THE DAY AFTER TONALITY/ Il percorso artistico di Giovanni Grosskopf

- Luca Belloni

Perché, cambiando una sola piccola nota, a volte cambia tutto il risultato, e a volte no? Quei mondi di bellezza sonora, da dove provengono, come si producono? Ogni nota, e più ancora ogni accordo, è una voce che ti chiama. Il percorso artistico del musicista raccontato dall’intervista di LUCA BELLONI

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Caro Maestro, come di consueto la domanda iniziale riguarda il suo primo “incontro” con la musica d’oggi. Come è scattata in lei la decisione di intraprendere gli studi musicali e di dedicarsi quindi alla composizione?

Studio pianoforte da quando avevo 5 anni. Ascolto musica classica da sempre. Ho fatto i primi tentativi di composizione quando avevo 13 anni. Ricordo che, anche prima, rimanevo affascinato da accordi e sonorità che scoprivo per caso alla tastiera: non sapevo che fossero già noti, e da moltissimo tempo: così “scoprivo” la scala esatonale, le seste eccedenti, gli accordi con simmetrie intervallari interne, i modi medievali, i cluster… c’era della bellezza in quelle combinazioni di note: da dove veniva? Cos’era a provocarla? Perché, cambiando una sola piccola nota, a volte cambiava tutto il risultato, e a volte no? Quei mondi di bellezza sonora, da dove provenivano, come si producevano? Ogni nota, e più ancora ogni accordo, specie se nuovo, è una voce che ti chiama…

La decisione di iscrivermi a Composizione venne intorno ai 16 anni: rimasi affascinato da una trasmissione radio a puntate sulla musica del ‘900 (“C’è ancora musica oggi?”): andavo in cucina ad ascoltarla da solo, era di sera. Sentivo che avrei voluto intervenire, che potevo e volevo dir la mia, e che ciò che avrei potuto esprimere in quel campo sarebbe stato diverso da ciò che sentivo dire e fare dagli altri: nessuno stava dicendo o facendo le cose che avrei voluto dire o fare io. Forse, allora, toccava a me? Avrei “dovuto” farlo io, era compito mio? Nessuno l’avrebbe fatto al mio posto, nello stesso modo. Oltretutto, studiare Composizione era fattibile, il posto era comodo e vicino. Incontrai poi nello stesso periodo persone umanamente affascinanti (studenti di composizione più grandi di me e giovani docenti compositori) con cui potevo finalmente parlare e da cui potevo essere capito.

La sua musica è caratterizzata secondo me da una estrema raffinatezza coniugata con un insopprimibile slancio che talvolta, mi permetta, sembra voler abbracciare tutta la natura, dal granello di sabbia fino alle inimmaginabili immensità cosmiche. Quali sono dunque le sue fonti di ispirazione?

Sull’ispirazione nel senso sentimentale e banale del termine si è espresso bene Stravinskij, nella sua “Poetica della musica”, ed è sempre stata una cosa di scarsissimo interesse per i compositori seri (a partire proprio dai romantici!). Se invece consideriamo il termine con la ragione, credo che tutto nasca da un atteggiamento costante che unisce contemplazione, fascino, curiosità, osservazione e sperimentazione: la volontà di indagare, di capire il significato, l’origine e la natura della Bellezza che c’è nelle cose che ci circondano, soprattutto nei dettagli. Contemplare una felce in una fessura nella roccia, o degli imponenti abeti in una foresta, o i riflessi in una pozza su di un prato in alta quota, non è diverso da comporre. Non nel senso che si debba pensare che la mia musica “descriva” queste cose (lo troverei poco rispettoso per il compositore e molto fuorviante per l’ascoltatore, perché farebbe distrarre dalla musica per seguire i capricci della propria immaginazione), ma nel senso che l’atteggiamento di contemplazione ed indagine della realtà e di ciò che ad essa sta dietro è il medesimo: comporre è contemplare i suoni e costruire con essi una forma tale da generare un tentativo di far durare la loro bellezza. Un suono, come una foglia, è una Presenza. Sono sempre stato molto interessato alle scienze naturali: zoologia, ornitologia, botanica. Ci sono diversi naturalisti che hanno tra i propri hobby la musica classica. Per me è accaduto il contrario: sono un musicista con un vivo interesse per le scienze. Mi sono perciò sempre piaciute figure come quella di Leonardo da Vinci, che era al tempo stesso artista e scienziato, e non viveva le due cose come realtà separate: è la curiosità stupita per il Mistero della realtà, che ti muove! Fin da piccolo ho passato molti importanti momenti della mia vita in montagna, quindi le esperienze legate al mondo alpino, alla sua natura e alle sue tradizioni sono state importanti nel formarmi. Un’altra influenza importante è quella dell’etnomusicologia, quindi delle musiche tradizionali di tutto il mondo, da cui c’è da imparare molto. In esse si ritrovano parecchi caratteri in comune con la musica contemporanea: timbri taglienti, sistemi ritmici e armonici tutti da scoprire, intonazioni al di fuori del sistema temperato, e così via. Mi interesso poi di etnologia in generale.

