SPY FINANZA/ Trump e la “recita” utile per Wall Street

- Mauro Bottarelli

Notizie vere, false o verosimili sul possibile accordo tra Usa e Cina aiutano le Borse: una recita con protagonisti anche piuttosto importanti

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Lapresse

Del vertice Nato appena conclusosi a Londra resterà alle cronache la clamorosa gaffe del premier canadese e l’arrabbiatura di Donald Trump, talmente forte da spingerlo ad annullare la conferenza stampa finale e abbandonare anzitempo la capitale britannica: fossi un cittadino del Canada, dormirei preoccupato. Fossi, oltre a quello, anche un elettore del Big Jim prestato alla politica che risponde al nome di Justin Trudeau, maledirei la mia mano per aver tracciato quel segno sulla scheda elettorale. Non si lamentino se i controlli alle frontiere diventeranno degni di quelli fra Texas e Messico e, casualmente, partirà anche qualche dazio o tariffa. Seguito, magari, da attacchi speculativi sulla sempre presente bolla immobiliare dello Stato dalla foglia d’acero, il cui boom petrolifero è coinciso con una folle corse al mattone: se le rogne le cerchi, con il lanternino, facile che tu possa incontrarle lungo la strada.

Il problema è che la frase fondamentale pronunciata dal presidente Usa nella due giorni di Wadford, almeno a mio modesto avviso, non è stata quella relativa al premier canadese dalla “doppia faccia”, bensì questa, pronunciata il 3 dicembre, appena atterrato: “Il calo del mercato di oggi rappresenta noccioline, non mi forzerà a concludere un cattivo accordo con la Cina”. Questa la risposta fornita da Donald Trump ai giornalisti che gli chiedevano conto del tonfo generalizzato in atto a Wall Street, dopo i suoi tweets con minaccia di nuovi dazi per Argentina, Brasile e Francia e la dichiarazione riguardo la sua propensione a giungere a un patto finale con Pechino soltanto dopo le presidenziali di novembre 2020.

E anche un mondo ormai allenato agli stop-and-go dei negoziati sino-americano e alla logorrea social dell’inquilino della Casa Bianca, cominciò a porsi una domanda: a che gioco sta giocando il Presidente statunitense? Ci è o ci fa? Davvero è così convinto della forza del rally in atto nella Borsa Usa da snobbare la reazione alle sue parole e, anzi, da spingerlo ad amplificare il fuoco di fila di dichiarazioni esplosive e apertura di nuovi fronti di conflitto?

Questo primo grafico ci mostra come, in effetti, ormai soltanto un minus habens, un portatore sano di malafede o qualcuno con serie difficoltà di apprendimento dei dati di realtà possa ancora credere alla veridicità del conflitto commerciale in atto: la pantomima è ormai disvelata in maniera totale e assoluta. È bastato che una fonte totalmente anonima, senza riscontro alcuno e senza la minima indicazione di particolari qualificanti, dicesse a Bloomberg che un accordo era comunque a portata di mano, al netto della retorica bellicista in atto, per spedire i futures di Wall Street alle stelle e accompagnare la Borsa Usa al primo rialzo da tre sedute a questa parte. Come vedete, appunto, noccioline.

La Borsa, ormai, opera a comando delle notizie. Vere o false che siano, poco importa. Anzi, l’ideale è che siano verosimili. In quel caso, il risultato è garantito. Sapete qual è la cosa davvero grave? È che stiamo vivendo, declinata purtroppo in chiave politica ai massimi livelli globali, la parabola di destabilizzazione e manipolazione raccontata da Oliver Stone nel 1987 attraverso uno dei suoi capolavori, Wall Street. Immagino che tutti lo abbiate visto. O, quantomeno, ne abbiate sentito parlare. Chi non conosce lo spericolato speculatore Gordon Gekko, interpretato da un magistrale Michael Douglas? E chi non si è immedesimato, almeno una volta, nei dubbi amletici del giovane e rampante Bud Fox, diviso fra fedeltà ai valori trasmessigli dal padre e smania di potere e denaro? Bene, ricorderete che quando Gordon Gekko aveva bisogno di far salire le valutazioni di un titolo emergente su cui aveva puntato, lanciava un segnale in codice al suo prezzolato contatto nel principale quotidiano finanziario Usa: “Ferro Azzurro ama Anacott Acciaio”, l’iconica frase. E Ferro Azzurro, Blue Horseshoe nella versione originale, era proprio Gordon Gekko. Detto fatto, la voce veniva passata agli arbitraggisti e l’anonimo titolo azionario diventava il più caldo e ricercato della giornata. Poi, pump’n’dump. Una volta salito al massimo possibile, almeno prima che qualcuno si prendesse la briga e il disturbo di andare a vedere i suoi fondamentali, Gekko scaricava l’azione, massimizzando il profitto.

