TIM/ Il chiarimento necessario del Governo sul risiko delle reti

- Sam Wise

È un periodo piuttosto complicato per Tim, il cui CdA straordinario si riunirà giovedì. Il Governo Draghi dovrebbe chiarire meglio le proprie intenzioni

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Foto di Bruno /Germany da Pixabay

Acque molto agitate in Tim. Cosa sta succedendo? Elenchiamo soltanto alcuni punti salienti:

– alla fine dello scorso mese di ottobre, il CdA Tim deve analizzare dati della trimestrale in calo su tutta la linea, soprattutto domestica. I consiglieri di Vivendi in primis, insieme ad alcuni consiglieri indipendenti, incalzano l’a.d. Gubitosi chiedendo un nuovo CdA straordinario per decidere nuove ipotesi alternative di gestione per valorizzare gli asset aziendali;

– il debito a fine anno è atteso in calo a 21,6 miliardi di euro; tuttavia, il margine lordo è stimato intorno a quota 6,87 miliardi di euro: quindi il rapporto tra passività e margini rimane sempre sopra quota tre volte, un livello considerato generalmente molto rischioso a livello finanziario;

– la capitalizzazione del titolo si è dimezzata nell’arco degli ultimi quattro anni: a fine ottobre, un’azione Tim valeva 0,32 euro. Ricordiamo che Vivendi nel 2015 aveva pagato le azioni 1,08 euro (la francese Vivendi è primo azionista Tim e detiene il 23,9 % di Tim) e Cassa depositi e prestiti (Cdp) ha rastrellato negli ultimi anni il 9,8% di Tim al prezzo medio di 0,58 euro, poi svalutato a 0,40, con una minusvalenza latente, secondo alcuni organi di stampa, di circa 400 milioni su 884 milioni di investimento.

Una premessa indispensabile: quando leggiamo notizie sulla Tim, occorre sempre ricordare che intorno a questa azienda, una delle ultime grandi aziende nazionali, e al relativo settore delle telecomunicazioni, esistono enormi interessi di tipo economico, di tipo politico, insieme a interessi di tipo strategico, geopolitico e di sicurezza nazionale. Esistono perciò, anche grandi interessi economici speculativi o concorrenziali verso Tim, perché comunque essa possiede ancora una posizione rilevante sul quarto mercato europeo delle tlc; inoltre, nel gruppo Tim esistono aziende molto appetibili o strategiche, come ad esempio Tim Brasil, una delle principali aziende di tlc mobile dell’America Latina in costante crescita, o Sparkle, settimo operatore mondiale nel settore dei cavi marini, presenti nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico. E, molto spesso, la stampa economica o quella di settore, in varie maniere, è espressione di diversi di questi interessi.

Un ottimo campanello d’allarme, a nostro avviso, per capire che alcuni sono mossi principalmente da questi interessi, è quello di sottolineare la natura “privata” di Tim, il suo essere l’erede dell’ex monopolista e quindi la sua posizione tuttora dominante nel mercato tlc, ovviamente affermando l’ovvio, ma tacendo o sminuendo il fatto che un’azienda come Tim “ha in capo l’infrastruttura più importante, quella di telecomunicazioni, infrastruttura fondamentale anche e soprattutto per mandare avanti la digitalizzazione del Paese su cui fa perno il Pnrr. È evidente, dunque, che vada trovata una soluzione sul dossier rete unica: il Paese non può più permettersi, e men che meno in questo momento, una situazione di instabilità ed eventuali riassetti (anche di management) in seno ad un’azienda che seppur privata è di fatto un’azienda “nazionale”. (Mila Fiordalisi, Rete unica Tim-Open Fiber, modello Terna con successiva quotazione? del 5 novembre 2021).

Dopo il CdA di fine ottobre, così critico e agitato, le azioni Tim hanno toccato nuovi primati negativi. I consiglieri di Vivendi, insieme ad alcuni consiglieri indipendenti, hanno chiesto e ottenuto di convocare un nuovo CdA straordinario per l’11 novembre. In discussione, la strategia di riorganizzazione appena annunciata dall’Ad Luigi Gubitosi, che prevede anche un aggiornamento della guidance sul 2021, ma anche il destino del progetto rete unica e il piano Cloud. Il più importante nodo è quello del progetto sulla rete unica di tlc: lo scenario è completamente mutato a seguito dell’insediamento del Governo Draghi che sembrerebbe aver almeno congelato la roadmap che prevedeva un’integrazione con gli asset di Open Fiber. Nonostante l’uscita di scena di Enel da Open Fiber (il fondo australiano Macquaire ha rilevato il 50% in capo alla energy company), il progetto per ora non ha subito accelerazioni come auspicato. E non è chiaro a questo punto il doppio ruolo di Cdp, che ha il 50% di Open Fiber e il 9,81% di Tim, che andrà chiarito al più presto. Inoltre, la sofferenza del mercato Tlc in Italia – la maggior parte degli operatori ha conti in forte sofferenza – di certo non aiuta: la concorrenza spietata sulle tariffe mobili si sta spostando progressivamente anche sulla fibra, con il quarto operatore Iliad pronto a sparigliare nuovamente le carte.

