SUCCESSION/ Il triste e realistico destino delle famiglie ricche

- Antonio Napoli

Succession, più apprezzata dalla critica che dal pubblico, fa pensare ai Murdoch, o, qui da noi, alla lotta di successione tra i figli di Berlusconi.

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La serie tv Succession

Possiamo aspettarci molte sorprese anche dalla seconda stagione di Succession, la serie Tv ideata e scritta da Jesse Armstrong. Ottenute ben 13 nomination ai prossimi Emmy di settembre (precisazione doverosa: contiamo solo le nomination nelle categorie più importanti, tralasciando l’enorme quantità di riconoscimenti che andranno a costumisti, parrucchieri, tecnici di ogni tipo, casting e via dicendo, tutte professioni assai importanti ma di cui è praticamente impossibile mantenere il conto, ndr), è sicuramente la serie Tv ‘politica’ più apprezzata in circolazione. Una via di mezzo tra un Trono di spade dei giorni nostri (considerazione già fatta da molti) e una House of Cards, ma ambientata nei palazzi del potere vero, quelli della finanza e della comunicazione.

È talmente ‘politica‘ (nell’accezione più classica, cioè quella della pura lotta di potere) che la stessa politica – quella vera – rimane abbastanza sullo sfondo ed è rappresentata alle dipendenze del potere reale, cioè quello dei soldi e di chi controlla i media.

Procediamo con ordine. La storia racconta le vicissitudini famigliari del potente Logan Roy, fondatore e capo assoluto della Waystar, gruppo leader mondiale nel campo delle news, ma con interessi enormi anche nei settori più “maturi” dei parchi a tema, delle crociere, dei resort turistici. Un conglomerato economico alquanto indefinito, che macina fatturato e debiti, e che vacilla in continuazione per seri problemi finanziari e per l’assenza di una vera strategia di sviluppo.

Il vecchio Roy dispone per la sua successione di quattro figli ben assortiti. Il primogenito, Connor, ha mollato l’impresa di famiglia da tempo, e usa la sua quota di soldi per acquistare ranch nel New Mexico, si innamora di una squillo con la fissa del teatro, e pensa addirittura ad una sua candidatura come presidente degli Stati Uniti. In sintesi un buono a nulla. Il secondogenito è Kendall, che avrebbe le qualità per dirigere il gruppo e in effetti dimostra in più occasioni di avere la percezione reale della situazione e di sapere quanto andrebbe fatto per salvare la Waystar. Ma ha alle spalle un matrimonio fallito e soprattutto fa uso massiccio di droghe. La terza figlia è Siobhan, una donna intraprendente, non ha mai lavorato in azienda, aspira a fare la spin-doctor per un futuro candidato presidente e sta per sposare Tom, un marito debole e succube.

Ambiziosa e arrogante, cela con arguzia la sua aspirazione ad essere l’erede designata. Il quarto e ultimo figlio, Roman, è il più creativo e vivace, ma alterna momenti di lucidità a vera propria follia. Alla compagnia si aggiunge un quinto giovane parente, Greg, il cugino povero – si fa per dire – dei quattro, nipote dell’unico fratello di Logan, Ewan, con cui però il vecchio tycoon è in lite perenne anche se i fratelli sono legati da un passato di sofferenze comuni.

Circondati da uno staff di collaboratori, più fedeli che bravi, la famiglia litiga per la successione, ma ogni qual volta sta per emergere un potenziale erede, i Roy devono far quadrato per fronteggiare i continui attacchi da parte dei gruppi concorrenti. L’unità della famiglia sarà messa a dura prova quando toccherà fare i conti con brutte storie del passato legate alla gestione opaca del fondatore.

Gli eventi della seconda stagione ruotano intorno a tre storie intrecciate tra di loro: lo sfarzoso matrimonio della figlia Siobhan con Tom nella residenza inglese della ex moglie di Logan e mamma di tutti i quattro eredi; il tentativo di acquisizione del gruppo Pierce, concorrente blasonato nel mondo della comunicazione, editore di pregio e proprietario dei migliori giornali in circolazione; e infine una brutta storia di violenze sessuali e occultamento di reati a bordo delle navi di crociera del gruppo, di cui si cerca inutilmente di distruggere le prove.

Oltre a Armstrong (nomination per la miglior sceneggiatura per l’episodio This is not for tears) sono in corsa per il premio anche due registi, Andrij Parekh per il terzo episodio (Hunting), e Mark Mylad sempre per This is not for tears, decima puntata e finale di stagione. Tra gli attori, la nomination va ai due protagonisti, Brian Cox (il famoso caratterista scozzese presente in decine di film, da Troy alla saga The Bourne, ma che ha vinto il suo primo Golden Globe proprio con Succession) che interpreta l’ottantenne Logan Roy, e per la parte del figlio Kendall a Jeremy Strong (Lincoln, The Judge, Selma).

Conquistano la nomination anche i tre attori ‘non protagonisti‘ interpreti degli altri maschi della famiglia, e cioè Kieran Culkin (il fratello piccolo di Mamma, ho perso l’aereo) che interpreta il figlio Roman, Matthew MacFadyen (attore inglese noto per Orgoglio e Pregiudizio, Robin Hood, Anna Karenina) che interpreta il genero Tom, e infine la rivelazione della serie tv, il giovane Nicholas Braun che interpreta magistralmente il nipote finto tonto Greg.

Tra le interpreti femminili raggiunge la nomination l’attrice australiana Sarah Snook per il ruolo dell’acida figlia Siobhan. Meritano il riconoscimento come ‘miglior guest star’ Cherry Jones, che interpreta Nan Pierce, l’algida ed aristocratica proprietaria dell’omonimo gruppo, Harriet Walter (Dasha in Killing Eve) nel ruolo della ex-moglie di Logan, e James Cromwell (candidatura all’Oscar per Babe, maialino coraggioso e numerose partecipazione in film di successo come The Queen, Space Cowboys, Spider Man e The Young Pope) per il ruolo di Ewan Roy.

La serie è molto bella, avvincente, credibile, si presta a mille riferimenti ed è molto amata dal pubblico colto che si occupa di politica, comunicazione, finanza. Anche per questo i numeri degli spettatori non sono stati così buoni come invece le critiche. Molti, guardandola, hanno pensano alla famiglia Murdoch, con i suoi noti problemi di successione legati ai duri scontri tra i figli sulla strategia da seguire in futuro. Ma possiamo essere spinti anche a qualche paragone più vicino e  conosciuto, come ad esempio quello con la famiglia Berlusconi e la sotterranea lotta tra i figli che ha impedito in questi decenni al padre di liberarsi dell’azienda – ormai decotta – nel momento in cui valeva molto di più. In generale il “passaggio generazionale” è un tema decisivo nella vita quotidiana delle élite, appassiona gli economisti, si studia addirittura nelle università, avvilisce quasi tutte le famiglie più o meno ricche che hanno il drammatico problema di dare continuità al loro futuro.

Che poi alla fine siano sempre i vecchi a non “mollare mai“ il timone ai più giovani sembra essere il finale più scontato anche nella vita reale. Non si capisce mai bene se ciò dipenda dalla inconsistenza dei figli, quasi sempre rovinati dai troppi soldi, o dall’ingordigia degli anziani, non più in grado di esprimere passioni, ad eccezione del loro smisurato amore per il potere.





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