TASSA SUI CONTANTI/ Gli effetti negativi che Confindustria non dice

- Paolo Tanga

La motivazione è il contrasto all’evasione fiscale. Giusto. Però l’obbligo dei sistemi di pagamento alternativi presenta diversi rischi

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La proposta di Confindustria di disincentivare l’uso del contante attraverso l’espropriazione del 2% dell’importo che i cittadini vogliono spendere liberamente in banconote e monete – ricchezza già sottoposta al prelievo di contributi, imposte e tasse parzialmente destinata a un’ulteriore sottrazione dovuta ad altri balzelli fiscali, tra i quali bolli sulle ricevute di pagamento, Iva e accise sui carburanti – ha veramente dell’inverosimile; è come proporre di sottoporre a tassazione personale l’ammontare dei dividendi incassati da una società senza poter beneficiare del credito per le imposte sul reddito pagate dalla società stessa.

La motivazione data dall’associazione imprenditoriale è quella di costringere all’utilizzo di sistemi di pagamento alternativi; ma, in questo modo, il costo imposto ai consumatori sarebbe più elevato. Infatti, sulle banconote e sulle monete in circolazione non viene pagato nessun gravame, mentre sui pagamenti intermediati dalle banche o dagli istituti autorizzati viene aggiunta una commissione in cifra fissa o percentuale direttamente o indirettamente fatta pagare al consumatore finale. Quindi chi paga in contanti contribuisce a calmierare il livello dei prezzi, mentre l’uso dei surrogati contribuisce a far crescere l’inflazione, oggi stagnante a causa dell’adozione di un valore monetario, l’euro, emesso quasi esclusivamente a debito, peraltro di proprietà straniera.

Allora perché tanto accanimento nel voler togliere la libertà di acquistare senza essere spiati? La motivazione ufficiale è che attraverso il contante sia possibile evadere il fisco e che una volta rese tracciabili tutte le transazioni, ciò verrebbe impedito. Vorrei capire, allora, perché non esultino per affermare che diverrà impossibile effettuare attività illecite, che invece costituiscono reati ben più gravi come lo sfruttamento della prostituzione o lo spaccio di droga pesante.

Evidentemente alle banche di proprietà estera fanno gola sia la crescita delle commissioni, sia il venir meno dei costi connessi al mantenimento della liquidità. Ma si aggiungono gravi pericoli; considerato che con il sistema delle monete del tipo euro gli interessi non potranno mai essere pagati se non con altri prestiti, ne consegue che è insito nel sistema il fallimento di imprese e l’insolvenza di debitori, ma la liquidità alle banche, in mancanza di contanti, sarà assicurata dal sistema delle Banche centrali, le quali potranno discrezionalmente concederla o ritirarla indipendentemente dal merito e dal demerito, anzi potrebbero essere favorite proprio le peggiori per evitare crisi sistemiche.

Finora la Bce non ha adottato alcun correttivo serio sulle caratteristiche di emissione o sulla proprietà dell’euro, che surrettiziamente è stata espropriata al popolo a favore del sistema delle Banche centrali e delle altre banche grazie a rilevazioni contabili esclusive.

Nella volontà di abolire il contante si trascurano i costi che verranno addebitati agli anziani e, soprattutto, ai diversamente abili per i quali – salvo il baratto – non sarà più possibile avere autonomia a basso rischio nel recarsi da soli ad effettuare acquisti.

Si trascura, altresì, che sono moltissimi i luoghi in Italia non serviti dai ripetitori di telefonia o internet per cellulari; avremmo la necessità di investire ingenti capitali rispetto ai ritorni economici, eccetto l’ipotesi di ulteriori discriminazioni a carico delle persone non servite. Investimenti, peraltro, non esenti da rischi sulla salute, atteso che persiste l’obbligo di spegnere i cellulari sugli aerei, negli ospedali e nei luoghi di cura.

Ricordo che sarà impossibile effettuare transazioni in mancanza di energia e/o di blocchi informatici; che potrebbero essere trafugate le disponibilità monetarie attraverso truffe informatiche o furti di identità; che, per scaricare i maggiori costi sistemici, assisteremo a un aumento generalizzato dei prezzi, sia pure dopo una prima fase discendente; che, per effetto dei maggiori costi di produzione – particolarmente nel settore alimentare e di prima necessità – ci sarà una riduzione dei beni disponibili; che aumenterà il disagio dei mendicanti, i quali potranno trovare conforto solo in strutture appositamente create, ma con conseguente aumento della spesa pubblica; cessazione delle attività aventi ad oggetto beni di scarso valore unitario, incapaci di coprire i costi della transazione commerciale (ambulanti, piccoli commercianti/artigiani/agricoltori).

Non va sottaciuta la maggiore difficoltà, per i meno abbienti, di tenere sotto controllo le proprie spese, con conseguente aumento delle persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, con possibile aumento dei furti per necessità, dell’assistenzialismo o, in alternativa, della costruzione di nuove carceri.

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