SPY FINANZA/ Il primo guaio per Biden e i Democratici si chiama Wall Street

- Mauro Bottarelli

Il timore dei Democratici è che il crash di mercato ormai alle porte possa penalizzarli agli occhi dell’opinione pubblica americana

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Nancy Pelosi, speaker democratica della Camera, parla a Capitol Hill (LaPresse)

Se davvero già oggi il Congresso dovesse avviare le procedure per un secondo impeachment di Donald Trump, in caso il vice-presidente Mike Pence si rifiutasse di ricorrere al 25mo Emendamento per imporre la decadenza immediata del tycoon dal suo ruolo, avremmo la conferma, pressoché ufficiale: Nancy Pelosi non sta cercando solo la sua vendetta personale, bensì creando i prodromi per un secondo Patriot Act contro il cosiddetto enemy within, il nemico interno. Di fatto, una sorta di stato di emergenza permanente, amplificato in modi e tempi dalla pandemia (alibi che si presta magnificamente ad accelerazioni e rallentamenti ad hoc della propria gravità e diffusione), al fine di silenziare ogni possibile dissenso. E non parlo della decisione di Facebook e Twitter di chiudere gli account di Donald Trump o di quelle di Google e Amazon di non ospitare più Parler, la piattaforma della alt-right statunitense, di per sé già segnali gravi, se contestualizzati in quella che dovrebbe essere la più grande democrazia del mondo. Censura e democrazia, in effetti, vanno a braccetto solo in quei regimi che gli Usa solitamente attaccano dagli scranni dell’Onu. 

Il timore dei Democratici è che il crash di mercato ormai alle porte non venga percepito dalla gente come frutto dell’azzardo morale e dell’irresponsabilità dell’amministrazione Trump e che si tramuti in una liability di inizio mandato in grado di azzopparne irrimediabilmente il percorso. Insomma, se la Georgia ha evitato lo status di anatra zoppa a Joe Biden, potrebbe pensarci Wall Street a complicare non poco l’agenda. Meglio, quindi, creare le condizioni per una censura soft, morbida, politicamente corretta. Al Paese giungerà il messaggio che si silenziano le voci di odio, di suprematismo, di razzismo. Ma, intanto, si fa passare il concetto che i social network, la vera chiave del potere politico nei tempi attuali, possono d’imperio togliere la parola a chi ritengono scomodo, senza bisogno di processi o prove. Da qui alle buone notizie per legge, stile 1984, il passo è decisamente breve. 

Non è un caso che, stranamente, proprio su questo tema si sia innescata una battaglia decisamente esemplificativa del clima: guardate questi due grafici, i quali ci mostrano le due facce della stessa medaglia. Prove di dittatura mediatica. 

Il primo presenta l’andamento del titolo Alibaba dopo l’inizio della campagna dell’anti-trust cinese contro Jack Ma e la quasi contemporanea imposizione da parte delle autorità cinesi del silenzio stampa attorno al caso. Tonfo. Il secondo ci mostra invece la reazione del medesimo titolo, ma nella sua quotazione negli Usa, dopo la strana decisione del Tesoro statunitense – ancora sotto la guida di Steven Mnuchin – ma, ovviamente, con il tacito consenso informato di Janet Yellen – di escludere proprio Alibaba (insieme a Tencent) dalla lista di aziende a rischio di bando per connessioni con il comparto militare cinese. Balzo all’insù. Guerra finanziaria, financial warfare. E di informazione. E che alla base della furia iconoclasta che sta caratterizzando i primi giorni dei Democratici nuovamente al potere non ci sia la benevola volontà di eliminare l’odio dei network americani, al fine di limitarne il deflusso e l’impatto nelle strade, lo conferma un altro atto avvenuto nel corso del fine settimana e vergognosamente ignorato dai grandi media, quelli che ancora hanno il senso del ridicolo così poco sviluppato da gridare al golpe per Napo Orso Capo e la sua pattuglia di nazisti dell’Illinois in gita premio a Washington. 

Se esiste infatti qualcuno cui andrebbero revocate immediatamente le deleghe a Washington, questo non è Donald Trump, bensì il suo segretario di Stato, Mike Pompeo. Il quale – con atto unilaterale e pressoché d’imperio – ha eliminato tutte le restrizioni auto-impostesi dalla diplomazia Usa nei confronti delle relazioni con soggetti di Taiwan, in ossequio al principio di One China. Concetto, quest’ultimo, che per Pechino rappresenta una red line invalicabile, esattamente come lo status di Hong Kong e l’eccessiva sovra-valutazione dello yuan. Di fatto, Washington da tre giorni ha relazioni diplomatiche con Taiwan sulla base del reciproco riconoscimento della totale sovranità, come mostra questo documento.

