SPY FINANZA/ L’Europa dei falchi pronta a divorziare dall’euro

- Mauro Bottarelli

La pandemia, di fatto, potrebbe portare a un euro a due velocità. E a una Bce che operi in maniera duale a livello monetario

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LaPresse

Come cambiano in fretta gli equilibri e le convinzioni, quantomeno di questi tempi. Occorre avere buona memoria per restare a galla. E, soprattutto, fare ricorso in dosi abbondanti a quel motto anarchico di fine Ottocento, a detta di alcuni addirittura attribuibile allo stesso Mikhail Bakunin, che recita sarcastico Una risata vi seppellirà! Perché di fronte a certe granitiche convinzioni, a certe posture rivoluzionarie che da galileane declinano in pochi mesi in pigolii a malapena riformisti, non si può fare altro. Sorridere, mostrare tenerezza, magari compatire. A poco a poco, tutte le tessere stanno completando il mosaico, posandosi diligentemente al loro posto.

Che dire della Lega, ridimensionata nella grandeur nazionalista della fallita spallata alle regionali e richiamata pesantemente all’ordine dall’intervista di Giancarlo Giorgetti al Corriere, quella in cui si invitava la leadership a chiudere i conti con certo anti-europeismo da operetta, stante la realtà dei fatti (leggi, spread tenuto in vita solo dagli acquisti Bce)? E il Mes? Sembrava il babao, ormai è dato per acquisito. Da tutti. C’è tempo fino a fine anno, fanno sapere dal Pd, forti del risultato delle regionali e di un inquilino di palazzo Chigi che tra fedeltà al partito/movimento che lo ha espresso e mantenimento del ruolo, ha già ampiamente fatto la sua scelta di pragmatismo a favore del secondo. L’impietoso abbandono sul ciglio dell’autostrada della sopravvivenza politica di quel tenero cucciolo fattosi ingombrante compagnia chiamato reddito di cittadinanza, lo conferma.

Si sapeva, da tempo. Ma si è negato per mesi, sia in casa ex Carroccio che fra le fila dei sostenitori del Governo e dei negazionisti della dipendenza esiziale dall’Europa. Ora, i conti sono arrivati ai rispettivi tavoli. Salati. E da saldare pronta cassa. Vogliamo parlare poi, uscendo dal nostro provincialismo, di cosa sta accadendo in casa Bce?

Ricordo come se fosse ieri le ironia di molti, anche su queste pagine, rispetto alla sentenza della Corte di Karlsruhe e alla sua capacità di far deragliare il treno dell’Europa dal volto umano che pareva incarnata da Ursula von der Leyen e Christine Lagarde. Per molti si trattava soltanto dell’impuntatura rigorista di quattro parrucconi tedeschi, incapaci di accettare la sconfitta e sofferenti a livello gastrico per l’ondata sovranista che aveva finalmente liberato i popoli europei dal giogo dell’austerity teutonica. E adesso? Una risata li sta seppellendo, appunto. Risata amara, però. Oggi tutti i giornali sono stati costretti a riportare la notizia della frattura in seno al board dell’Eurotower rispettivamente alle decisioni da prendere per il prosegue del piano Pepp. Chi pensate che ci sia dietro la presunta rivolta dei cosiddetti falchi, i quali vorrebbero che già da subito si procedesse a una riduzione del controvalore di acquisti obbligazionari, ciò che in gergo viene definito tapering? Ovviamente, la Bundesbank. E su mandato di chi sta operando dallo scorso agosto, la Banca centrale tedesca? Ufficialmente, in base alla delega fornitagli, dalla stessa Corte di Karlsruhe. La quale ha conferito a Jens Weidmann il diritto/dovere di ritirare l’istituto che guida dal piano di acquisti, in caso questo configurasse una violazione del mandato statutario della Banca centrale. La famosa proporzionalità violata, se ricordate.

