SPY FINANZA/ La corsa al debito delle big corporations garantita dal coronavirus

- Mauro Bottarelli

L’emergenza coronavirus sta garantendo alle big corporations Usa di poter ricorrere al debito per evitare il tracollo

Dollari 100 pixabay
(Pixabay)
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La cosa peggiore, in situazioni come quella che stiamo vivendo, è che non ci si accorge realmente di cosa stia accadendo attorno a noi. È il carattere ontologico, qualificante e catalizzante della paura: assorbe tutto, concentra tutto, dissimula tutto. Diviene il tutto. Ognuno di noi, ormai, conosce ogni minimo particolare noto del coronavirus. Discetta come un virologo di chiara fama, snocciola dati e sintomi: ma non si rende conto che, al netto dei lockdowns globali, la vita altrove va avanti. E quell’altrove riguarda, ad esempio, i mercati. Dove nei primi tre mesi di quest’anno, mentre noi eravamo impegnati a contrastare la pandemia del secolo e a farci coccolare dall’atmosfera ansiogena dei media, sono caduti gli angeli. E ne sono caduti tanti. Mai come prima d’ora. Eppure, proprio perché angeli, il loro tonfo non ha fatto rumore. Non è stato nemmeno percepito, all’esterno.

Guardate questo grafico, tratto dall’ultimo report al riguardo elaborato da Goldman Sachs, il quale ci mostra come nel primo trimestre dell’anno in corso l’ammontare di controvalore di obbligazioni che ha patito un downgrade del rating, tale da spostarne le valutazioni dall’universo investment grade a quello ad alto rendimento o junk, è stato da Guinness dei primati. Per l’esattezza, 149 miliardi di dollari. Per mettere la situazione in prospettiva, il picco precedente fu registrato durante il biennio horribilis del 2008-2009 e si fermò a 80 miliardi di controvalore. Qui siamo quasi al doppio.

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E signori, non stiamo parlando di qualche sconosciuto produttore di shale oil che ha giocato troppo con la leva finanziaria e si è schiantato insieme al prezzo del greggio: si sono fatti male anche i pezzi grossi. Tre nomi su tutti: Occidental Petroleum, Kraft Heinz e Ford. Dei diciassette nomi che hanno patito un downgrade nel primo trimestre di quest’anno, solo questi tre pesano per i tre quarti del controvalore totale. Ma non basta ancora. Se ampliamo lo spettro anche all’universo investment grade e calcoliamo nel novero chiunque abbia patito un downgrade anche di un singolo “gradino”, pur non perdendo lo status di investimento, il controvalore totale dei primi tre mesi appena trascorsi sale a qualcosa come 765 miliardi di dollari. E sapete qual è il problema? Duplice, a mio avviso.

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Primo, il mercato è talmente impazzito e falsamente rassicurato dalla delirante pioggia di liquidità della Fed da non aver rimandato alcun segnale al riguardo, se non nel sottosuolo che agita solo gli addetti ai lavori. Tutt’intorno, come se nulla fosse accaduto. Secondo e più serio, stando a calcoli sempre di Goldman Sachs, nei prossimi sei mesi il controvalore di bond che potrebbero migrare verso il basso dello status junk e fare compagnia ai 149 miliardi già precipitati equivale a un ammontare nozionale di altri 555 miliardi di dollari. Ben più del triplo. E parliamo di sei mesi, non di sei anni. Ovvero, subito prima del voto per le presidenziali Usa. Avete capito perché la Fed il 20 marzo scorso si è scapicollata ad ampliare la platea del collaterale eligibile nei suoi programmi di acquisto, includendo in fretta e furia anche i bond corporate? Una ragione ci è offerta da questo grafico, dal quale si evince che le medesime aziende che vedono i loro rating stracciati come carta di un giornale vecchio stanno correndo ai ripari nella maniera più drastica possibile: estinguendo le loro linee di credito revolving con le banche a ritmi record, spostando cioè i prestiti che hanno ottenuto dai conti delle banche creditrici ai loro bilanci.

