STORIA/ Chi ha calpestato la libertà del Libano?

- Maurizio Modugno

La storia del Libano è travagliata. Celebrato dalla Bibbia, il suo destino precipita con il colpo di Stato dei Giovani Turchi

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Beirut. Si scava tra le macerie dopo l'esplosione (LaPresse)

La Bibbia ha sempre guardato al Libano come a una terra di fragranza e di bellezza incomparabili. Il profeta Osea, nel lodare la misericordia di Adonai verso l’infedeltà d’Israele, ne ascolta la Parola:Sarò come rugiada per Israele; fiorirà come un giglio e metterà radici come un albero del Libano, si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell’olivo e la fragranza del Libano. Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, fioriranno come le vigne, saranno famosi come il vino del Libano” (Os 14, 5-8).

E lo sposo del Cantico dei cantici contempla rapito: “Vieni dal Libano, mia sposa, vieni dal Libano, vieni! Avrai per corona le vette dei monti, le alte cime dell’Ermon. Tu m’hai ferito, ferito il cuore, o sorella, mia sposa. Vieni dal Libano, mia sposa!” (Ct 4, 8). Ezechiele, Geremia, i Libri storici  e i Salmi invitano però a non prenderne l’orgoglio: la superbia dei cedri alti, il profumo delle dimore, il lusso senza vero culto, le regine pagane, sono denunciati e deprecati. Il profeta Habbaquq però mette in guardia dall’attentare a quei luoghi, ove il Signore è presente: “Bevi e ti colga il capogiro. Si riverserà su di te il calice della destra del Signore e la vergogna sopra il tuo onore, poiché lo scempio fatto al Libano ricadrà su di te […] a causa del sangue umano versato, della violenza fatta alla regione, alla città e a tutti i suoi abitanti”. (Ab 2, 1-20).

Gli ammonimenti profetici non son valsi nei secoli e fino ad oggi a preservare quella specialissima terra dalle inclemenze degli uomini e della storia. Eppure lo stesso Impero Ottomano se l’era quasi posta fra i gioielli del Topkapi: fin dal 1861, quando le aveva concesso una sorta di “statuto speciale”, facendone una Mutasarifiyya, una provincia autonoma soggetta al Sultano, ma affidata ad un mutassarif, ossia un governatore, sempre cristiano (maronita, armeno, ortodosso, cattolico) e divisa in sette province, con a capo un caimacam, scelto nella maggioranza religiosa locale.

Un tale status quo era andato avanti con relativa tranquillità fino alla Prima guerra mondiale. O meglio, fino al colpo di Stato dei Giovani Turchi, i pasha Izmail Enver, Mehmet Talaat e Ahmet Cemal. A quest’ultimo, dopo vari ministeri, il trimvirato aveva affidato il comando della IV Armata schierata dalla Siria alla Cirenaica. Furioso per la disfatta subita in Egitto nel febbraio del 1915, Cemal (detto Al Saffah, il sanguinario o il macellaio) s’era rivoltato contro il Libano. Nonostante una biblica invasione di cavallette si fosse precipitata dalla valle della Beqa’a fin verso la costa, i rifornimenti di grano dalla Siria vennero premeditatamente bloccati e la carestia cominciò a stendersi come un’ombra letale sulla terra dei cedri. In agosto – atterrito dalle voci di una coalizione antiottomana capeggiata dall’emiro Feisal e ispirata dal maggiore T.E. Lawrence – Cemal fece cominciare a Beirut i rastrellamenti di sospetti cospiratori. Il patriarca maronita Helias Hoyek scriverà nelle sue Memorie: “A Beirut la gente muore di fame e si raccolgono cadaveri per le strade”. La corrispondente del New York Times pubblicava un articolo che iniziava “L’Oriente ha fame. Questa è la verità. […] Nulla esiste in Europa che possa paragonarsi alle attuali condizioni della Turchia asiatica. […] Uomini da noi conosciuti personalmente, con i quali avevamo lavorato, mangiato, giocato a tennis, che conoscevamo come la miglior intellighentsia del paese, furono picchiati, torturati, deportati, condannati a morte. C’erano giorni in cui venivano impiccati a dozzine” in quella che poi diventerà Place des martyrs. “Vedemmo donne e bambini rannicchiati per terra con gli occhi chiusi e così pallidi da far paura. Era naturale veder persone frugare nei secchi della spazzatura e mangiare avidamente quando trovavano qualcosa”.

A ciò s’aggiungeva il lento, ma inarrestabile afflusso sulla spiaggia beirutina della Quarantaine, davanti all’elegantissimo Hôtel Bassoul, dei reduci fuggiti dalle deportazioni armene, giunti a piedi dall’Anatolia, dalla Georgia, dal Caucaso, nella speranza di un visto per gli Stati Uniti o per l’Italia. Il consolato generale americano, incaricato anche della cura degli interessi italiani, attraverso il suo console William Stanley Hollis (un ex-ufficiale di marina) e il suo dragomanno Daud Dayekh (un protetto italiano di origine cristiana irachena), “ebbe il merito di aver aiutato a fuggire dal paese migliaia di persone perseguitate dai Turchi” (New York Times, 8 giugno 1930). Il figlio più piccolo del console venne rapito e mai più trovato. Dayekh venne imprigionato a Damasco, condannato a morte e in extremis liberato dall’arrivo delle truppe di Feisal e Lawrence.

Caduti gli Imperi centrali, il 5 ottobre 1918 il generale Choukri Al Ayyubi innalzava sul Serraglio di Beirut lo stendardo dell’emiro hascemita. Il 7 mattina il contrammiraglio francese Georges Varney sbarcava in una capitale libanese ancora profondamente segnata dalla carestia e dalle stragi, sfilava in mezzo ad una folla osannante per le vie della città, mentre il generale Edmund Allenby nominava il colonnello Antoine de Piépape alle funzioni di governatore militare di Beirut. L’arrivo in ottobre di François-Marie Georges-Picot come Haut-Commissaire au Lévant darà inizio alla lunga stagione dell’influenza francese su quella Syrie che da trent’anni la République gallica riteneva esserle “moralement réservée”. Sì che già dal 1° settembre 1920 la Francia farà nascere lo “Stato del Grande Libano”, indipendente ma sotto quel proprio Mandat che avrà definitivo termine solo nel 1943.

Durante la carestia in Libano il poeta Khalil Gibran, dal suo esilio negli Usa, scriveva: “La mia gente è morta sulla croce […] È morta con le mani protese verso Oriente e Occidente, con gli occhi fissi all’oscurità del firmamento. È morta perché era il fiore calpestato, non il piede che calpesta. È morta di fame in una terra ricca di latte e miele. È morta perché si sono levati i mostri dell’inferno, hanno distrutto tutto ciò che i suoi campi producevano e hanno divorato le ultime provviste nelle sue dispense. È morta perché le vipere ed i loro figli hanno sputato veleno nel luogo in cui i Sacri Cedri, le rose e il gelsomino esalano il loro profumo” (I segreti del cuore).

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