Ora, cerchiamo di ragionare per bene, guardando avanti. Solitamente, in seno a covi di vipere come si configurano quei consessi, le guerre si fanno senza dichiararle ufficialmente. E senza che finiscano sui giornali con copertura pressoché unanime. Nel caso, si fa uscire il rumour su uno solo, quello letto dalla gente che conta. E, solitamente, scritto in lingua inglese. Quando volano apertamente gli stracci, come sta accadendo in queste ore, significa il contrario: la situazione è talmente seria che occorre preparare la gente al peggio, in modo tale che pur di evitare la tragedia prospettata da tutti i media, dal Financial Times a Pomeriggio 5, sia disposta a digerire qualsiasi ricetta venga ordinata dal dottore.

Con ogni probabilità, il Pepp proseguirà su questi binari almeno fino alla prossima primavera. Conviene a tutti, Bundesbank in testa. E, paradossalmente, non mi stupirebbe che la logica perversa del gioco delle parti veda uscire ufficialmente vincitrice dalla messa in scena di scontro in atto proprio Christine Lagarde. La quale, cari lettori, è screditata, debole e totalmente avulsa dal suo ruolo ormai da oltre un mese. Ben prima di quando il nucleo forte del board ha deciso, di fronte alla sua inazione rispetto al cambio euro/dollaro, di metterla silenziosamente ma operativamente in un angolo, apparecchiandole lo scherzetto della conferenza stampa post-Consiglio in cui la ex numero uno del Fmi si ritrovò a sostenere una tesi opposta a quella del capo economista, l’irlandese Philip Lane. Scaltro stratega, quest’ultimo, nel frattempo infatti passato alla corte dei cosiddetti falchi, dopo essersi reso conto della rotta suicida presa dal tandem Lagarde-Schnabel.

Che fare, quindi? La Germania spera di evitare una rotta franco-spagnola rispetto a una seconda ondata di Covid, forte anche di dati macro relativi alla propria economia che mostrano una resilienza maggiore del previsto. Proprio per questo, la Bundesbank eviterà scontri aperti con il board e lascerà che gli acquisti proseguano, ivi comprese le deroghe statutarie che li rendono così efficaci. Ovvero, deviazione al principio di capital key, al limite per emittente e inclusione dei bond greci nella platea del collaterale accettato. Guardate questo grafico, il quale mostra plasticamente l’andamento dei controvalori giornalieri di acquisto in seno al Pepp, aggiornati alla scorsa settimana.

Come vedete, dopo circa un mese di stagnazione, da quindici giorni si nota un limitato aumento. E, infatti, gli spread restano calmi. Sia il nostro, sia quello spagnolo. I più osservati, ovviamente. Soprattutto quello di Madrid, visto che all’escalation da Covid che vede già la capitale iberica di fatto nuovamente in lockdown si uniscono i peggiori dati macro dell’Unione e il downgrade appena operato da Standard&Poor’s sull’outlook del rating: nonostante questo, i Bonos vanno via come il pane sul mercato, a rendimenti stracciati. Stessa dinamica che vale per i nostri Btp, quelli che vengono spacciati dai grandi media come opportunità di investimento e cartina di tornasole di un Paese che può farcela. Ma che, in realtà, sono solo il Frankenstein di un esperimento di monetizzazione del debito destinato a finire male. Malissimo.

E proprio perché conscia di questo epilogo, la Germania sta prendendo tempo. Osserva, seduta lunga la riva del fiume. E per dissimulare meglio, lascia addirittura che i giornali montino retroscena sempre più allarmanti rispetto a potenziali coup d’Etat in seno al board della Bce, guidati dai falchi di Berlino. Il mio timore è che Germania e Paesi cosiddetti frugali abbiano preso coscienza di un fatto: l’unione monetaria, così come la conosciamo, è morta. Uccisa dal Covid, ma solo perché già fiaccata nel corpo e nello spirito. Patologie pregresse risultate fatali, insomma. Probabilmente, fin dalla nascita.

