STRAGE DELLA MARMOLADA/ Quando la bellezza diventa morte, ci resta solo Giobbe

- Monica Mondo

Tante domande apre la tragedia della Marmolada. Perché quelle vittime, perché a quell’ora? Perché Dio – se c’è – permette questo male?

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Il versante nord della Marmolada. Al centro, in alto, tra cielo e rocce, il punto del distacco (LaPresse)

Marmolada, la montagna che splende di rocce cristalline, dei suoi azzurri ghiacciai. Che ci parla di altezze, dell’uomo e di Dio. Che tanta bellezza sia diventata rombo di morte, in una luminosa giornata d’estate, è mistero. Cerchiamo di spiegare tutto, cerchiamo le ragioni, le cause, le colpe. Almanacchiamo per chiudere una domanda che ci fa male. Perché tutto questo dolore, perché il male che trasfigura e trasforma in mostruosità il dono di tanta struggente grazia?

Certo, il riscaldamento globale. Certo, l’imprudenza, l’imperizia, di scalatori improvvisati. E l’azzardo di guide che avrebbero dovuto frenare, spiegare una prudenza che non esclude la baldanza e il desiderio ardente, ma è rispetto, studio delle proprie forze, coscienza che la natura è per noi, con i modi e i tempi giusti, ma può  essere contro di noi, e cercare il limite, on the border, sempre, non aiuta a crescere e gustare. Non tutte le esperienze sono giuste e praticabili, non tutte le sfide sono lecite, senza calcolo e pazienza. Tutto vero.

Epperò, qualcosa non torna. Nulla spiega in modo soddisfacente, nulla corrisponde del tutto alla nostra ragione. Perché quel giorno, perché quelle persone, perché così. Siamo in balia del caso, parrebbe. Siamo appesi al filo che le Parche beffarde tessono e tranciano per noi, senza un preavviso, un motivo. Poi, pensiamo, capita sempre così. Perché quella malattia, perché la guerra, perché il dolore innocente, che non ha cause e motivazioni abbastanza valide, abbastanza convincenti. Perché Giobbe, così provato. E Giobbe non si piega, inerte e succube di fronte al male, ma lo interroga, e ne chiede conto al suo Creatore.

Ecco, “chi ha creato il mondo e ciò che contiene dà a tutti la vita e il respiro ad ogni cosa”. Perché allora la toglie, perché alcuni e non altri, perché. Giobbe chiama Dio a testimonio, lo accusa, lo spinge a palesarsi e ad abbracciare la sua miseria. Non ci sono risposte se non parziali al male, per chi non crede, che non ha risposte. E quindi presto o tardi esclude anche le domande. E per chi crede, le domande si affollano con un’urgenza più bruciante man mano che col tempo, il dolore si affaccia e provoca, scandalizza, interroga.

Però possiamo chiedere a Dio, e spingerlo a palesarsi, anche nel male, ad abbracciarci, e farcelo amico, perché passi con noi il tempo della prova, e noi con lui, nella croce. Non c’è altro da dire, che tener vivo questo perché, e prima o poi Dio parlerà. Se non Lui, chi altri? Se non Lui, che speranza avremmo di  salvezza per i bambini innocenti straziati dalle guerre, negli ospedali? Se non a Lui, a chi chiedere che gli amici tolti alla montagna siano accolti in paradiso? È un canto bellissimo degli alpini, che su quelle montagne hanno dato la vita. E si trattava di colpa degli uomini. Allora la montagna era madre, copriva con la sua neve candida la loro fine prematura. Oggi è stata matrigna, perché la natura, checché ci raccontino, non ha anima e cuore, domina, quanto più cerchiamo di dominarla. Ma Dio ha creato l’uomo a sua immagine e ha dato la vita per l’uomo. Questo vince il male, anche quello che ci pare, a ragione, troppo lacerante e insensato.

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