Ecco, sta accadendo la stessa cosa. Il problema è che il mondo oggi è pieno di Ferro Azzurro. E, cosa ancora più grave, non si tratta di speculatori senza scrupoli, i quali operano in base alla loro natura un po’ piratesca e rischiano su scommesse ontologicamente al limite dell’accettabile. Si tratta di presidenti, banchieri centrali, ministri, amministratori delegati di banche o multinazionali. Dell’establishment, insomma. Quello vero, però. Ci riempiono la testa con le fake news del Cremlino per sabotare il voto Usa o con quelle dei sovranisti per aizzare la gente contro gli immigrati, ma è il potere stesso, nel mondo post-Lehman, a operare secondo quei criteri. Al massimo del possibile e dell’accettabile.

Chi ha messo in giro la voce dell’accordo Usa-Cina ancora possibile e in tempi brevi? Chi è stato il Ferro Azzurro di turno, mercoledì 4 dicembre? Larry Kudlow in persona, magari? Nessuno lo sa. Ma tutti, algoritmi in testa, ci credono. O fingono di crederci, poco cambia o importa. L’importante è fare soldi, tanti. Prima che la giostra si fermi ancora, la musica termini e cominci un’altra dark age, come il triennio 2008-2011. E sapete perché Donald Trump, al netto della spavelderia dell’uomo, ha utilizzato quella frase, parlando di “noccioline” rispetto ai cali che stava patendo Wall Street? Perché fatto salvo l’azzardo sul breve termine, una prosecuzione del teatrino in atto con la Cina potrebbe paradossalmente rivelarsi salutare, se non vitale, per la Borsa statunitense, garantendo altri mesi di supporto implicito agli indici, ormai assuefatti all’architrave composto da buybacks strutturali e ricopertura forzata di (incaute, occorre ammetterlo, stante la manipolazione strutturale in atto) posizioni short, figlie queste ultime proprio del riflesso pavloviano degli investitori e del trading ad alta frequenza verso il susseguirsi periodico di notizie apparentemente negative.

Ma c’è dell’altro e, in questo caso, non è decisamente farina del sacco del Presidente e del suo intuito un po’ spaccone da self-made man. Questo grafico mostra come, a detta del team economico della Casa Bianca e di qualche banchiere amico, le Borse statunitensi avessero decisamente bisogno di una pausa defatigante, dopo i rallies delle ultime settimane e in vista della riunione della Fed del 10 e 11 dicembre prossimi. Nei fatti, il ritorno all’operatività delle Banche centrali – Federal Reserve in testa – nel mese di ottobre ha infatti garantito all’indice manifatturiero globale di tornare a respirare, dopo una caduta a dir poco continua e verticale.

Insomma, prima i buybacks di massa, poi il ritorno del Qe (in combinato con le quotidiane aste repo e term) hanno garantito a Wall Street (e con il suo traino pari al 65% del valore globale, conseguentemente alle piazze di tutto il mondo) un anno positivo, a dispetto di dinamiche e letture macro da mani nei capelli e pre-recessive. Ora, però, con la crescita mondiale che mostra un minimo di ritorno al battito vitale grazie all’impulso creditizio, il rischio è che ogni eventuale calo degli indici si trasformi in valanga per effetto auto-alimentante, esattamente come avvenuto lo scorso Natale. Meglio, quindi, sgonfiare in maniera “controllata” un po’ di quel rally. Il quale, come hanno mostrato gli ultimi mesi, potrà facilmente recuperare con gli interessi quanto lasciato sul terreno, se da Washington o Pechino dovessero giungere inaspettate aperture verso un epilogo rapido e positivo. Vere, false o verosimili che possano essere. Come dimostrato dall’ultima sortita di uno dei tanti Ferro Azzurro delle élites globali, ad appena 24 ore dai tonfi che spinsero la stampa a chiedere conto a Trump di quanto stesse accadendo.

È una recita a soggetto, ormai farsesca. Anche perché, proprio in vista del voto presidenziale Usa di novembre, questi due grafici mostrano come la meravigliosa macchina da tweets della narrativa economica trumpiana rischi di lasciare in panne il suo titolare proprio sul più bello, in caso la bolla delle equities non venga fatta sgonfiare ancora un po’, prima di ripartire in contemporanea con i Caucas e le primarie.

Insomma, il calo dei giorni scorsi – come quelli intervallatisi nei mesi precedenti, a partire almeno dallo scorso marzo – ha rappresentato davvero delle peanuts, delle noccioline. Per il semplice fatto che, apparentemente, la Casa Bianca lo avrebbe creato pressoché ad arte e dal nulla, dichiarazione dopo dichiarazione. Poi, qualcuno ha operato nello stesso modo ma in forma anonima e in verso opposto, gettando semi di ottimismo senza costrutto al vento della propaganda pavloviana: et voilà, Wall Street e il resto del mondo – borsistico – sono tornati a sorridere. Seguiranno i fatti? Il 15 dicembre, data del prospettato e minacciato aumento tariffario sullo stock maggiore di beni cinesi importati dagli Usa, si avvicina. E con essa, la prima riprova a questa teoria. Attenzione, però. Anche le strategie e i giochi di ruolo meglio concepiti, a volte, vanno a monte per una distrazione, un’inezia, un particolare che sfugge. O un Dottor Stranamore.

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