Nella sua musica lei ha sviluppato una personalissima sensibilità armonica che rende le sue composizioni sempre estremamente chiare, incisive e comprensibili anche per i non “addetti ai lavori”. Come concepisce lei il rapporto col pubblico, rapporto che oggi viene visto sempre come problematico?

Già in partenza non lo concepisco come un problema e credo che sia molto sbagliato concepirlo come tale. Trovo opportuna la creazione di una certa atmosfera e di una certa forma; parto allora da un materiale sonoro molto bello, chiaro e adatto, faccio di tutto per capire perché è bello (anche tecnicamente), ricavo da esso una costruzione sonora adeguata a farne permanere la bellezza, a valorizzarla, e a creare l’atmosfera e la forma che avevo intuito. Dopodiché il lavoro è per me molto simile a quello di uno scultore: la statua è già nel blocco di marmo, vuole venir fuori, si tratta di girarci intorno guardandosela da diversi punti di vista, sbozzare, aggiustare meticolosamente i dettagli, ripetutamente, finché essa non è quello che deve essere e che è giusto che sia, a costo di modificare anche il proprio progetto iniziale. Così è con una composizione. La musica è una metafora: il modo di costruire la struttura di una musica corrisponde all’esperienza che l’autore ha del modo di costruire nella vita. Per questo la poesia di un brano vive sempre grazie alla sua struttura, fino a coincidere con essa. L’ascolto della struttura di un brano (che è l’ascolto più autentico) è sempre la cosa più profondamente poetica. In tutto ciò cerco di essere sincero, radicalmente profondo, essenziale, accurato. Dopodiché… eseguiamolo (bene!), e speriamo che nel pubblico ci siano persone sensibili a cui la bellezza arrivi. Di solito ci sono sempre alcuni a cui arriva, e questo mi fa felice. Un compositore è un testimone di una Bellezza che ha visto. Spera tanto, ma proprio tanto, che gli altri la vedano, ma la sua prima fedeltà va a ciò che deve testimoniare. Mi fa piacere il Suo riferimento al mio lavoro sull’armonia (ovvero: l’accordalità). È l’aspetto che più mi affascina e lo curo moltissimo da anni: non mi posso dilungare qui, ma ci può essere un’armonia atonale che funziona proprio altrettanto bene di quella tonale? Sì, c’è!

Nel suo percorso di formazione lei ha incontrato Maestri come Niccolò Castiglioni, Pippo Molino e György Ligeti. Nel suo personale pantheon artistico quali sono gli altri musicisti che hanno inciso sul suo operare? E inoltre, qual è il suo rapporto con la tradizione musicale?

