mortificando i quadri più colti e intelligenti dell’esercito Usa, come i generali Petraeus e McMaren che hanno scritto libri mirabili e hanno espresso critiche fondamentali anche  per quel che concerne il modo in cui si è combattuto in Afghanistan negli ultimi anni.

I talebani dal canto loro sono stati organicamente appoggiati dal riluttante e infido alleato pakistano che ha di fatto – con la maggior prudenza cinese – contribuito alla vittoria su un’armata afghana cosiddetta priva di mordente e incapace di superare in pochi anni un lascito millenario di cultura non occidentale che ne ha impedito la combattività. Ha sorpreso tutti  che i talebani, di etnia pashtun e quindi di fatto pakistani – come non si può non essere clanicamente – non abbiano iniziato la loro avanzata dalle terre pashtun ma invece da quelle tajiche, ossia dal nord dove la storica Alleanza del Nord, nemica delle genti armate pashtun, avrebbe dovuto insidiarle e poi hanno preceduto occupando le città nevralgiche che consentono il controllo di immensi territori imparando dalle guerre siriane e irachene come non mai e assai di più di quanto non abbiano appreso i sofisticati ufficiali della Nato e degli Usa.

L’arte della guerra del resto è un’arte che nel Grande Medio Oriente hanno appreso e praticato i grandi imperi che l’hanno nei secoli e nei secoli dominato sino all’avvento del dominio ottomano.

E infine: è mai possibile abbandonare sul campo aerei ed elicotteri e armamenti sofisticati che i talebani non impiegheranno molto a saper utilizzare, addestrati dalle grandi potenze che già trattano e mediano con loro non abbandonando le loro ambasciate e ricevendoli e incontrandoli a livello di grandi ministri degli Esteri, com’è avvenuto con quello cinese che è un diplomatico di grande esperienza? Così come lo è Lavrov, che tra poco giungerà in Italia e con il quale certo varrebbe la pena di insistere affinché la Russia lavori per riallacciare i rapporti con i riluttanti Usa e che soli possono ricomporre un quadro internazionale meno dominato dall’infantilismo degli internazionalisti che usano la guerra con una leggerezza insopportabile per un europeo colto. Colti come si era un tempo quando non si scambiavano i funzionari e i dipendenti per presidenti, abbandonandoli poi al loro destino di dandy internazionali.

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