Pechino ha taciuto di fronte alla provocazione di fine mandato. Pessimo segnale, soprattutto se accompagnato dal fatto che mentre Mike Pompeo dichiarava di fatto guerra alla Cina, l’inviato Usa alle Nazioni Unite, Kely Craft, si trovava in visita ufficiale a Taipei. Mossa questa che, invece, il governo del Dragone ha ufficialmente definito “una folle provocazione, per la quale – se ne seguiranno altre – Washington dovrà pagare un caro prezzo”. Guarda caso, però, poche ore dopo negli Usa ha fatto scalpore la notizia del blocco da parte delle autorità filo-cinesi dell’ex colonia britannica del sito HKChronicles, principale piattaforma di comunicazione e informazione del movimento anti-governativo di Hong Kong. Ovviamente, in ossequio alla legge sulla sicurezza nazionale che gli Stati Uniti hanno messo nel mirino come alibi per la loro strumentale campagna anti-cinese: altrimenti, poco si concilierebbe con questo afflato libertario internazionale, la contemporanea decisione di censurare i media e social network a livello interno. 

E chi definì le proteste di massa contro Carrie Lam e la sua amministrazione, “una splendida visione”? Nancy Pelosi, la stessa che spinge per ottenere un impeachment di Donald Trump che, per proprietà transitiva, garantirebbe mano libera contro l’enemy within su larga scala. Ovvero, chiunque osi dissentire. O protestare, magari per il pignoramento della casa da parte della banca o della finanziaria, in ossequio al conto titoli da saldare. Questo senza per forza che il soggetto in questione sia realmente razzista o suprematista bianco, poiché la legge negli Usa già contempla svariate tipologie di reato per contrastare questi fenomeni.

Cosa vi avevo detto, addirittura prima del coup de theatre al Campidoglio, rispetto alla volontà statunitense di crearsi fin dall’inizio della nuova amministrazione un capro espiatorio, nella fattispecie la Cina? Sarà, ma il doppio livello di valutazione e intervento in atto – Donald Trump alle soglie dal bando persino dal genere umano, mentre Mike Pompeo può incendiare i rapporti diplomatici e avvelenare i pozzi senza che nessuno abbia da obiettare – parla decisamente chiaro. E sapete perché tutto questo attivismo, quasi epilettico nel suo contorcersi in violenti atti di prevaricazione politica? Semplice, lo spiega bene questo grafico, dal quale si evince come – nonostante un tasso di disoccupazione ufficialmente bassissimo – l’amministrazione Trump abbia fatto un ricorso a un deficit spaventoso e sistematico, senza precedenti in tempi di pace. Infatti, al fine di trovare un paragone, tocca tornare ai tempi della guerra del Vietnam. 

E quale sarebbe il problema? Semplice: sarà decisamente dura per l’amministrazione Biden e per Janet Yellen in particolare risultare più espansivi di così, senza mandare i conti pubblici in default anticipato e il dollaro a fare compagnia alla lira turca. Non a caso, venerdì scorso, Joe Biden nel corso di un comizio nel natio Delaware, parlando del primo e pressoché immediato pacchetto di stimolo del suo mandato, ha utilizzato come base di quantificazione il termine trillions. Goldman Sachs, fra gli analisti più generosi nel giudicare le necessità di questa prima mossa, non si è spinta oltre i 750 miliardi. Insomma, in casa democratica sanno benissimo che Wall Street è ormai arrivata al picco (come dimostra il livello record appena raggiunto dal margin debt) e la priorità assoluta appare quella di depotenziare al massimo l’impatto politico del crash, destinato – come vi ho già detto – ad aumentare a dismisura la platea di nuovi poveri nella classe medio-bassa, quella che dallo scorso marzo sta scommettendo anche casa e mutande con il trading on-line. E siccome ormai la veicolazione della verità avviene attraverso i social network, ecco che Twitter e Facebook tastano il terreno di reazione pubblica al principio di censura, bloccando i profili di Donald Trump. Mentre al Congresso si mette il turbo al procedimento di impeachment o decadenza da 25mo Emendamento per ufficializzare e “nobilitare” – attraverso l’imprimatur di un atto ufficiale di enorme gravità – lo status di golpe della pagliacciata andata in scena il giorno della Befana. 

Attenti, sta cominciando la madre di tutte le guerre. E dubito che l’ordine di scuderia sia quello di fare più prigionieri possibili. 

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