SPY FINANZA/ Titoli di stato e inflazione aprono la “fase 3” piena di insidie

- Paolo Annoni

Il rialzo dei rendimenti delle obbligazioni dei principali Paesi europei, oltre che degli Stati Uniti non fa presagire nulla di buono visto il contesto inflazionistico

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(LaPresse)

Il rendimento delle obbligazioni decennali francesi e tedesche ieri ha sfiorato i massimi dell’ultimo anno e mezzo; anche quello italiano è salito anche se è rimasto sotto ai livelli raggiunti quando il nostro Paese pagava l’incertezza dell’avvicendamento a palazzo Chigi. Sempre ieri il rendimento del decennale americano ha bucato la soglia dell’1,6% portandosi vicino a livelli che non si vedevano dall’inizio della pandemia. È facile fare la cronaca e molto più difficile lanciarsi in previsioni, ma se sorpassassimo questi livelli entreremmo in un contesto nuovo dopo l’inizio della pandemia di febbraio/marzo 2020.

Nella prima fase le banche centrali hanno aiutato i mercati finanziari e l’economia reale in uno scenario di crisi grave a causa delle limitazioni imposte per combattere la pandemia. Le condizioni economiche di molte famiglie e imprese, soprattutto medio-piccole, non lasciavano spazio ad analisi sulle possibili controindicazioni. Nella seconda fase si è materializzata l’inflazione con incrementi di prezzi che in alcuni casi non si vedevano da oltre un decennio. L’impatto sulle famiglie è stato fotografato solo parzialmente dagli indici statistici sia perché i panieri sono diventati obsoleti rapidamente, sia perché le fasce più fragili della popolazione e il ceto medio patiscono di più l’incremento di alcune categorie merceologiche: alimentari in primis. 

Questa seconda fase ha visto un incremento dei prezzi sostenuto e il mantenimento delle politiche monetarie espansive perché, così spiegavano economisti e banchieri centrali, il fenomeno era transitorio. La fermata imposta all’economia nel 2020 ha portato a un’esplosione di domanda inevasa nel 2021 a cui si sommava la liquidità delle banche centrali. L’inflazione però era ritenuta “transitoria” perché con la progressiva normalizzazione della domanda e l’aggiustamento della produzione e delle catene di fornitura globale il fenomeno sarebbe rientrato gradualmente e i danni, alla fine, sarebbero stati accettabili.

Sembra che questa seconda fase stia finendo. Un paio di settimane fa il governatore della banca centrale canadese ha dichiarato che l’inflazione in Canada potrebbe durare più a lungo di quanto inizialmente previsto. Il presidente della Fed di Atlanta, settimana scorsa, ha dichiarato che c’è il rischio che l’inflazione sia più persistente di quanto atteso. Sono solo due esempi di un cambio di “narrazione” che negli ultimi dieci giorni si è percepito chiaramente sia con dichiarazioni di banchieri centrali, sia con previsioni di amministratori delegati di importanti società alimentari internazionali. 

Se viene meno la supposta transitorietà dell’incremento dei prezzi quello che rimane è un combinato di politiche espansive, tassi bassi e incrementi dei prezzi sostenuti che è più difficile da sostenere e difendere nel medio periodo. La fase precedente va bene a tutti solo se l’incremento dei prezzi non comincia a diventare un problema per arrivare tranquillamente alla fine del mese. 

L’andamento dei rendimenti obbligazionari degli ultimi giorni e, insieme, le ultime dichiarazioni sulla non transitorietà dell’inflazione possono essere il primo atto di una nuova fase che è sfidante per tutti i governi e per tutte gli organismi internazionali in proporzione alla loro solidità economica, finanziaria e istituzionale. 

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