Un bel cuscinetto di salvaguardia. Ma anche un chiaro segnale di allarme, la proverbiale bandiera rossa issata dal bagnino e che sconsiglia di entrare in acqua. Solo nella settimana conclusasi il 1 aprile, le aziende Usa hanno ritirato liquidità per un controvalore di quasi 100 miliardi. Insomma, liquidità emergenziale. In un mondo in cui la Fed sta già alluvionando un’altra volta il sistema, i principali soggetti di mercati sono costretti a mosse estreme simili. Quanto è profondo il baratro di insolvenza che l’abuso di azzardo morale post-2008 e post-Qe sistemico ha scavato nei mercati finanziari? Da inizio anno, il totale di ricorso al cosiddetto drawdown delle linee di credito ha già toccato quota 208 miliardi. E anche qui, non pensiate che si tratti della scelta obbligata di PMI altrimenti destinate al fallimento: la capofila di questa pratica è stata infatti Boeing, la quale a fine marzo ha prosciugato gli oltre 12 miliardi di linea di credito concessagli dalle banche per far fronte alla crisi emersa dopo gli incidenti legati ai software difettosi. Poi, una cascata. Compresa Ford, la quale è ricorda al drawdown dopo il downgrade del rating.

Insomma, la corporate America di cui Donald Trump si fa tanto vanto e che a detta di tutti era assolutamente in forma smagliante fino a non più tardi di inizio febbraio, ora è alla canna del gas. E il peggio, come mostra lo studio di Goldman Sachs, potrebbe essere davanti a noi, non dietro le nostre spalle. Ma nessuno si è accorto. Tutto è accaduto in silenzio e senza scossoni, per il semplice fatto che la pandemia ha assuefatto le nostre menti e ci ha convinto che l’apocalisse sia alle porte: quindi, pare normale che l’oro schizzi alle stelle nonostante la Fed stia stampando come non mai, che gli indici di Borsa segnino scostamenti record da un giorno con l’altro, che le aziende ricorrano a mezzucci per finanziarsi in qualche modo, che il mercato interbancario continui a inviare segnali di tensione, nonostante la liquidità piova dal cielo come in un temporale di fine estate. Abbiamo vissuto il primo tempo di un altro 2008 e quasi non ce ne siamo accorti, convinti come siamo che tutto ciò che di brutto sta accadendo in ambito economico e finanziario sia unicamente ascrivibile al “cigno nero” del coronavirus e non al comportamento criminale messo in pratica a livello globale dal 2011 in poi, fra quattro cicli di Qe Abenomics, tagli dei requisiti minimi dei cinesi e Whatever it takes.

La festa è finita? No, perché per finanziare il debito passato, le corporations stanno emettendo ancora di più, con il badile, perché le Banche centrali hanno riaperto la stamperia e quindi si va avanti con la partita di giro per finanziarsi a debito e calciare ancora un po’ in avanti il barattolo. Non cambia nulla, ormai il sistema è rotto e sa operare soltanto in questo modo. Anche perché la pandemia sta offrendo una musica di sottofondo perfetta all’operazione, garantendo la cortina fumogena necessaria a mosse e strategie che altrimenti avrebbero sortito l’effetto di una bomba a mano lanciata in uno stagno.

Ford che subisce un downgrade insieme a Kraft Heinz, Boeing che opera un drawdown totale su 12 miliardi di linee di credito per il terrore di un imminente credit crunch bancario in stile 2008. E giornali e televisioni, mute. Tutte concentrate a reti unificate sulla nuova liturgia laica della paura, la conferenza stampa della Protezione civile con il suo patibolare snocciolio di contabilità sanitaria e varie ed eventuali rispetto a un agognato ritorno alla normalità. Che brusco risveglio ci attenderà, dopo il lockdown. Ma – anche in questo caso – il copione pare stato scritto in maniera perfetta. Saremo infatti troppo felici di poter tornare a fare l’aperitivo con gli amici o rinchiuderci all’Ikea il sabato pomeriggio per renderci conto dell’ammontare che avrà, per l’ennesima volta, il conto che lorsignori ci consegneranno da pagare, quando tutto sarà finito.

Negli Usa come in Giappone come in Europa. Stavolta, però, davvero nulla sarà più come prima. Perché l’esperimento di controllo sociale sta riuscendo troppo bene per essere abbandonato, prepariamoci a una vita scadenzata dalle emergenze. Cicliche. Ma questo, già lo sapete. O, quantomeno, io è da un po’ che vi metto in guardia.

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