SPY FINANZA/ La vera partita che si gioca in Italia dietro il super green pass

- Mauro Bottarelli

Con il super green pass l’Italia non cerca solo di salvare il Pil. In gioco c’è la ridefinizione degli equilibri politico-istituzionali

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Palazzo Chigi (LaPresse)

Missione: salvare il Natale. Quanto annunciato dal Governo ricorda il titolo di uno di quei film destinati a diventare un classico delle festività, come Una poltrona per due o Mamma ho perso l’aereo. In realtà, tradisce qualcosa di ben più serio. E per una volta, generalizzato. Perché a confermare come la lotta al Covid sia di fatto diventata a tutti gli effetti una strategia politica sistemica ci ha pensato per prima la Germania, poche ore prima della conferenza stampa di Mario Draghi.

Olaf Scholz annunciava la nascita del Governo semaforo e immediatamente Angela Merkel battezzava il ciclo di opposizione della Cdu, rendendo noto come il nuovo esecutivo abbia bocciato l’ipotesi di lockdown nazionale sul modello austriaco per due settimane che giaceva sul tavolo e attendeva solo la firma del nuovo Cancelliere. Il tutto alla luce di oltre 60.000 nuovi contagi in un giorno, il superamento di quota 100.000 vittime da inizio pandemia e una performance millenaristica da Nostradamus del virus messa in campo solo 48 ore prima dal ministro della Sanità. Invece no, si farà in altro modo. Perché l’economia tedesca rallenta troppo e una chiusura adesso è un lusso che nessuna terapia intensiva affollata può far permettere all’esecutivo socialdemocratico di correre.

Come vedete, nulla che si basi su evidenze scientifiche o su raccomandazioni dell’autorevole Istituto Koch: solo scelta politica, mero calcolo costi/benefici in chiave di Pil e indice Ifo. E ripeto, rispetto all’Italia, la Germania con i suoi numeri appare realmente in emergenza nera.

Veniamo a noi, adesso. E alla missione di salvare il Natale. Quantomeno, alla luce dell’arco temporale di validità di questa nuova stretta, il cosiddetto super green pass. Nel mio articolo dell’altro giorno dicevo che se fosse prevalsa la linea dura voluta da ministro Speranza e Regioni, avremmo avuto un chiaro segnale di indirizzo politico: Mario Draghi ha optato per il Quirinale e Matteo Salvini vede la sua leadership sgretolarsi ogni giorno di più, fiaccata più di quanto credesse nelle fondamenta dallo scontro con il ministro Giorgetti. È andata così. Vi faccio notare solo una questione, a mio avviso decisamente dirimente e significativa: davvero un canarino nella miniera della strategicità extra-sanitaria di quanto sta avvenendo. Contro ogni previsione, persino del professor Bassetti che nel pomeriggio di ieri escludeva il provvedimento evocando problemi di ordine pubblico ed economico, è stato introdotto l’obbligo di green pass base per accedere ai mezzi del trasporto pubblico locale. Per Milano sapete cosa significa? Ogni giorno sulla rete di trasporto del capoluogo lombardo transita una media di 800.000 utenti: impossibile controllarli tutti.

Primo perché manca il personale ATM e si spera che vigili urbani, polizia e carabinieri vengano utilizzati per arrestare stupratori e rapinatori e non portoghesi del vaccino, stante l’obbligo di mascherina su tutta la rete e tutti i mezzi di trasporto. Secondo perché o si schierano i controlli a tutti i tornelli della metro, su tutti i tram e gli autobus, creando ritardi e file a tutta l’utenza (e quindi potenziali rivoluzioni in una città come Milano) oppure l’ATM, il sindaco Sala e anche il Prefetto dovranno alzare le mani di fronte all’evidenza. Terzo, l’unico modo sarebbe creare a tempo di record un software che blocca la possibilità di caricare l’abbonamento ATM di dicembre in assenza di green pass da parte del richiedente: ce la faranno, in meno di una settimana? E poi, è costituzionale o siamo alle soglie del Trojan di Stato?

