SPY FINANZA/ La “tempesta perfetta” causata dalle Banche centrali

- Giovanni Passali

Le Banche centrali non possono alzare i tassi senza causare un crollo delle Borse. Ma anche il rialzo dell’inflazione crea dei danni

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(Pixabay)

Inflazione, inflazione, inflazione. Questo è il grande tema sotteso in tutti i dibattiti e in tutte le valutazioni sulle notizie dei mercati finanziari. Si può parlare di tutto, ma questa rimane la grande questione su cui si arrovellano gli analisti. Davvero è temporanea? Sarà duratura? Crescerà ancora?

Quello che è certo è il vicolo cieco, di cui ho parlato numerose volte, anche in anni passati, nel quale si sono cacciate le Banche centrali. Infatti, la risposta usuale all’inflazione è il rialzo dei tassi, in modo da rendere più difficile (perché più oneroso) il prestito del denaro, indurre una minore quantità di denaro in circolazione e quindi rendere il denaro “scarso” cioè (secondo la dottrina dominante) prezioso e quindi bilanciare l’eventuale scarsità di qualche bene divenuto raro il cui prezzo sta salendo esageratamente.

Qui c’è una doppia miopia. La prima riguarda il meccanismo con cui il denaro entra in circolazione, poiché se questo non finisce nell’economia reale allora non può creare inflazione. Ed è quello che è accaduto in tutti questi anni, nei quali per fronteggiare la crisi sistemica del mercato finanziario le Banche centrali hanno prodotto un’enorme liquidità e hanno sostenuto la finanza e le banche. Ma questa liquidità non è finita nell’economia reale e quindi non ha creato inflazione. Il cuore del problema qui è che questa liquidità nessuno può controllare dove ora possa andare, nessuno può impedire che si accumuli sulle materie prime e faccia salire i prezzi.

La seconda miopia è sul funzionamento delle Banche centrali, le quali hanno possono creare moneta a non finire, ma non possono creare merci, non possono creare lavoro. Certo, possono favorirlo (o distruggerlo), ma se c’è in corso una crisi strutturale c’è poco che possano fare. In tempi normali possono agire efficacemente, ma in tempi eccezionali come questi, colpiti da una crisi che sembra non finire mai, rischiano di essere intrappolate nella loro incapacità di agire efficacemente.

Ma torniamo al vicolo cieco. Dicevo che le Banche centrali, in tempi normali, per calmierare l’inflazione alzano i tassi per rendere più onerosi e quindi più difficili i prestiti. Ma non siamo in tempi normali, siamo in crisi da oltre un decennio e in questi anni le Banche centrali hanno tenuto i tassi sempre più bassi per favorire i prestiti e immesso enormi quantità di liquidità per sostenere i mercati finanziari e il sistema bancario, insieme ai bilanci degli Stati. Proprio questo è il punto critico: se ora viene effettuato il rialzo dei tassi, le banche saranno costrette a dismettere le loro partecipazioni azionarie per avere la liquidità necessaria e a svendere i titoli di stato per lo stesso motivo. Ma lo faranno tutte insieme, con il rischio di provocare non una discesa dei titoli, ma il crollo delle borse. E la stessa fine faranno i titoli di stato. Insomma, c’è il rischio di una tempesta perfetta.

Ma se non agiscono, la tempesta perfetta rischia di realizzarsi lo stesso a causa dell’inflazione, se dovesse salire troppo o se un’inflazione troppo alta dovesse durare troppo a lungo. Con una inflazione, per esempio, al 4% e un interesse sui titoli al 2% gli investitori ci rimettono e allora inizieranno a vendere i titoli di stato.

Capite ora qual è la trappola in cui si sono cacciate le Banche centrali? Questa trappola è il risultato di aver generato liquidità in eccesso nel momento acuto della crisi, ma di non aver realizzato nessuna seria modifica per fermare la follia della speculazione che aveva creato quel disastro. Con l’immissione di liquidità hanno fatto in modo di far guadagnare tutti (gli speculatori) senza scosse per il sistema bancario e finanziario, ma allo stesso tempo hanno spostato nel futuro il problema senza risolverlo. Così la giostra della speculazione è continuata, anche se prima o poi i nodi vengono al pettine. Ora chi pagherà il conto?

Il conto finora lo ha pagato l’economia reale, in termini di mancata crescita e di scarsa occupazione; lo hanno pagato anche le famiglie, in termini di mancata natalità. Ma questo costo non sarà senza effetti, poiché ora mancano in maniera strutturale le risorse umane necessarie a produrre la crescita che servirebbe.

Lo stesso problema si pone per il fantomatico Pnrr, il piano finanziato dall’Ue (cioè anche da noi) per far riprendere l’economia. Ebbene, sembra che il problema più grave sia proprio la mancanza di risorse (circa 100 unità) necessarie a realizzare i progetti pianificati. E questo rischia di essere l’esempio perfetto di come il denaro, anche stampato a fiumi, non crea il lavoro.

Ne vedremo delle belle, ma non sarà divertente.

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