STORIA/ Jean Domat, il Re Sole e quella “magistratura colpevole di obliare Iddio”

- Maurizio Modugno

Il giurista francese Jean Domat (1625-1696), alla corte di Luigi XIV, ebbe un’influenza che arriva fino al Codice civile Sabaudo del 1837 (e oltre)

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Immagine del giurista Jean Domat

Reggia di Versailles, in un giorno di giugno del 1681: un magistrato dal viso lungo e austero, sottolineato dal naso aquilino e da una grande parrucca a boccoli, percorre la sontuosa galleria che porta alla sala delle udienze riservate di Luigi XIV. È preceduto da Claude Le Peletier de Villeneuve, segretario del re e da Henri d’Aguesseau, consigliere di stato e seguito da uno stuolo di dignitari e cerimonieri. Il nome del magistrato è Jean Domat.

I tre inchini di prammatica gli danno accesso ad un breve colloquio con il Re Sole: colloquio che avrà un’importanza fondamentale per la storia giuridica d’Europa. Viene infatti presentato a sa Majesté il piano generale delle Loix Civiles dans leur ordre naturel, la maggior compilazione sistematica di leggi e norme fino ad allora mai proposta in Francia. Il re – lui stesso aveva convocato Domat a corte – ne è entusiasta e decide di concedergli una pensione di duemila livres perché si trasferisca a Parigi per lavorare esclusivamente ad un progetto che da Luigi XIV è intravisto come tassello essenziale della sua politica di centralizzazione del potere e dell’amministrazione del regno di Francia.

Ma chi era Jean Domat?  Era nato costui a Clermont-Ferrand, nella severa Auvergne, il 30 novembre del 1625. La famiglia apparteneva a una “noblesse de robe” (“nobiltà di toga”) che vantava antiche ed illustri tradizioni giuridiche. Venne educato prima a Parigi, nel gesuitico e prestigioso Lycée Louis le Grand, sotto la guida del prozio, il père Sirmond, stimatissimo erudito e confessore di Luigi XIII; poi a Bourges, nella gloriosa facoltà giuridica dove avevano insegnato Jacques Cujas, André Alciat e Hugues Doneau, addottorandosi nel 1645 con Edmond Mérille, l’ultimo allievo di Alciat. Tornato in Auvergne, Domat eserciterà la professione di avvocato, secondo fonti concordi con plauso indiscusso, tanto da poter ambire e ottenere la carica di Avocat du Roi nel Siège Présidial di Clermont-Ferrand.

Ove sarà censore di costumi e d’ intrighi: nel suo Mémoir de quelques abus à corriger e nelle Harangues, Domat condannerà con forza gli sbandamenti morali della magistratura locale: “che appare colpevole di obliare Iddio: essa è, ai suoi occhi, referente della giustizia direttamente davanti a Lui e dispensatrice della Sua luce. Perché Egli ha posto la funzione di magistrato (‘Ils sont appellés des dieux’) al di sopra di tutto, anche della potestà del Re; e dunque non può che deplorare l’immagine che ogni giorno offre di sé l’amministrazione della giustizia!”.

All’ importante carriera giuridica di Domat, si sottende fin dall’adolescenza un carattere riflessivo, una forte attenzione alle scienze e alla filosofia, un’abilità non comune nel disegno, un anelito spirituale, che lo condurranno a stabilire una profonda amicizia con un suo quasi coetaneo e concittadino: Blaise Pascal. Nella copia del Corpus Juris Civilis giustinianeo (edizione di Denis Godefroy) appartenuta a Domat, figura un disegno a sanguigna raffigurante Pascal ragazzo, opera certa del futuro magistrato. Conosciuto probabilmente dopo il 1642, Domat lavorò con Pascal a numerose esperienze scientifiche, tra cui gli studi sulla pesantezza dell’aria e alla discussione di problemi etici e religiosi. Introdotto dall’amico a Port-Royal, intervenne in numerose occasioni pubbliche, fra cui quella intorno alla questione del Formulario e quella sull’infallibilità pontificia. Anche dopo la morte di Pascal – Domat fu al suo capezzale fino all’ultimo – il magistrato avrà occasione di mostrare la sua fedeltà al Giansenismo, soprattutto nella polemica anti-gesuitica. Una “relazione riservata” della Compagnia sullo Stato presente del Giansenismo a Clermont indicava che “il più additato (dei giansenisti) è il signor Domat, avocat du Roi, che possedendo qualche vivacità di spirito ed essendosi dedicato unicamente allo studio di queste materie, passa per il più abile, tiene lezioni per i suoi associati e corrompe la gioventù del luogo. Per fomentare i loro legami faziosi, essi tengono molte assemblee segrete. Le precauzioni ch’essi prendono a tal fine fanno congetturare qualche mistero d’iniquità”.

