TEATRO/ Shammah: da Strehler a Testori e Milano, i miei privilegi e i miei incontri

- Monica Mondo

L’incontro con Testori, Strehler, De Filippo; le origini ebraiche, la famiglia, il teatro come casa, luogo da preservare e salvare: Andrée Ruth Shammah

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Franco Parenti e Andrée Ruth Shammah con Giovanni Testori negli anni 70 (foto teatrofrancoparenti.it)

Andrée Ruth Shammah è regista, imprenditrice e animatrice culturale, di idee, semplicemente artista, e anima del teatro Franco Parenti, già Pierlombardo, in onore del maestro e collega e compagno con cui ha portato in scena opere controcorrente, indimenticabili, come la trilogia rivoluzionaria di Giovanni Testori, Edipus, Macbetto e Ambleto.

“Racconto sempre che alle 15 suonavo alla sua porta, mi apriva la fida Adele e prendevamo un caffè parlando della vita, dei genitori, cosa che non fa mai nessuno, in teatro. Da giovani non si è mai consapevoli della grandezza di chi si ha davanti. Ed è una fortuna, perché quando Eduardo De Filippo mi portava la colazione in camera – io collaboravo con lui e temporaneamente vivevo a casa sua -, mi pareva del tutto normale, nessuna reverenza”.

Andrée è milanese per testa e per cuore, con un nome e cognome così esotici, che parlano di culture e popoli lontani. Fuggiti dalla Siria, ebrei, la Francia che accoglie la mamma, e anche lei, ragazza, fuggita a Parigi per cercare il silenzio nella maestria del mimo Le Coq. “Stavo per fare l’esame all’École Normale, e davanti alla competizione estrema che mi annichiliva saltavo scuola, giravo per le strade tacendo, per rabbia contro la parola. Poi sono diventata una chiacchierona, quindi ho recuperato”.

Donna, ebrea, borghese, bella: diverse identità che non l’hanno affatto favorita. “Se mi fossi resa conto che ero carina, avrei lavorato di meno! Alle prime regie al massimo mi nominavano come ‘l’esordiente Andrée Ruth Shammah’. La mia incondizionata ammirazione per Israele non mi ha messo in buona luce”.

Costa essere ebrei? “È un prezzo che abbiamo sempre pagato. Il fatto di non perdere tempo, di giocare tutte le sfide è stata l’unica possibilità per esistere”.

Costa anche la confusione tra essere ebrei e lo Stato d’Israele? “Trovo che sia un grande esempio, questo Stato. Abbiamo ricevuto ultimamente 500 missili sul confine, qualunque altro Paese avrebbe scatenato una guerra. Giochiamo quotidianamente una partita con la morte, eppure abbiamo il massimo numero di start up, di teatri… Se pensa che è un Paese in cui è nata prima l’orchestra nazionale che il governo…”.

È religiosa? “Non sono osservante. Credo alla storia di un popolo di cui mi sento parte. E credo che il senso della vita sia un po’ più alto che iniziare e finire. Essendo un’inguaribile ottimista, mi viene naturale”.

È bella la sua passione, così estrosa, fresca, vitale. Carattere o esercizio? “Il fatto che sia abituata a convincere, dirigere, non c’entra nulla con la forza. Penso di essere molto fragile. Mia sorella Colette è una roccia, lei sì. Mia mamma diceva sempre: ‘Quel che Colette vuole, Dio lo vuole!’. Io sono una pasta, mi modello, non sono una banderuola nelle idee, ma mi lascio convincere. Una duttilità che nasce dall’abitudine di avere seguito dei maestri”.

Strehler, Franco Grassi, Franco Parenti, Cheroux. “Grassi mi chiamava alle sette di mattina, quando avevamo finito lo spettacolo alle tre di notte. ‘Dormi? Ma come! Se alla tua età avessi dormito non sarei Franco Grassi!’. Io voglio essere solo Andrée, gli dicevo. Mi scriveva lettere feroci accusandomi di aver lasciato accesa la luce della regia. Dettagli. I miei maestri mi hanno tormentato. Ma oggi capisco che quei dettagli erano molto importanti. Un détail raté et tout est foutu”.

Anche nella vita? “Poi si è perdonati, si può avere una seconda chance”.

Perché non l’hanno mai fatta direttore del Piccolo Teatro? “Da una parte non avrei accettato… per la mia libertà ho pagato un prezzo. E poi perché una donna indipendente, unpolitically correct, non piace. Quando per me un’idea è completa se prevede il suo contrario. Non vince mai se fa tacere le altre”.

Il Teatro Franco Parenti è un unicum, proprietà mista, pubblica e privata, la prima multisala nel teatro. “Per permettere diverse poetiche, diversi rapporti col pubblico: il teatro è questo”.

Cosa ci fa una piscina a fianco di un teatro, che diventa spazio, scenografia teatrale? “C’era! Il teatro fa parte di un complesso del fascio, con la piscina, il ristorante, la palestra. Con Testori e Parenti cercavamo una sala, che avesse anche un piccolo palcoscenico. Pioveva dentro. I limiti di quella sala, di quel palco, sono stati la nostra forza. Dalle finestre ci si affacciava su una piscina, triste, squallida, morta, e il teatro deve affacciarsi sulla vita. Poi temevo ne avrebbero fatto un centro benessere, con le palme finte…l’abbiamo comprato e questo significa che metà della mia vita l’ho passata a cercare dei soldi”.

Il teatro è la sua casa. Eppure lei è stata la prima a uscire dallo spazio teatrale, a cercare spazi teatrali nella sua città, dalla stazione centrale alla sede di giornali, ai giardini, l’università. “Non credo che i limiti dei metri quadrati siano un limite. Per portare stimoli nuovi bisogna spalancare le porte, amare i luoghi e trasformarli”.

Non tutti gli spazi sono belli, secondo il pensiero comune. La bellezza cos’è? “È la cura e la protezione dei luoghi, delle cose, per portarle al pubblico. La Bellezza è educazione, e l’educazione porta alla bellezza”.

Il teatro si è mai sovrapposto alla sua vita? “Sono stata fortunata, perché a un punto della mia vita ho incontrato un uomo che mi ha detto: ‘Voglio invecchiare vicino al camino con te’. E’ il padre di mio figlio e passare del tempo con loro e non solo in teatro mi ha cambiato”.

Anche suo figlio, però, è stato contagiato dal teatro, è un regista. Sarà difficile essere il figlio di Andrée Ruth Shammah. “Ma anche essere sua madre è difficile. Lui è una persona meravigliosa, è anti-social, tiene il cellulare spento, ha due paia di pantaloni e un paio di scarpe soltanto…è lui che insegna a me a tener conto di ciò che vale. È così integro. Così difficile essere madre”.

Non ha paura del tempo? “Ho troppe cose da fare da restare saldamente nel presente. Però le nostalgie fanno parte del tessuto piacevole della vita. E ho avuto tanti doni”.

Cosa vorrebbe fare che ancora non ha realizzato? “Devo raccontare le tante cose che so e che non ho il diritto di tenere solo per me. Tutti i privilegi, gli incontri. E devo imparare a occuparmi un po’ di me, a volermi un po’ bene. Questo il compito che ho davanti”.

Monica Mondo intervista Andrée Ruth Shammah a “Soul”, su Tv2000, stasera alle 20.45
Canale 28, Sky canale 157, Tivùsat 18

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