La pandemia, di fatto, potrebbe portare davvero a un euro a due velocità. E a una Bce che operi in maniera duale a livello monetario, ancorché formalmente a capo dell’intera eurozona. Il Pepp, in tal senso, oggi appare paradossalmente fondamentale proprio per il Nord Europa, al fine di rendere meno traumatico il processo di divorzio. Non fosse altro per i ricaschi che anche il sistema finanziario tedesco pagherebbe a una rottura drastica, soprattutto oggi che Deutsche Bank è tornata nel mirino della speculazione (non a caso, fra l’altro).

Non chiedetemi come una metamorfosi simile possa prendere vita senza traumi, perché appare impossibile prefigurarlo. Ma ricordiamoci sempre che anche il crollo di Lehman Brothers appariva un’ipotesi lunare, solo a metà agosto del 2008. E confermarlo, non a caso, era la stessa Fed. La medesima Banca centrale che, nel weekend del 13 e 14 settembre di quell’anno, di fatto staccò essa stessa la spina, riunita attorno a un tavolo della sua sede di New York.

Troppo clamore attorno alla rottura in seno al board Bce, troppo facile identificare buoni e cattivi in tempi di lockdown e terapie intensive che tornano drammaticamente a riempirsi: il problema è paradossalmente più serio e strutturale. Sistemico, direi. Pensate che Giancarlo Giorgetti abbia lanciato quel messaggio al senatore Matteo Salvini solo perché disturbato dal voto europeo sulla Bielorussia, come lasciava intendere il titolo dell’intervista? Ripensateci. Minsk e i suoi guai sono l’ultima delle preoccupazioni per un pragmatico legato al territorio e alle dinamiche economiche macro come il numero due dell’ex Carroccio, uno con parecchi contatti Oltreoceano: il richiamo a un altro atteggiamento verso l’Europa, distante da quello dei feticisti da emissioni seriali di debito come via alla redenzione che albergano dentro la Lega, è atto prodromico alla possibilità di poter tornare a palazzo Chigi, stante gli equilibri in mutazione. Non è questione di piacere o meno a questo quel membro della Commissione, non è questione di dover baciare la mano ai poteri forti per ottenere la loro benedizione e veder cancellata dal petto la lettera scarlatta: è questione di mera sopravvivenza, perché chi quotidianamente deve fare i conti con la realtà economica del Paese sa benissimo che quegli spread sui titoli di Stato dipendono solo e unicamente dalla Bce. Ovvero, dall’Europa. Eliminata la quale, per noi l’unico epilogo è quello della ristrutturazione del debito. Punto.

Ma d’altronde, quando un quotidiano formalmente di settore come MilanoFinanza, titola Il MEF sta collocando il BTP a 10 anni con la cedola più bassa della storia, omettendo scientificamente e volutamente dalla titolazione il ruolo esiziale della Bce in questa dinamica, capite che siamo di fronte a una scelta di negazione tout court, tipica di una decadenza di sistema. Hanno voluto giocare a fare i Don Chisciotte, oltretutto mandando all’assalto dei mulini a vento un intero Paese e il suo tessuto economico-produttivo, per mera vanagloria e arroganza: ora, il costo di questa stagione di populismo da ubriachezza molesta e vanteria da bar sta arrivando al tavolo, portato da un cameriere poco incline al compromesso. I nomi di chi dovremo ringraziare, li conoscete. Uno per uno. Coincidono alla perfezione con quelli di chi vi prospettava sorti magnifiche e progressive, in punta di assalto al cielo contro l’austerity e l’Europa germanocentrica. Bene, vi hanno portati a essere schiavi della Bce. A sua volta, dipendente dalla Bundesbank. Contenti, adesso?

P.S.: Attenzione alla nomina del successore di Yves Mersch nel board Bce, prevista entro fine mese. Se la scelta cadrà sul Frank Elderson, direttore della Banca centrale olandese, state certi che la grande stampa ve la venderà ufficialmente come una vittoria di Christine Lagarde, poiché il nostro appare particolarmente competente nel campo dei green bonds e degli strumenti di finanza sostenibile. Balle, sarà l’inizio della fine.

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