Tar riabilita azienda “No legami mafia”/ Ma è troppo tardi: il patron si è suicidato

- Niccolò Magnani

Il caso Cosiamo si chiude con l’assoluzione dell’azienda per il Tar del Lazio “non ha legami con la mafia”. È troppo tardi, ormai l’imprenditore si era già suicidato

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(LaPresse)

«L’azienda Cosiam di Rocco Greco non c’entra nulla con la mafia»: la sentenza del Tar del Lazio arriva così a riabilitare l’impresa, peccato che un anno e mezzo dopo il suicidio del suo stesso titolare. La gravissima vicenda giunge da Gela e vede al centro dell’inchiesta una delle società idicili più grandi della città siciliana, entrata nella “spirale” del sistema di certificazioni antimafia dopo aver cercato di partecipare alle gare d’appalto per la ricostruzione dell’Abruzzo post-terremoto. La storia raccontata oggi dal Corriere della Sera è purtroppo solo l’ultima che “mischia” in questi anni ritardi della giustizia, morsa della burocrazia e delle leggi “anti-mafia” e “anti-corruzione” e estremi gesti degli imprenditori lasciati soli. Nel dicembre del 2018 il Ministero dell’Interno tramite la propria struttura di missione prevenzione e contrasto antimafia Sisma adottò con un decreto l’informativa antimafia interdittiva nei confronti della Cosiam: non solo, viene anche rigettata l’iscrizione della società di proprietà di Rocco Greco all’anagrafe antimafia per le gare d’appalto in Abruzzo. Arriva oggi, un anno e mezzo dopo il terribile suicidio dell’imprenditore accusato di aver avuto legami con la mafia, la sentenza del Tar del Lazio che spiega semplicemente che quei presunti legami non v’erano mai stati.

LA SENTENZA IN RITARDO DI UN ANNO E MEZZO

L’interdittiva antimafia del 2018 contro la Cosiam srl era stata emessa sul «presupposto della sussistenza…del pericolo del tentativo di infiltrazione mafiosa»: ma il colmo ancora più “beffardo” riguarda il fatto che l’intervento della legislazione antimafia contro l’azienda di Gela è scattata perché nel passato di Greco erano emerse richieste illecite da parte di esponenti dei clan mafiosi che tentavano l’approccio di corruzione ed estorsione. Come spiega bene la sentenza del Tar, «da qui l’assunto secondo cui il suo comportamento avrebbe integrato forma prototipica di situazione a rischio di infiltrazione criminale in quanto anche soggetti semplicemente conniventi con la mafia per quanto non concorrenti, nemmeno esterni, con siffatta forma di criminalità, e persino imprenditori soggiogati dalla sua forza intimidatoria e vittime di estorsioni, sono passibili di informativa antimafia». Dopo aver denunciato e contrastato i tentativi di estorsione della mafia contro la sua azienda, vedersi accusato dallo Stato di esserne “connivente” – con ripercussione poi sugli affari della stessa società – è stato troppo per lui: lo scorso gennaio il suicidio terribile, solo qualche giorno dopo la pubblicazione dell’ordinanza del Tar con la quale veniva rigettata la sua richiesta di annullamento dei gravi atti ministeriali.

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