TERZA GUERRA MONDIALE/ Da Pechino all’Etiopia, esplodono i conflitti per l’acqua

- Augusto Lodolini

L’acqua, per molti paesi dell’Africa e dell’Asia, è un bene quasi più importante del petrolio. Ma c’è chi se ne vuole impossessare

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La diga in costruzione in Etiopia

Alla base di molte guerre economiche, diplomatiche e guerreggiate vi è il possesso di giacimenti di idrocarburi e il loro sfruttamento, tanto da poter definire il petrolio il “cherchez la femme” dei conflitti dell’era moderna. Vi è, tuttavia, un altro bene naturale anch’esso all’origine di conflitti fin da epoche primordiali: l’acqua, un bene che sembra scontato per buona parte della nostra civiltà occidentale. La disponibilità di acqua rimane invece un bisogno non ancora soddisfatto per molte regioni, per esempio, dell’Africa o dell’Asia, dove il prezioso liquido può ancor dar luogo a scontri pericolosi. È ciò che sta succedendo attualmente in entrambi i continenti citati.

In Africa il Nilo è da millenni una fonte essenziale di vita per le regioni bagnate dalle sue acque e proprio il Nilo è alla base di un pluriennale confronto tra Egitto, Sudan ed Etiopia. Tutto parte dalla costruzione da parte dell’Etiopia di una grande diga sul Nilo Blu, denominata Great Ethiopian Renaissance Dam, in cui è tra l’altro impegnata l’italiana Salini Impregilo. Iniziata nel 2011, dovrebbe essere terminata per il 2022, dando luogo alla più grande centrale idroelettrica del continente africano e risolvendo così i gravi problemi energetici dell’Etiopia, che diventerebbe anzi un esportatore di energia elettrica.

Il progetto ha da subito incontrato l’opposizione di Egitto e Sudan, preoccupati che la diga diminuisse l’afflusso delle acque del Nilo nei loro territori. Particolarmente dura la posizione del Cairo, tenendo conto che il Nilo è una fonte irrinunciabile per l’approvvigionamento idrico dell’Egitto, e non sono mancate neppure avvisaglie di soluzioni militari.

Le varie discussioni per trovare un accordo, sponsorizzate dall’Unione Africana e dagli Stati Uniti, non hanno concluso molto, anche perché l’Etiopia non ha alcuna intenzione di recedere dal progetto. Il confronto è diventato più aspro nello scorso luglio, quando Addis Abeba ha cominciato a riempire l’invaso, perché l’Egitto teme che un’accelerazione dei tempi di riempimento possa aggravare la situazione. Secondo alcune stime, se non bene regolata, la diga potrebbe portare a una diminuzione del 20% dell’apporto idrico del Nilo.

Più “morbida” la posizione del Sudan che, se da un lato è preoccupato quanto l’Egitto per la possibile diminuzione di disponibilità dell’acqua del fiume, dall’altro vede i vantaggi di un importante aiuto nel risolvere i problemi energetici del Paese e la possibilità di gestire meglio le periodiche inondazioni causate dal Nilo. Questo anno la prolungata stagione delle piogge ha causato più di 100 morti e la distruzione di 100mila abitazioni.

Oggettivamente, uno sfruttamento ragionevole della diga e un accordo tra i tre Stati citati, coinvolgendo anche gli altri interessati alla questione Nilo, potrebbe essere uno strumento di sviluppo per tutti. Il problema rimane la volontà politica di raggiungere un accordo di questo tipo, data anche la complessa situazione interna dei Paesi coinvolti.

I risvolti geopolitici influenzano anche le vicende di un altro fiume, il Mekong, che va dal Tibet al Vietnam, attraversando Cina, Birmania, Laos, Tailandia, Cambogia. Qui le dighe sono molte, undici costruite dai cinesi per ottenere energia idroelettrica, ma anche Laos e Cambogia sono della partita, in accordo con la Cina da cui sono economicamente, e politicamente, dipendenti. Anche se non sono l’unica causa, data la concomitanza di scarse piogge, le numerose dighe stanno riducendo il flusso di acqua nei Paesi citati, mettendo a repentaglio sia le produzioni di riso che la pesca fluviale, elementi importantissimi per l’economia della regione, che riguarda almeno 60 milioni di persone.

Le condizioni appaiono particolarmente gravi per il Vietnam, un Paese non proprio amico della Cina, pur governato anch’esso da un partito comunista. La questione del Mekong si aggiunge infatti al conflitto nel Mar Cinese Meridionale, dove la Cina sta impadronendosi di isole e aree marittime rivendicate dal Vietnam, come da Brunei, Malesia, Filippine e Taiwan. Da Pechino e Addis Abeba arrivano quindi concreti esempi di come l’acqua possa diventare, ancora oggi, una rilevante arma di pressione, accanto al più moderno e citato petrolio.

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