Oltre a quelli da lei citati, nel Novecento ed ai nostri giorni potrei citare Messiaen, George Benjamin, Jonathan Harvey, Berio, Ives, Berg, Takemitsu, Lutoslawski, Grisey, Saariaho, Arne Nordheim, Bronius Kutavicius, George Crumb. Indietro nel tempo, citerei Ravel, Bartók, Milhaud, Debussy, alcuni autori anglosassoni e nordici meno noti (Scott, Delius, Ireland, Larsson). Poi la polifonia medioevale, Monteverdi, Vivaldi, Bach, Haydn, Beethoven, Schubert, Grieg… Attraverso lo studio delle musiche tradizionali (“etniche”) ho capito meglio la natura della mia stessa formazione musicale, confermando il fatto che la mia e quella di tanti miei amici validissimi compositori di “musica contemporanea” è a tutti gli effetti musica classica, senza alcuna differenza sostanziale con la più nota musica classica del passato. La storia della musica classica sta continuando anche oggi, non ha mai avuto interruzioni e continuerà ancora per molto, molto tempo: è tutt’altro che morta! Ora, la gente (inclusi, mi permetta, parecchi musicisti) non ha più coscienza di cosa sia la musica classica, non ne conosce più la natura e le caratteristiche. Oggi, più che in qualsiasi altro momento, è perciò assolutamente necessario imparare da capo cosa sia, imparare a distinguere tra musica “classica” e “non classica”, e capire l’enorme profondità e solidità delle ragioni della sua stessa esistenza, che troppo spesso vengono banalizzate o fraintese. Posso poi dire che non ho mai vissuto la musica contemporanea come “rottura” con i linguaggi passati. Se mai, considerando alcuni autori di qualche tempo fa, bisogna rendersi conto che l’apparente “rottura” non era ad un livello profondo. Per sua natura, accade nella musica classica ciò che accade nella scienza: si esplorano nuovi aspetti del suono, si indaga dove non si era mai indagato, si spingono sempre più in là i confini del rapporto col Mistero (cuore sia della scienza che della musica classica), perché lo si vuole mantenere autentico. Così i linguaggi musicali si evolvono. Questo è importantissimo, è irrinunciabile ed essenziale, è quasi ovvio e naturale, ed è piuttosto in continuità col passato, in un flusso continuo che ha portato fino a noi e proseguirà, sempre evolvendosi: era così anche nel ‘300 o nel ‘600.

È opinione diffusa (ormai quasi un luogo comune) che la musica d’oggi si sia allontanata dal pubblico. Come ho già ricordato in altra sede mi è capitato tra le mani il testo (peraltro per me davvero men che dilettantesco) di un sedicente fisico che tentava una impossibile giustificazione fisiologica della “sgradevolezza” delle composizioni contemporanee. Lei cosa pensa in proposito? È proprio vero che la dissonanza è un ostacolo insormontabile per le delicate orecchie dell’uomo del XXI secolo?

Io credo che non lo sia proprio per nulla, e che per moltissimi possa essere vero l’esatto contrario. La cosa sarebbe più facile se si imparassero di nuovo il gusto del rapporto col Mistero, la vera natura della musica classica e della sua storia, la differenza tra ciò che è comodo da ascoltare e ciò che è bello e vero nel profondo, l’unità umana tra arti e scienze… Il testo che Lei cita è per me molto diseducativo ed ha delle enormi falle (tra le altre: in realtà, mostra solo che consonanza e dissonanza sono diverse, non che la consonanza sia più “naturale” o preferibile, ma poi imbroglia subdolamente dichiarando questo!). I linguaggi musicali sono tanti, sul pianeta e nella storia, quanti i linguaggi parlati: la musica non è un linguaggio universale, anche se può accadere che un brano venga compreso da persone di lingua diversa. La predilezione per la consonanza o la dissonanza è un fatto puramente culturale, tanto che vi sono pure oggi diverse culture (anche tradizionali) e persone che prediligono e praticano musiche fortemente dissonanti, ed in passato alcuni intervalli oggi considerati consonanti (terze e seste) venivano considerati forti dissonanze e viceversa. L’uomo fa qualcosa per un desiderio di bello e di bene. Se nel Novecento molti compositori si sono rivolti alle cosiddette “dissonanze” non è stato per una perdita del gusto del bello, per esprimere un dramma o una perdita di umanità, o per volontà di rottura. Tutt’altro. È stato perché si sono accorti che sono belle, affascinanti, suggestive, e lo vogliono comunicare a tutti. Questa per me è un’evidenza elementare quotidiana, da sempre. Inserirmi in una ricerca musicale aggiornata è per me importantissimo e irrinunciabile; ma le dissonanze, per me, non sono un obbligo, semplicemente perché sono un “compositore contemporaneo”, per una questione di stile o per “sembrare moderno”. Non sono neanche qualcosa come… un condimento, per “aggiungere sapore” alle consonanze. No. Sono proprio il fascino di partenza, e sono spessissimo l’origine del senso di Bellezza e di rapporto col Mistero che sento nei suoni e che desidero tanto testimoniare e comunicare a tutti.

Per terminare questo nostro incontro le chiederei di proporre ai nostri lettori e di commentare un brano della sua produzione.

Propongo una semplice melodia (atonale), poi armonizzata (sempre in ambito non tonale). Si tratta del primo dei miei “Tre Corali”, per pianoforte solo; credo che illustri bene molte delle cose che ho detto. Grazie!



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