THE DAY AFTER TONALITY/ Stockhausen e un nuovo mondo si spalanca. L’opera di Chiara Benati

- Luca Belloni

Nella quinta puntata della rubrica dedicata alla Musica Contemporanea Luca Belloni intervista la compositrice CHIARA BENATI. Dopo aver approfondito le tappe del percorso artistico dell’autrice viene proposto, come di consueto, un ascolto significativo:Tempus veniat, Si procul a Proculo e Dulcissimae sosiae (dal ciclo “Pietre – antiche lapidi di Bologna”)

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Nella quinta puntata della rubrica dedicata alla Musica Contemporanea Luca Belloni intervista la compositrice Chiara Benati.
Come di consueto, dopo aver approfondito le tappe del percorso artistico del protagonista, viene proposto un ascolto significativo, in questo caso  tre lieder tratti dal ciclo “Pietre (antiche lapidi di Bologna)” per voce e violoncello: Tempus veniat, Si procul a Proculo e Dulcissimae sosiae.
Buona lettura e buon ascolto!

Gentile Maestro, ci racconti il suo primo incontro con la musica del XX secolo e da cosa eventualmente è rimasta segnata?

Credo che tutto cominciò quando, ancora alle scuole medie del Conservatorio, venne Stockhausen a parlarci delle sue opere. Mi resi conto che il mondo di musica che mi si stava schiudendo era in realtà di proporzioni ben più vaste e misteriose di quanto mi potessi immaginare.
Per un po’ tutto finì lì: quel nuovo mondo, in fondo, prometteva guai, e comunque disturbava la mia serena pigrizia.
Poi venne un indimenticabile seminario di Annamaria Morini sulle nuove tecniche del flauto, e a quel punto il richiamo incantato dei suoni non poteva più essere ignorato. Tanto più che nella vita bisogna pur fare un mestiere, e sarebbe stato piacevole fare un mestiere bello come quello di comporre.
L’aiuto fondamentale venne dai miei maestri Paolo Renosto e Cesare Augusto Grandi.


Recentemente mi è capitato di leggere un libro (decisamente brutto) scritto da un fisico che, disgraziatamente, si occupa di musica del Novecento. Sembra che il maggior ostacolo alla comprensione della musica d’oggi sia la presenza di successioni di note non facilmente prevedibili. Ci può aiutare a capire che significato ha per lei questa “imprevedibilità”?

Anche io ho letto, credo, quel libro, che , comunque, mi ha dato molti spunti di riflessione.
Non so che dire. Non mi sembra che il problema (se problema c’è) sia l’imprevedibilità delle successioni delle note. Anzi a volte ascoltando certa musica di oggi (forse anche la mia, chissà…) ciò che infastidisce è proprio la prevedibilità degli eventi sonori.
E non mi sembra neppure che un compositore scrivendo si chieda: sarà abbastanza imprevedibile tutto ciò? Io tendo piuttosto a chiedermi: sarà logico? Coerente? E, soprattutto, sarà idoneo ad esporre con immediatezza e chiarezza il mio pensiero?

Ritengo il rapporto con la tradizione uno degli elementi caratteristici di ogni forma d’arte degna di questo nome. Lei come si pone di fronte a questa affermazione che, mi rendo conto, è oggi certamente impopolare?

La sua affermazione è forse un po’ troppa perentoria, e non mi sentirei di sottoscriverla al cento per cento.
Posso dire che per me, ma sottolineo per me, la tradizione è importante. Senza lo studio e la conoscenza dei capolavori della nostra cultura, ma anche di tanta musica popolare, non avrei scritto una nota.

Ci può indicare qualche brano del repertorio contemporaneo che ritiene un capolavoro, spiegandoci i motivi della sua scelta?

Oh, sì! Prima di tutto i Kafka-fragmente di Kurtag. Poi D’un faune di Sciarrino, Lux aeterna di Ligeti, Chichester psalms di Berstein, Di sussulti e di tremori di Guarnirei, le Sequenze di Berio… E, perché no, almeno alcuni passaggi di Matteo, Lucia, Gabriele, Alessandro, Marco.
Perché proprio questi? Non so. Forse perché se in questo momento volessi ascoltare qualcosa sceglierei uno tra questi brani, e lo ascolterei con lo stesso ammirato piacere (e un pizzico d’invidia) con cui ascolterei Mozart, o Beethoven, o Brahms.
E poi, forse, anche perché se in questo momento riaprissi per l’ennesima volta una di queste partiture, vi troverei certamente ancora qualcosa che non avevo visto, qualcosa da imparare e che mi rende ancora nuovo questo brano.

Spesso si sente affermare che la musica d’oggi rifugge dal dialogo col pubblico, isolandosi in una sorta di “torre d’avorio” accessibile solo agli addetti ai lavori. Lei cosa ne pensa?

Questo non lo credo proprio. Il compositore scrive per essere eseguito (possibilmente bene e con amore) e per essere ascoltato.
E credo che un pubblico mediamente informato e attento abbia il diritto di sentirsi in grado di giudicare, e, quindi, di accettare o rifiutare ciò che gli viene proposto.

Per concludere le chiedo di indicarci un brano della sua produzione che ritiene significativo per favorire un reale incontro con lei e la sua musica, pregandola di introdurci alla comprensione delle ragioni che l’hanno guidata nella scelta e, se possibile, dandoci qualche coordinata per orientarci all’interno della pagina.

Vorrei proporvi l’ascolto di tre lieder tratti dal ciclo “Pietre (antiche lapidi di Bologna)” per voce e violoncello. Il titolo spiega già di cosa si tratta.
In particolare il testo del primo lied è tratto da un’epigrafe tombale in cui un padre piange la figlioletta morta.


 

Il secondo è tratto da una misteriosa epigrafe, molto nota a Bologna, in cui, giocando sulle assonanze, si commemora tale Procolo, morto, forse, per il crollo del troppo vicino (procul) campanile di San Procolo.


 

Il terzo è costruito su frammenti illeggibili di una lapide di un antico sepolcro.


 

Nel primo lied soprano e violoncello sono un’unica voce di pianto. Nel secondo il violoncello scandisce i rintocchi sempre più disordinati della campana di San Procolo mentre il soprano racconta sempre più spaventato. Nel terzo, infine, la voce livida, incolore femminile si contrappone alla sonorità tesissima, quasi lame di suono, del violoncello.

 

Esecutori

Lorna Windsor, soprano
Vittorio Ceccanti, violoncello

Registrazione dal vivo

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