Ricordiamo che il mercato delle tlc nazionale ha i prezzi più bassi di tutta Europa: spesso l’inneggiare alla concorrenza e alla “lotta al monopolio” è servito soltanto per operare uno sciagurato processo di dumping dei prezzi, con un conseguente depauperamento di tutto il comparto. Proprio il 28 ottobre, è stato presentato il Rapporto sulla Filiera delle Telecomunicazioni in Italia, edizione 2021, elaborato dagli “Osservatori Digital Innovation” della School of Management del Politecnico di Milano, dove il primo dato rilevante, sottolineato da Asstel-Assotelecomunicazioni e dalle organizzazioni sindacali Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil, è quello che nel 2020 i ricavi degli operatori delle telecomunicazioni sono pari a 28,5 miliardi di euro (-1,5 miliardi rispetto al 2019): in 10 anni il calo dei ricavi e dei prezzi in Italia è superiore a quello di tutti gli altri grandi Paesi europei.

Ai primi di novembre, un’indiscrezione dell’agenzia Bloomberg infiamma il mercato e il titolo Tim recupera quasi il 6% a Piazza Affari: Tim sarebbe pronta a rinunciare al controllo della newco derivante dall’integrazione degli asset con Open Fiber, nell’ambito del progetto AccessCo, la rete unica delle Tlc. In questo modo l’Ad Luigi Gubitosi punta a chiudere comunque la partita e quindi a mandare avanti il progetto. L’azienda ufficialmente smentisce e “precisa che l’argomento non è stato oggetto di discussione nel Consiglio di Amministrazione né tantomeno sono state prese decisioni al riguardo”.

Questa nuova versione del piano messo a punto da Tim, da un lato, sarebbe più in linea con i desiderata del Governo Draghi che spinge sul co-investimento paritario e, dall’altro, servirebbe a fugare le criticità che potrebbero presentarsi sul fronte antitrust a Bruxelles. Il piano, discusso con il Governo, dovrebbe anche includere il trasferimento di parte dei 21 miliardi di debito di Telecom e di diverse migliaia di dipendenti. Un’ulteriore ipotesi di stampa si domanda se il piano si stia modificando nella sua sostanza. L’ipotesi sarebbe quella che nella newco AccessCo confluisca solo la rete secondaria (il collegamento dall’armadio stradale al router/modem in casa utente), lasciando a Tim il backbone e la rete primaria. Se così fosse è evidente che le carte in tavola cambierebbero e non poco: Tim potrebbe rinunciare alla proprietà e sarebbe Cdp il deus ex machina su tutti i fronti, proprietà e governance.

Ulteriore indiscrezione degli ultimi giorni, che ha alimentato la fiammata sul mercato azionario del titolo Tim, è quella che il fondo americano Kkr, già presente in FiberCop, starebbe puntando a rafforzare il proprio investimento nella rete Tim. Ma un portavoce di Tim ha prontamente puntualizzato che “in questo momento l’azienda non prevede una riduzione della quota in Fibercop”.

Ogni manifestazione di debolezza da parte di Tim subito riaccende, da una parte, il principale azionista straniero, che dopo un primo periodo di comportamenti e richieste puramente speculativi, era passato ad atteggiamenti almeno formali, più responsabili, e, dall’altra, appetiti e interessi dei fondi stranieri: Kkr, come abbiamo già spiegato in passato, non è un puro fondo privato di investimento finanziario, ma ha organici rapporti con il Governo americano.

Rimane sempre una domanda aperta. Gli interessi degli azionisti privati, interessi finanziari, pur legittimi, non possono e non devono prevalere, se si vuole salvaguardare l’interesse nazionale, in un’ottica di sistema-Paese. Cosa vuole fare lo Stato? Il Governo Draghi ha il dovere di definire la propria posizione chiarendo una volta per tutte il ruolo di Cassa depositi e prestiti nella partita delle reti. È un banco di prova impegnativo, ma sicuramente decisivo per il futuro del Paese. Per Draghi, questa forse potrebbe essere l’occasione per riparare alla sua partecipazione, seppur in un ruolo esecutivo, alla dissennata privatizzazione della Telecom del 1997.

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