MEMORIA STORICA/ Per fiorire ci vogliono le radici

- Sussi Dario

Un intervento di un nostro lettore sullo studio delle nostre origini culturali e sulla leggerezza con cui spesso vengono considerate dalle istituzioni, con un’aggiunta di un altro lettore: l’insegnamento del Papa

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È arrivata in redazione questa lettera di Carmela Randone.

«Mentre da una parte ci viene detto, anche con insistenza, che solo riscoprendo la nostra identità possiamo realizzare un’autentica umanità, dall’altra, per decreto, ci viene detto che non è importante studiare il latino, non è importante lo studio del mondo classico e neppure di quello medievale (ridurre le ore significa di fatto annullare interi contenuti, spesso complessi ma fondamentali).Vi sembra una scelta coerente da parte di un governo che si vanta di prestare attenzione alle nostre radici»

Non è mio compito entrare nelle discussioni sulle varie riforme scolastiche, che sono peraltro ben trattate sul nostro quotidiano, ma la lettera porta in rilievo come di identità non si possa parlare senza parlare anche delle radici, e della storia, che stanno alla base di questa identità. Così come non si può parlare di una persona senza tener conto della sua storia, del contesto in cui è cresciuta, delle sue esperienze: tutto ciò, insieme alle sue specifiche caratteristiche personali, costituiscono la sua umanità. Ciò vale anche per i popoli.

Come per ogni cosa, anche il richiamo alle radici può diventare ideologico, racchiudendolo dentro rigidi schemi prefissati, dandolo per scontato una volta per tutte. Invece, come la vita, l’identità è un evento dinamico, che può rafforzarsi, ma anche indebolirsi, che può arricchirsi nell’incontro con altre identità diverse, ma anche confondersi: il mantenimento e la crescita di un’identità è insomma un lavoro e un’educazione.

Se guardiamo a come si cerca di costruire la Comunità Europea, per esempio, il dubbio che si rischi un’impostazione ideologica affiora spontaneo, e non solo per l’eccesso di burocrazia e tecnocrazia. Sotto questo profilo è significativo il rifiuto del riconoscimento esplicito delle radici che accomunano le nazioni europee, in nome di malintesi, o strumentali, concetti di laicità e di tolleranza. I tentativi di porre sullo stesso piano, nel processo di formazione degli Stati europei, il cristianesimo e l’islam, è prima di tutto antistorico e la negazione della storia, come della tradizione, è il primo passo verso l’astrazione dalla realtà, l’ideologia appunto.

È inevitabile quindi che si parli di crisi di identità dell’Europa e di un distacco tra la l’Europa dei politici e dei funzionari e l’Europa degli europei, come dimostrano gli smacchi che i primi subiscono ogni volta che, raramente peraltro, si sottomettono al giudizio dei popoli.

«Quando si concluse la seconda guerra mondiale, paesi che fino al giorno prima si erano letteralmente massacrati a vicenda lavorarono insieme per edificare un’Europa in grado di collaborare, ripartendo proprio dal riconoscimento del comune bisogno di un ordine, dal comune desiderio di edificare un bene appunto “comune”, che potesse includere anche l’altro, il “nemico”».
 

È quanto scrive in un altro intervento Francesco Tanzilli, ponendo in evidenza un fattore importante dell’identità, l’esistenza di un progetto comune senza il quale essa rimane sterile.

Tanzilli continua citando la lezione del Papa al Collège des Bernardins: «l’obiettivo dei monaci all’inizio del Medioevo, quando l’Impero romano era crollato e il mondo sembrava in preda alle orde barbariche, era molto semplice: “Quaerere Deum”, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio».

Se la crisi è della persona, se noi stessi siamo confusi in un mondo dove nulla sembra andare dove dovrebbe, se la vita appare sempre più confusa e frammentata, ciò che ci appare più urgente è ritornare appunto alla sorgente della vita, al punto da cui la vita stessa scaturisce. Come i monaci, che nel momento più buio della storia dell’Europa, dove tutto sembrava destinato al caos, ripresero a cercare ciò che buio e caos non era. E così facendo non si chiusero in monastero appena: rifecero l’Europa.”

Anche questi momenti sembrano essere confusi e preludere a un futuro sempre più incerto. I nostri governi farebbero bene a rimettere in primo piano identità, origine e bene comune, contribuendo così a far rinascere l’Europa.

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