Insomma, il classico, enorme spot con attuabilità ed efficacia a forte rischio dalla prova dei fatti. Serviva inviare un segnale politico e non sanitario. Serviva fare una scelta e la scelta è stata quella di colpire il 10-13% di popolazione ancora renitente al vaccino per garantirsi l’approvazione dell’87-90%, già preoccupato per veglioni deserti e cenoni con la mascherina. Di fatto, consenso. Ci sarà qualche prima dose in più, grazie al ricatto nemmeno troppo sottile di un Natale in solitaria e senza cinema il giorno di Santo Stefano? Magari sì. Meglio. Ma signori, vogliamo guardarla in faccia la realtà? Quanto appena deciso è stata l’instaurazione di un regime di anestesia sociale che accompagni il Paese da qui alla fase calda dell’affaire Quirinale, ovvero la scelta del nuovo capo dello Stato. Panem et circenses in salsa natalizia e sponsorizzato da Pfizer, l’illusione di un mondo festivo senza untori sul tram o a teatro o allo stadio. Dove, ad esempio, per Inter-Napoli erano presenti circa 65.000 persone, tutte con green pass ma tutte senza mascherina. Quanti di loro avevano ricevuto la prima dose (e magari unica, quella necessaria appunto per ottenere il certificato verde) da più di sei mesi, quindi con un potenziale immunitario crollato di oltre il 60% e una vita sociale il cui carico virologico è stato potenzialmente portato dentro lo stadio, insieme alla sciarpa della squadra del cuore? E ho fatto solo l’esempio più eclatante.

Mentre Mario Draghi parlava, lo spread chiudeva la sua giornata di oscillazioni in area 130 punti base, dopo aver toccato il massimo di 135. Questo, nonostante la Bce stia dando vita da giorni a una compilation di rassicurazioni, cui proprio mercoledì si era unito a sorpresa anche il numero uno della Banca centrale austriaca, Robert Holzmann, il quale aveva messo in guardia dai rischi di un ritiro troppo rapido delle misure di sostegno. Insomma, come dicono gli anglosassoni, aveva nevicato all’inferno. E poi con mezza Europa alle prese con la quarta ondata, la prosecuzione del Pepp dopo il 31 marzo appare assicurata. Esiste un problema pandemico-sanitario? Eccome, lo testimoniano i dati. Quanto deciso in ordine sparso dai vari Stati, Italia in testa, appare un contrasto efficace e coordinato? No, l’Europa sta operando in totale autogestione sovrana. Qualcuno chiude come l’Austria, qualcuno azzarda come la Germania, altri se ne fregano come la Slovenia, pur avendo un tasso di contagi di oltre il 50% sui tamponi. D’altronde, Natale significa consumi.

Regali, spesa per le cene e i pranzi, sciate in montagna o viaggi al caldo per chi può permetterselo. Insomma, Pil. In Italia, paradossalmente, significa ancora di più: la ridefinizione degli equilibri politico-istituzionali con un’opinione pubblica ammansita e tranquillizzata dalle misure-poster appena prese e comunicate, debitamente spaventata H24 da media ansiogeni e unidirezionali nella narrativa e soprattutto distratta dalle festività. Il Natale da salvare, insomma.

Nel frattempo, dietro a TIM sta consumandosi una battaglia campale e silenziosa. Ovviamente, mentre la Consob dorme il solito sonno dei giusti, a fronte dell’altalena del titolo in Borsa che sta facendo la gioie di speculatori e, temo, insiders. Sospenderlo in attesa di chiarimenti, appare troppo cinese come provvedimento? Facciamo come con Alitalia, un pump’n’dump di mesi e mesi? Nel frattempo, al Quirinale si firma la cessione di quanto resta in cambio del sostegno della Francia in sede Bce per il nostro debito e la santa alleanza in nome della revisione del Patto di stabilità, cercando di silenziare del tutto gli ultimi falchi rimasti in Commissione. Perché signori, senza quella riforma strutturale nemmeno Draghi potrebbe fare nulla. Non a caso, dall’Europa è arrivato il primo richiamo a Roma: bellissima la Manovra, splendido il Pnrr, ma sulla riduzione del debito siete, come al solito, pressoché a zero. E sempre non a caso, un padre nobile degli eurobond e della mutualizzazione come il professor Alberto Quadrio Curzio in un’intervista di inizio settimana sull’Huffington Post auspicava un allungamento dei tempi per l’intero Recovery Plan e non solo per il Pepp. Occorre battere il ferro dell’uscita di scena di Jens Weidmann finché è caldo, insomma.

E poi l’ammutinamento in casa leghista sul tema green pass, destinato a trasformarsi in oro colato per Fratelli d’Italia. Tradotto, è in atto la demolizione controllata della leadership sovranista di governo, al fine di sostituirla con una dialogante e che potrebbe addirittura flirtare con il Ppe. Insomma, creazione di un ghetto di opposizione dura e sterile consenso dorato per Giorgia Meloni ma totale immunizzazione da derive di destra in sede di esecutivo. Almeno finché durerà, in attesa del cambio della guardia e del liberi tutti per il ritorno al voto. Sullo sfondo, il Covid. Ma molto, molto sfumato rispetto alle reali priorità in gioco.

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