SPY FINANZA/ Italia, dopo l’allarme recessione può arrivare il commissariamento

- Mauro Bottarelli

A palazzo Chigi l'allarme recessione è suonato chiaro e forte. Ma non ci sono le risorse necessarie a evitare il peggio

palazzochigi governo 1 lapresse1280 640x300 Palazzo Chigi (LaPresse)

Ora è ufficiale, qualcuno abbia il cuore di avvisare il ministro Brunetta: il bluff è finito. Male. Perché ad andare a vederlo ci ha pensato la realtà, brutta bestia con cui avere a che fare. Teniamoci stretto il Pil al 6,5%, come si fa con certe medaglie vinte in gioventù e che ancora si tengono attaccate un po’ pateticamente al muro dei ricordi. È crisi. E quando a certificarlo è la prima pagina de La Repubblica, sacrificando spazio al loro quotidiano maccartisimo anti-russo, significa che la situazione è già sfuggita dal controllo.

Le aziende chiudono. In fretta. Una dopo l’altra e senza troppe distinzioni di settore. Una strage. Dopo giorni di rinvio e appelli all’impossibilità di un nuovo scostamento, stante il primo tackle scivolato in tal senso del vice-presidente della Commissione Ue, Vladis Dombrovskis, Mario Draghi è capitolato: a giorni arriverà un provvedimento di grande entità a contrasto del caro-bollette. Bene. Ma tardi. Qualcuno non ce la farà comunque, sta già portando i libri in tribunale. Troppo il tempo perso a specchiarsi, rimirarsi e lisciarsi le penne per un Pil drogato dal credito di imposta per l’edilizia, settore che sarebbe il caso di regolamentare in maniera cinese, stante il verminaio emerso dallo studio relativo al superbonus.

Si interverrà anche sulle banche e sui crediti? Anche in questo caso, bene. Ma è tardi. Gli istituti di credito, in quanto entità private e profit, l’aria l’avevano annusata da tempo, come i lupi. Non a caso, sfruttavano i rallies da Bce per scaricare Btp. E hanno cominciato a stringere i cordoni della cessione crediti con molto anticipo rispetto al risveglio del Governo e al suo ritorno al reale, dopo mesi fra le braccia di Morfeo. Dipendiamo troppo dal gas russo. Verissimo. Troviamo un’alternativa, magari nucleare di ultima generazione o trivellando come matti. Nel frattempo, però, mandiamo a quel Paese Ue, Nato e Usa e facciamo ciò che ha fatto Emmanuel Macron: pensiamo a salvare il salvabile, primum vivere.

Perché se Il Sole 24 Ore apriva la sua edizione di ieri comunicando come il governo sia alla disperata ricerca di 10 miliardi dalla lotta all’evasione, questo significa una cosa sola: a palazzo Chigi l’allarme recessione è suonato chiaro e forte, ma, altrettanto sonoro, è arrivato lo stop di Bruxelles a nuovi scostamenti sic et simpliciter. E non essendoci in dote al Def nulla più da mettere in campo per tamponare l’emergenza bollette, si ricorre al totem storico: la lotta all’evasione. Scommettiamo che entro lo sbocciare dei primi germogli primaverili salterà fuori un condono o quantomeno una bello scudo fiscale per il rientro di capitale, magari una più occultabile voluntary disclosure in perfetto stile Governo Berlusconi?

Cosa vi dicevo che avremmo avuto un brusco risveglio, a furia di raccontare e raccontarci balle? Ecco fatto, pochi mesi e la bolla è esplosa. E vi invito a guardare un pochino più in là. Sempre La Repubblica nella sua edizione di ieri comunicava come, casualmente, di colpo l’Italia stia per accodarsi al treno delle riaperture record: a fine marzo sparirà quasi certamente il green pass per negozi e banche. Incassato il fallimento del ricatto vaccinale sugli over-50 e spaventati dalla montagna di ricorsi che la sentenza della Corte europea sulla natura discriminatoria della carta verde ha prodromicamente messo in incubazione, a palazzo Chigi e dintorni corrono ai ripari. Addirittura, il ministro Speranza ha il coraggio di dichiarare che questa mossa è figlia di un tempo nuovo. Disperazione, ministro. Si chiama disperazione, non tempo nuovo. Il problema è che Mario Draghi era stato messo a palazzo Chigi per operare con i tempi del mercato e non della politica. Ovvero, anticipare i trend e non rincorrerli. O, peggio, farsi trovare come in questo caso con la guardia clamorosamente abbassata. Altrimenti, parliamoci chiaro, Giuseppe Conte andava benissimo per governare subendo gli eventi.

Ma il peggio emerge da quanto pubblicato lunedì dalla Bce, la quale ha sì furbescamente tramutato in mensile la comunicazione settimanale dei dati scomposti del Pepp, ma per questo non può ora evitarla del tutto. Questi tre grafici parlano chiaro, più di mille parole. E sono la chiusura più drammatica a realistica possibile di questo articolo.

Il primo ci mostra come nella settimana della pantomima quirinalizia, la Banca centrale si sia bellamente rimangiata la promessa dello scorso settembre di rallentamento negli acquisti: il controvalore è stato abbondantemente sopra i 50 miliardi di euro. Ma sono le altre due immagini a gridare come il Re Italia sia nudo: non solo a livello di deviazione sulla capital key, Francoforte è intervenuta ancora in nostro favore, ma il baffo all’insù del terzo grafico tradisce un’inversione di tendenza che parla la lingua di uno spread italico da sostenere a tutti i costi. Nonostante questo, siamo in piena area 150-160.

Dove saremmo senza Francoforte? Lo scopriremo presto, salvo follie di Christine Lagarde o cedimenti improbabili del fronte dei falchi: il 31 marzo, la pacchia del Pepp finisce. Se tutto andrà al meglio, si resterà con 40 miliardi a regime in dotazione all’App per il secondo trimestre, destinati poi a scendere a 20 miliardi nel terzo. Se invece vincerà la linea del rigore rivendicata pochi giorni fa da Klaas Knot, si potrebbe addirittura passare subito a 20 miliardi e chiudere tutto il 30 giugno. Tradotto? Commissariamento più o meno dolce attraverso il Mes. La cui ratifica, casualmente, non è ancora nemmeno transitata dal Parlamento. Chissà cosa nasconde?

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