TASSE/ Baldassarri: non serve la flat tax ma una riforma dell’Irpef in 3 aliquote

- int. Mario Baldassarri

La tassa piatta non è lo shock che serve alla crescita. Da reddito di cittadinanza e quota 100 non arriveranno risparmi da spendere, perché sarà solo minor deficit

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Il ministro dell'Economia, Giovanni Tria (LaPresse)

Il premier Giuseppe Conte, nell’informativa davanti alle Camere, ha detto che sulla procedura d’infrazione “siamo tutti determinati a evitarla, ma siamo anche ben convinti della nostra politica economica. Dialogo sì, ma decisi a difendere la nostra linea”. È la strategia giusta per condurre la trattativa con Bruxelles? “Sostanzialmente queste frasi non dicono nulla – commenta Mario Baldassarri, presidente del centro studi EconomiaReale -. La prima affermazione contraddice la seconda, nel senso che, se siamo disposti ad avviare una trattativa per raggiungere un accordo che eviti la procedura d’infrazione, allora bisogna modificare le linee di politica economica. Se si è convinti della bontà di quelle linee, sappiamo già oggi che sono fuori da ogni possibile trattativa”. E la flat tax è la ricetta giusta per rilanciare un Pil che – secondo l’Istat – nel secondo trimestre potrebbe tornare a calare? “No, bisogna aggredire la spesa pubblica corrente malversata e sarebbe meglio varare una riforma dell’Irpef a tre aliquote”.

Lega e M5s hanno ribadito che occorre tagliare le tasse, ma niente manovre recessive. Un obiettivo realizzabile?

Siamo sempre alle solite fandonie. Che occorra tagliare le tasse, ognuno lo dice ma nessuno sa come. È come l’araba fenice: che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa. Non specificare la copertura per il taglio delle tasse, vuol dire sforare alla grande tutti i parametri.

Sulla flat tax, in un’intervista al Financial Times, il ministro Tria ha dichiarato che è d’accordo a ridurre la pressione fiscale sui ceti medi. Ma a due condizioni: che sia graduale e con tagli alla spesa, altrimenti l’anno prossimo scatterà come misura di salvaguardia un aumento dell’Iva. Che ne pensa?

Il ministro Tria ha detto in modo molto deciso e corretto quello cui accennavo poco fa. È pure legittimo immaginare un taglio delle tasse, ma Tria dice: primo, deve essere compatibile con gli obiettivi di finanza pubblica, e secondo, deve essere coperto. La posizione del ministro è molto chiara ed è quella che può portare a un accordo in sede europea. La posizione di Conte è molto più evanescente.

Tra tassa piatta e clausole di salvaguardia ballano più di 35 miliardi. Dove si possono trovare queste risorse e dove si può tagliare la spesa?

Sono ormai 15 anni che tutti sappiamo che su 850 miliardi di spesa pubblica ce ne sono 50 rubati, sprecati e malversati e sul totale delle tasse ci sono 100 miliardi di evasione. Quindi si parte con 150 miliardi di euro come base di analisi e studio per procedere ai tagli. Ci vuole, però, il coraggio politico di andare a fare questi tagli. O si aggrediscono queste cifre o si fa fuffa. Ma con questi chiari di luna un tale coraggio non si vede. Devo, però, dire onestamente che non ce n’è stato da parte di nessuno dei governi precedenti degli ultimi 15 anni. Non è quindi un “peccato” solo del governo giallo-verde.

Mancando questo coraggio, un obiettivo più residuale e a portata di mano potrebbe essere rappresentato dal taglio degli 80 euro?

Gli 80 euro sono un gioco delle tre carte. Si tolgono da una parte e si rimettono da quell’altra. Ci stiamo prendendo in giro? Serve solo a fare dei trucchi contabili e dare fumo negli occhi ai cittadini.

Ieri l’Istat ha lanciato l’allarme: ci sono elevate probabilità che il Pil nel secondo semestre potrebbe tornare a calare dopo il +0,1% dei primi tre mesi. Secondo lei, la flat tax – anche se nella sua formulazione concreta resta ancora indeterminata – può essere davvero lo shock giusto che serve all’economia italiana per ripartire?