In realtà più che qualche cospirazione, Domat sta elaborando, appunto negli anni Sessanta e Settanta del Settecento, un metodo (di pura matrice port-royaliste) in cui il mos geometricus, la dimostrazione geometrica, il pascaliano ésprit de géométrie, si applica al diritto, come una tra le supreme espressioni della “logica” scientifica intesa a dar luogo ad un’altissima manifestazione dell’armonia e della giustizia sociale.

Naturalmente l’opus maximum di Domat rimane quello contenuto nei tre volumi delle Loix civiles. Che si aprono con la notissima Épître au Roi: ove l’autore, offrendo uno sguardo panoramico sul momento e sugli eventi storici, mostra come al Sovrano, cioè al “massimo organo di diritto pubblico”, spetti di provvedere alla pace del regno e dei sudditi, mentre alla Giurisprudenza e alla Dottrina compete di edificare l’ordine e la giustizia dei rapporti tra privati, cui il Re non può dedicarsi. Segue l’Épître un Préface sur le dessein de ce livre, in cui Domat si sofferma sui rapporti fra la propria opera, il diritto romano e il diritto (scritto od orale) osservato in Francia fino al XVII secolo. Segue ancora un breve Traité des Loix, una teorizzazione, fra le più avanzate all’epoca, sulle fonti del diritto, sui premiers principes e sull’ordre naturel da cui ogni forma di convivenza sociale prende vita. Infine Le loix civiles vere e proprie aperte da un Livre preliminaire sulle regole generali del diritto, sulle persone e sulle cose; seguito da una Première partie dedicata alle obbligazioni e da una Seconde partie dedicata alle successioni.

Quest’opera, magistrale  nella storia del diritto, uscirà negli anni 1689-1694 senza nome d’autore, secondo l’uso giansenista, presso l’editore Coignard. L’edizione migliore, tra le tante, sarà quella del 1777, posta insieme a tutte le altre opere di Domat e con i commenti dei più illustri giuristi del tempo. Leibniz leggerà l’edizione olandese di Moetjens à La Haye e la  recensirà in termini lusinghieri.

Les loix civiles troveranno un nuovo successo editoriale all’inizio dell’Ottocento: e non casualmente. Il Code Napoléon ha la sua indiscussa ipotesi di lavoro nell’opera domatiana e nei Traités del suo erede Robert Joseph Pothier, a quel tempo ancora fondamentali per ogni cultura giuridica francese. Nella seconda campagna d’Italia (luglio 1800), Bonaparte aveva chiesto a Jean-Jacques Régis de Cambacérès di riprendere il lavoro di unificazione del diritto nazionale (da questi già avviato tra il 1793 e il 1794) e dirigere la Commissione, composta – per decreto consolare del 18 agosto 1800 – da due giuristi esperti nel diritto consuetudinario, Félix Bigot de Préameneu e François-Denis Tronchet, e da due giuristi specialisti nel diritto scritto, Jacques de Maleville e Jean-Etienne Portalis. Furono necessari solo quattro mesi per redigere il Code Civil, che passò all’esame del Consiglio di Stato (presieduto dallo stesso Napoleone), ove si svolsero sedute invero assai accese e contrastate.

Il 21 marzo 1804 però, Napoleone emanò solennemente il Codice civile dei Francesi. Presto diffuso nel Regno d’Italia e matrice di tutte le legislazioni degli stati preunitari. Ivi compreso quel Codice civile Sabaudo, promulgato nel 1837 da Carlo Alberto, che è il padre nobile del codice civile attualmente vigente in Italia. Grazie, monsieur Jean Domat.

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