No, sono convinto che occorra una riforma Irpef a tre aliquote.

Quali?

Non una flat tax, ma un prelievo del 20% per i redditi fino a 50mila euro, del 30% da 50mila a 100mila euro e del 40% oltre i 100mila euro.

Perché così dovrebbe funzionare?

Perché gli sgravi fiscali sarebbero a vantaggio dei redditi medio-bassi. I redditi alti passerebbero dal 43% al 40%, un piccolo sgravio, più che altro un segnale, visto che pagherebbero un po’ come prima.

Senza alcun intervento su detrazioni e agevolazioni?

Applicata a tutti, la mia proposta di riforma dell’Irpef a tre aliquote costa 40 miliardi di euro. Da qui parte il ragionamento sulle coperture, che possono essere tagli di spesa o modifica delle cosiddette tax expenditures. Queste valgono 80 miliardi e forse 20-30 si possono ricavare da una loro rimodulazione. È chiaro che le detrazioni per carichi familiari, per il lavoro dipendente e per i mutui sono intoccabili. Tutto il resto può essere rivisto.

C’è chi dice che se si tagliano le imposte e si taglia la spesa pubblica in egual misura, gli effetti sul reddito possono essere penalizzanti. È così?

Dimostro da 10 anni come centro studi EconomiaReale, e con dovizia di simulazioni, che un’operazione che tagli le tasse e la spesa corrente, aumentando gli investimenti pubblici, dà una spinta positiva alla crescita dell’economia.

Perché?

La ragione è semplice: quando la spesa pubblica e le tasse superano il 40% del Pil, l’effetto diventa recessivo. Un aumento di spesa riduce la crescita, un aumento delle tasse riduce la crescita. Noi oggi siamo già al 47%, tornando indietro con meno spesa e meno tasse la crescita aumenta. Non è solo una teoria economica, ma anche un fatto empirico che mi piace sintetizzare così: sotto il 40 l’Italia campa, sopra il 40 l’Italia crepa.

Intanto, secondo Tria, il ricorso a reddito di cittadinanza e a quota 100 sarà inferiore alle aspettative e potrebbe portare a risparmi di spesa tra i 3 e 4 miliardi l’anno prossimo…

Con tutto il rispetto per il ministro, è una questione mal posta. Reddito di cittadinanza e quota 100 sono stati finanziati aumentando il deficit pubblico. Se si spenderà meno del previsto, vuol dire che si avrà un minore aumento del disavanzo. Non sono soldi che possiamo spendere come ci pare.

Quindi sono già incamerati a riduzione del deficit? O si potrebbero utilizzare per rilanciare gli investimenti?

Fin dall’inizio non sono mai stati a disposizione. Non è un “tesoretto”. E tesoretto di che? Di debiti.

Proprio sul nodo del deficit lo stesso Tria ha ammesso che “una serie di misure sarà comunque necessaria” per ridurlo. Che cosa dovrebbe fare il Governo a tal fine?

Prima di tutto dovrebbe stare zitto e smetterla di lanciare un giorno sì e l’altro pure slogan da campagna elettorale, per non far sobbalzare avanti e indietro lo spread. In secondo luogo, dovrebbe fare ciò che dice Tria: rendere compatibile la politica economica italiana con le dovute coperture rispetto a un eventuale accordo con la Ue. E c’è una postilla finale.

Prego.

Non è che l’Europa è cattiva e noi siamo buoni e bravi. Sono categorie sbagliate, che sul piano della narrazione politica oggi pesano molto. Ma non è così. Il front desk non è tanto la Commissione, ma i mercati, dove noi ci presentiamo come debitori che chiedono altri prestiti. Gli altri non sono cattivi, sono creditori che devono valutare la possibilità di darci altri prestiti. E una classe dirigente responsabile dovrebbe saperlo. A meno che non vogliano andare a elezioni politiche a breve.

E secondo lei puntano alle elezioni anticipate?

Lo deve chiedere a loro, non a me.

(Marco Biscella)

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